Tra Abramo e Pietro – Prepararsi alla II di Quaresima

trasfigurazione“È bello per noi essere qui”. Le parole di Pietro sul monte rileggono tanti momenti in cui ci siamo sentiti confermare circa il percorso di fede che abbiamo intrapreso. Abbiamo gustato diverse volte delle occasioni in cui una sensazione di ben-essere ha attraversato il nostro cuore. In tante circostanze ci è parso quasi di toccare il cielo con un dito, soprattutto quando eravamo convinti che Dio fosse dalla nostra parte perché, finalmente, tutto filava secondo le nostre aspettative.

Non diversa dev’essere stata la sensazione vissuta da Pietro sul monte quando finalmente, gustando un’esperienza di luce, quasi non credeva ai suoi occhi che fosse possibile essere avvolti da un tale splendore. Peraltro, veniva da giorni in cui qualcosa di oscuro aveva fatto capolino nel rapporto con il Maestro: questi aveva parlato della necessità di un percorso accidentato il cui esito sarebbe stata l’eliminazione della sua persona. Come non fermare il tempo e godersi fino in fondo un tale dono, lasciando perdere tutto ciò che potesse avere un suono di carattere negativo? D’altronde, è più forte di noi confondere la tappa con la meta, l’istante con l’eterno, il passeggero con il per sempre, l’esperienza con la pienezza, il frammento con il tutto. E questo sia nel versante di luce come in quello tenebroso.

Pietro fatica a comprendere che sulla terra nulla è permanente e duraturo: anche le esperienze in cui ci sembra essere confermati in grazia, sono come il viatico necessario per nuove partenze. Sulla terra, nostro compito è acconsentire di venire trasformati noi stessi di tappa in tappa, di esperienza in esperienza, fino a conseguire la meta della nostra fede, ossia la vita con Dio.

Non così Abramo, il quale si lascia mettere in cammino da una voce che gli chiede di andarsene, lasciando tutto ciò che fino a quel momento costituiva il suo mondo di riferimento: (“lascia la tua terra, la tua parentela, la casa di tuo padre”) per aprirsi a ciò che Dio intende donargli (“la terra che io ti farò vedere”). E, secondo Eb 11,8, “partì senza sapere dove andava”. E noi nel mezzo, continuamente chiamati a discernere e a decidere tra la residenzialità e la volontà di cristallizzare l’attimo da parte di Pietro e la disponibilità al cammino da parte di Abramo. Noi nel mezzo a mettere sulla bilancia il mondo delle nostre conquiste o ciò che Dio intende donarci attraverso un percorso che si scopre intraprendendolo. Cosa scegliere?

Pietro non ha compreso il senso di quella esperienza di luce, non ha capito che sul monte era stato condotto per imparare l’arte del lasciar andare e del discendere senza trattenere tutto ciò che può esserci apparso come un attimo di paradiso.

Cosa ascoltare? Chi ascoltare? Ecco il punto. Pietro è tentato di mettersi in ascolto del proprio stato d’animo. Esso, però, non può essere motivo di discernimento e criterio di scelta. Sappiamo bene, infatti, cosa significhi lasciarsi condizionare dalla paura come conosciamo altresì cosa voglia dire prendere una decisione sulla scorta di un facile entusiasmo. Pietro, in questo caso, è sedotto dal bello: non ha ancora compreso, però, che esso è solo il tramite per giungere al buono e al vero.

“Ascoltate lui!”. La vita dell’uomo è un esercizio continuo di discernimento circa chi e cosa ascoltare. Non uno stato d’animo fuorviante ma la Parola che resta per sempre: ecco chi dobbiamo ascoltare. Proprio l’ascolto della Parola di Dio ci permette di riconoscere che l’umano è la via per andare a Dio se è vero che esso è anche la via di Dio verso l’uomo. Pietro avrebbe voluto rimuoverlo, soprattutto nel suo versante di scandalo com’era la prospettiva di morte che vedeva incombere sulla vicenda del Maestro. Abbiamo spesso rincorso percorsi spiritualistici che ci facessero prendere le distanze da un corpo che talvolta sentiamo come un limite perché impastato di fragilità. Se solo potessimo liberarci da questa condizione di limite! Quante pagine della nostra esistenza vorremmo scartare perché ritenute non idonee a un percorso che valga la pena essere intrapreso!

Eppure, nella trasfigurazione, è attraverso il suo corpo che Gesù rende visibile Dio. Finché non arriviamo al termine della nostra corsa, spetta a noi dischiudere la bellezza e la luce che sono nascoste dentro di noi proprio attraverso un percorso di trasformazione che possiamo compiere sotto la guida di ciò che il Figlio di Dio va dicendo al nostro cuore attraverso il suo vangelo. Nulla rimuovendo, tutto trasformando!

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