Il “se” che seduce – Prepararsi alla domenica (I di Quaresima)

tentazioneSe tu sei figlio di Dio…Gesù è toccato al cuore della sua stessa identità e non già in un aspetto marginale: da che mondo è mondo Dio risponde a determinate prerogative. Dimostrale! Falle vedere, se vuoi avere un credito! C’è forse qualcosa di cui non puoi disporre? Tutto è tuo: dunque? Altrimenti che razza di figlio di Dio sei?

È così che Gesù viene sottomesso alla prova. Così è sottomessa alla prova anche la comunità cristiana e ogni discepolo. Continuamente sedotti non certo da cose turpi. Continuamente posti di fronte alla scelta se continuare a fidarsi di Dio, sulla scia di Gesù o affidarsi ai mezzi, alle strategie, a tutti quei modi escogitati pur di far pressione e perciò avere più audience, più voce in capitolo.

Se davvero sei un uomo…è così che a volte si traduce la tentazione. Anche noi tentati proprio al cuore della nostra identità. Che razza di uomo sei se…? Che Chiesa sei se…?

Chi di noi non è mai stato sfiorato dalla forza seduttiva del “se”? Convinti che perseguendo vie di potenza, alleanze, raggiri, risulteremmo senz’altro più efficaci, riusciremmo a far breccia,  convinceremmo l’altro, otterremmo il suo consenso.

C’è forse un ambito nella nostra vita in cui il bisogno del meraviglioso, della forza e della soluzione magica non abbia attraversato anche solo per un attimo il nostro pensiero, convinti che la vita è degna di essere vissuta solo quando siamo dispensati dalla fatica di vivere e soprattutto del pensare?

Cosa può voler dire dare credito al “se” nella nostra vita? Mi pare, porre continuamente tra parentesi l’attuale condizione storica in cui siamo immersi, rifugiarsi in una idealità che la psicologia definisce pensiero magico senza volersi aprire a quella interpellanza di cui l’altro, la vita stessa sono portatori. Una non adesione al reale, una vita sotto condizione: l’altro, la vita sono riconosciuti e accolti nella misura in cui corrispondono al mio se

Di fronte al bisogno della fame e alla proposta diabolica di servirsi del proprio potere per far sì che le pietre diventino pane, Gesù non assolutizza il proprio bisogno cercando perciò una soddisfazione immediata. Nessuna scorciatoia sarà concessa per via di manipolazione, neanche chiamando Dio in causa: il fastidio della fame non può essere eliminato e perciò devo accettare la mia umana condizione di dipendenza. È la tentazione in cui Dio è asservito al proprio tornaconto.

Di fronte alla tentazione del potere, Gesù non assolutizza il bisogno del “tutto”, ma accetta di abitare, come ogni uomo, la condizione del “limite”. È la tentazione in cui l’esercizio del potere in ogni sua sfaccettatura (dall’economico al culturale) è visto come la chiave per eliminare la dipendenza: solo che il risultato che ne consegue è un’ulteriore schiavitù (se prostrandoti mi adorerai).

Di fronte alla tentazione dello spettacolare, accetta di sottomettersi ai limiti della propria corporeità, senza voler imporre il suo essere Figlio con gesti straordinari che obblighino a dargli l’adesione. È la tentazione secondo cui avere Dio dalla propria parte, è senz’altro garanzia di riuscita.

Gesù vince la tentazione in un solo modo: custodendo la sua umanità, senza sconti e senza scorciatoie. Così facendo non colloca mai Dio nel prodigioso, nello spettacolare, nel rassicurante, territori in cui sovente noi finiamo per collocarlo proiettando così  su di lui i nostri bisogni. Accetta persino che la sua relazione con Dio passi attraverso l’esperienza del buio, del silenzio e della non evidenza.  E così le tentazioni diventano il luogo in cui si manifesta la fede di Gesù. Anche se Figlio, il Figlio prediletto nel quale il Padre si compiace, anch’egli è stato chiamato ad esprimere in libertà la sua disponibilità a fidarsi o meno del Padre.

Il tempo quaresimale appena iniziato pone davanti a noi nuovamente la proposta di Gesù: sei disposto a fidarti anche quando la realtà non conferma la tua aspettativa?

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