La settima volta – III di Quaresima

Accade. Era accaduto più volte alla donna di Samaria: sei volte già. Accade ogni volta anche a noi. Fragili come siamo, ci seduce un nonnulla e tutte le volte ci diciamo: stavolta sarà diverso, me lo sento. A volte siamo capaci di costruire addirittura una fantasiosa storia d’amore sul passaggio di una conversazione virtuale che magari verteva su tutt’altro argomento. A volte, pur di prendere le distanze da un quotidiano che sembra non avere sbocchi, succede di immaginarsi protagonisti di chissà quale romantica storia d’amore che riscatti tante giornate. Quando si dice che ci facciamo dei film.

Ma poi basta poco a farci ripiegare e a gettarci amaramente in una solitudine in cui a nessuno è permesso varcare la soglia. Anzi: accade addirittura che, feriti come siamo dalla delusione, finiamo per ergerci a portinai scrupolosi della porta del nostro cuore perché non vorremmo tornare a soffrire come tante volte è già accaduto. Di chi la colpa? Della nostra fragilità? Di chi incrociamo sul nostro cammino che bastardamente fa razzia del nostro cuore? Che cos’è che non funziona in noi tanto da farci toccare per un attimo il cielo con un dito e, per lunghi periodi, l’abisso più profondo?

La vita della donna di Samaria era più che rodata: cinque uomini si erano trovati estromessi dal letto alla strada e al sesto non tardava di accadere la stessa cosa. Cos’è che non funzionava? Nutriva troppe aspettative sugli uomini tanto da confonderli per ciò che mai avrebbero potuto essere? Può darsi.

Monotona e consunta la vita della donna di Samaria, tutta racchiusa in quell’andirivieni che ripeteva ormai meccanicamente senza più attendersi nulla. C’è una sorta di coazione a ripetere di cui quasi non si riesce più a dar ragione se non perché altrimenti tutto risulterebbe ancora più vuoto e più spento. L’abitudine di certi gesti, di certi riti è pane quotidiano per tanti di noi: nihil novi…

Tutto ciò che sembrava promettente, l’occasione del momento – quest’uomo sarà diverso, si ripeteva – ad un tratto la faceva ripiombare al capolinea dell’amore e come compagna fidata, l’amara disillusione e la voglia di farla finita. Quante volte!

Eppure, sembra quasi che persino nel ripetere stanco di certi modi di fare, Dio possa fissare un appuntamento nuovo. Per la prima volta, la voce di un maschio che le chiede “dammi da bere”, non sa di ammiccamenti come le precedenti volte, visto che quel pozzo era stato luogo di ben sei precedenti incontri andati a vuoto.

Dietro il ripetere stanco di certi gesti, c’è un desiderio vivo da disseppellire: quello di non accontentarsi di un surrogato, consumato il quale si è di nuovo in cerca di altro.

Quell’uomo che le ricorda il suo passato (cinque mariti e un sesto in prova), le chiede di dare un nome al suo malessere e un volto al suo disagio. Come mai quello che a tutta prima poteva sembrare fascino, poi si tramutava in gioia di relazione e infine in decisione di mollare tutto? Le era accaduto già troppe volte.

“Signore, dammi di quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua”. Mai parole più vere: fotografano la sua reale situazione, sono il suo esame di coscienza. Nulla ci sazia, niente ci soddisfa: siamo stufi si rincorrere l’ultima occasione eppure, tant’è, ci ritroviamo come eterni adolescenti a rincorrere la cotta del momento.

“Chiunque beve dell’acqua del pozzo avrà ancora sete”, confessa candidamente il maestro del desiderio. Inutile girarci attorno: è un meccanismo che non riesci a disinnescare finché continui ad attingere a ciò che non ha in sé il potere di placare la tua sete.

“Ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno”.

Da metterci la firma: quale miglior partito? Eppure, la prima volta che si trova di fronte a un uomo che non ha eguali, scopre veramente che cos’è amore e quand’è amore. E non lo trattiene. Lei che si era convinta che l’amore fosse solo una terribile fregatura, molla lì tutto – non era la brocca da riempire il motivo per cui era andata a quel pozzo? – e va  a raccontare che le è accaduto di incontrare l’amore vero per ottenere il quale nessuno può mettersi in gioco in vece di un altro.

Il problema, sembra ripetere Gesù, è quella sorta di pensiero magico che ci induce a credere di spegnere la sete affidandoci a qualcosa o qualcuno di esterno da noi (esso può essere l’amico, il marito, i figli, il parroco, un luogo, un’esperienza). E così mentre vaghiamo di pozzo in pozzo aggiungiamo esperienze a esperienze, relazioni a relazioni. In questo modo si rischia di trascorrere un’intera esistenza affidando ora all’uno ora all’altro l’arduo compito di consegnare a noi la luce di un senso. Il cuore è fatto per altro, è fatto per Dio: niente che non sia lui lo può colmare. Sempre precaria, all’infuori di lui, è l’esperienza della nostra felicità. Sempre a rischio.  E a volte per un nulla.

Se, invece, tu conoscessi il dono di Dio…

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