La difficile arte della libertà – Prepararsi al Mercoledì delle Ceneri

maschere.jpgA dare il tono a questa celebrazione è la preghiera accorata con la quale abbiamo dato inizio a questa liturgia. Un intero popolo è chiamato dal Signore ad affrontare in modo deciso un serio cammino di conversione a voler significare che se è vero che la fede è un fatto personale non è mai un fatto privato. È l’intera comunità magnificamente significata da questa assemblea che vede insieme bambini e anziani, giovani e adulti ad essere mobilitata.

A suonare l’allerta è Dio stesso che attraverso la sua Parola viene a scuoterci dal torpore che prende chi ha smarrito la consapevolezza dell’ora e più non si accorge del pericolo che è alle porte e di cosa è a rischio.

Si tratta di una vera e propria mobilitazione generale come nei momenti in cui sentiamo che c’è in gioco qualcosa che può nuocere alla nostra incolumità. C’è una vera e propria guerra da ingaggiare, non già ricorrendo alle armi della sopraffazione e della violenza, ma a quelle del mettersi in gioco in modo tanto decisivo quanto intenso. Come nei momenti più bui si arriva a mettere in circolo ogni energia pur di sopravvivere, così in questo momento. Tutto di noi deve essere coinvolto, mente, cuore, volontà. C’è un nemico che è sempre dietro l’angolo – lo spirito del male – il quale va affrontato solo con delle armi particolari, quelle della penitenza.

Perché questo appello accorato? Perché questa supplica? Perché se accettassimo di affrontare davvero un simile combattimento impegnando tutte le nostre migliori energie, non ci sarebbe assolutamente bisogno di combattere altre battaglie.

È “dentro”, infatti, che si trova la radice delle nostre durezze, delle nostre grettezze, delle nostre chiusure, delle nostre incapacità ad amare e a lasciarci amare. È “dentro” che va aperta una breccia.

Come si manifesta questo spirito del male? Con la voglia patologica del “farsi notare”, il bisogno di pagare continuamente un pedaggio allo sguardo altrui, meglio conosciuto come “vanagloria”. Cosa c’è dietro una simile patologia? La sottile convinzione in base alla quale io sono qualcuno nella misura in cui sono visto. Che cos’è, infatti, quella smania di coler essere sempre al centro dell’attenzione, del cercare approvazione sempre e comunque? Il valore della tua esistenza, ci ripete la liturgia di questo mercoledì, non è commisurata ai mi piace messi su una tua foto pubblicata su Facebook o su Instagram. Il valore della tua esistenza non è dato dal riconoscimento avuto da questo o da quello.

L’ostentazione fine a se stessa sfocia in un narcisismo tanto grave quanto patologico secondo il quale tutto ciò che non è visto, semplicemente non è. In un mondo in cui tutti sono alla ricerca spasmodica di un riflettore sempre a portata di mano e di una videocamera che continui a registrare tutto quello che facciamo, il rischio è quello di un vero e proprio corto circuito delle vanità il cui esito nefasto è un buio che fa spavento perché accecante.

Jean-Paul Sartre, nella sua autobiografia, usa una frase feroce per definire l’atteggiamento religioso di suo nonno: “Mio nonno era un attore troppo bravo per non aver bisogno di un Grande Spettatore che chiamava Dio”. È vero: persino la pratica religiosa può diventare una vera e propria recita di fronte ad uno spettatore tanto invisibile quanto soggiogabile. Ci si può prendere gioco persino di Dio. Quanto diverso da ciò che amava ripetere papa Giovanni XXIII: “Dio sa che esisto e questo mi basta”.

Per questo è necessario dire tre grandi no che sono la condizione indispensabile per dire tre grandi sì:

  • no a un modo di dare che non esprime amore ma è finalizzato soltanto al compiacimento di se stessi, sì a una gratuità segreta che nasce dalla consapevolezza che tutto ciò che sono e tutto ciò che ho è dono ricevuto: il dono si rinnova solo nella misura in cui è condiviso;
  • no a una preghiera fatta davanti a Dio ma il cui scopo è l’autoesaltarsi, sì alla lode riconoscente e sincera;
  • no a un digiuno che finisce per esaltare proprio ciò che vorrebbe mortificare, sì alla condivisione disinteressata. Non si tratta anzitutto di scegliere un diverso cibo (carne o pesce) ma di chiedersi che cosa nutre davvero la mia vita.

Si tratta di prestare attenzione “all’incantesimo seducente degli sguardi estranei, alla falsa sicurezza data dall’abbondanza delle cose, alla durezza di chi si sente giusto, all’illusione di esserci costruiti per sempre una posizione privilegiata fra gli uomini”.

Si tratta di imparare la più alta forma di libertà, la libertà da se stessi, evitando di mettere continuamente a bilancio crediti a nostro favore.

“Non è quello che sei, e neppure quello che sei stato che Dio guarda con i suoi occhi di misericordia, ma ciò che tu hai desiderio di essere” (Anonimo del Medioevo).

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