Deporre ciò che è di peso – Mercoledì delle Ceneri

quarta-feira-de-cinzas_C’è un esodo da compiere, un passaggio da effettuare, una pasqua da vivere. Attraverso questo sacro tempo della Quaresima Dio “riapre alla Chiesa la strada dell’esodo” perché ciascuno possa gustare la “gioia pasquale”.

Il percorso che ci sta dinanzi è possibile compierlo solo se abbiamo coscienza di un dato che la liturgia ha posto sulle nostre labbra: “contro di te abbiamo peccato“. perché la Quaresima possa portare i suoi frutti è necessario confessare che ci siamo divincolati dall’abbraccio del Padre per percorrere altre strade.

Chi non avverte di essere lontano come può sentire rivolto a sé l’invito accorato che il Signore rivolge: “ritornate a me” (Gl 2,12)?

Un primo elemento con cui fare i conti è convincersi che i lontani siamo noi, noi che crediamo non poche volte di possedere Dio, di conoscerlo, di frequentarlo. Questa presa di coscienza non è perché cadiamo in preda all’angoscia di chi non vede davanti a sé una via d’uscita ma per scoprire ancora di più il Signore che attende il nostro ritorno. Anzi, “Dio che sapeva che non siamo riconciliati, che vedeva che abbiamo qualcosa contro di Lui, si è alzato e ci è venuto incontro, benché Egli solo fosse dalla parte della ragione. Ci è venuto incontro fino alla Croce, per riconciliarci. Questa è gratuità: la disponibilità a fare il primo passo” (Benedetto XVI). Dio è già sui nostri passi, per questo possiamo affrettare il nostro ritorno a lui. Per affrettare il passo occorre, tuttavia, deporre tutto ciò che è di peso, sapendo che più cambiare rotta, è necessario cambiare prospettiva, più che invertire la marcia, è necessario risalire la corrente di una esistenza superficiale.

Siamo stati chiamati a libertà e tuttavia, è dietro l’angolo il rischio di ricadere in schiavitù. Quali?

  1. La schiavitù dell’apparire, dell’essere riconosciuti, ammirati. Il nostro è un contesto in cui non poche volte l’immagine ha la meglio sulla realtà, l’apparire sull’essere, l’essere visti sull’identità: “State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro”. È l’invito ad andare a fondo, a cogliere il segreto del nostro cuore senza lasciarsi condizionare da quella smania insaziabile del fare colpo a dispetto dell’umile sentire di sé.
  2. La schiavitù del tenere per sé, del possedere. In questo caso è l’avere a prevalere sull’essere. Fare elemosina significa mettere a disposizione quello che siamo e quello che abbiamo per imparare a gustare cosa vuol dire essere figli di un Padre che sa ciò di cui abbiamo veramente bisogno.
  3. La schiavitù del voler accumulare davanti a Dio. C’è, infatti, una preghiera finalizzata ad ottenere qualcosa da Dio, ad attirare la sua compiacenza su di noi. Il rapporto con il Padre, ripete Gesù, è finalizzato soltanto a far emergere il nostro cuore di figli, grati di avere un Padre che vede nel segreto. Chi sa vivere questo rapporto filiale con il Padre, diventa strumento di fraternità e di riconciliazione con ogni uomo.
  4. La schiavitù della bramosia. Questo è il tempo per imparare a dire dei no a tutto ciò che rischia di condizionarci e di soggiogarci in nome di una liceità che non giova. Questo è il tempo per imparare l’arte tanto difficile quanto liberante del dire: non mi lascio vincere, decido io. Quando quest’arte non è praticata è come avere un organo fisico (la mano, ad esempio) che, non essendo utilizzato, finisce per non riuscire più ad afferrare alcuna cosa.

Il dominio di sé è uno dei frutti dello Spirito: esso va esercitato in ordine alle parole (più silenzio!), in ordine al cibo, alle bevande, al sonno, a quei piaceri che finiscono per ottundere la mente ed il cuore, incidendo sulla nostra capacità di restare vigilanti e di operare scelte conformi al vangelo.

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