Il bene e i beni – VIII T.O.

img_8109Chi di noi non ha mai subito un abbandono? Talvolta,  la nostra è una vera e propria sindrome di abbandono: era accaduto già a Israele al rientro dall’esilio. Accade a ogni generazione di uomini. Eventi e situazioni sono sempre pronti a mettere in dubbio che la nostra sia una vicenda probabile e sensata. E se questo dovesse accadere, sarebbe solo per un colpo di fortuna che non riguarda la maggior parte degli uomini. Stanno davvero così le cose? È solo un caso fortuito tanto il mio venire alla luce quanto lo scorrere dei miei giorni?

Quando non riusciamo a leggere la vita nel suo insieme, quando smarriamo la sua identità di dono e quando non cogliamo più il fatto che essa ha uno sbocco nell’eternità perché ha come approdo la comunione con Dio, il qui e ora finisce per assurgere a fine ultimo. In questo caso, quasi per una sorta di meccanismo innato, scatta il bisogno di trovare in realtà esterne a noi (beni, cose, esperienze, affetti, luoghi) una sorta di assicurazione contro l’eventuale esperienza di solitudine. Per questo finiamo per assegnare ora all’una ora all’altra cosa il compito di anestetizzarci nel caso in cui dovessimo trovarci in ristrettezza. In fondo abbiamo paura: tutto ci fa paura. E su tutte domina la paura della morte. Ora la paura ha come esito abbastanza scontato la chiusura a riccio nella convinzione di doverci difendere contro tutto e contro tutti. Inoltre, insieme alla difesa, la paura genera l’affanno. Di fronte all’incapacità di attraversare la morte e tutto ciò che la richiama (il limite, la vulnerabilità, la caducità, la malattia) l’uomo va in affanno: sperimenta con amaro realismo che qualcosa gli sfugge di mano. E poiché non ammette che questo accada, ecco l’ansia e tutto ciò che ne consegue.

Talvolta ci portiamo nel cuore la convinzione ferma di una vicenda irrecuperabile, proprio come il figlio minore della parabola di Lc, che quando decide di far ritorno a casa non è preoccupato di una relazione da far rivivere ma del cibo che lì può trovare in abbondanza.

Non preoccupatevi…

Cosa c’è dietro queste parole di Gesù? C’è l’invito a non assolutizzare niente di ciò che non può diventare l’unico criterio per cui darsi da fare sulla terra. Siamo fatti di altro e siamo fatti per altro. Per questo abbiamo bisogno di essere messi in guardia dall’idolatria che mentre seduce inganna perché non ha il potere di mantenere ciò che una nostra proiezione le ha conferito come prerogativa. In quell’esercizio di verità che oggi la Parola di Dio ci chiede di compiere, proprio mentre ci vantiamo di essere adulti affrancati da schiavitù religiose, in realtà, dobbiamo riconoscere che bruciamo incenso a tante cose da noi sacralizzate.

Non preoccupatevi…

Nessun atteggiamento dimissionario o inerte rispetto alla vita: è necessario provvedere alle proprie necessità ma alla luce del nostro rapporto con Dio Padre. La tua vicenda sta a cuore a Dio ancor prima che a te: questo non vuol dire che non conoscerai momenti di fatica o di smarrimento. Anche quei momenti, però, vanno visti non come il segno di un abbandono ma come esperienze attraverso le quali Dio educa a puntare su altro, educa a non smarrire il senso del cammino e la meta che lo attende.

C’è un vuoto che ci portiamo dentro e che crediamo di poter colmare nella misura in cui abbiamo a disposizione molti beni. Ma questi non sono l’antidoto al vuoto: sono soltanto motivo per nuovi affanni. Ciò che sembrava essere la soluzione diventa causa di nuovo malessere.

Nulla di esterno a noi ha il potere di rassicurarci in caso di naufragio esistenziale se non una persona: il Padre. Anche se dimentichi di essere figlio, per nessun motivo al mondo egli dimenticherà di esserti Padre. Egli è l’unico che conosce ciò di cui ho davvero bisogno. Per questo, il mio rapporto con lui non è senza conseguenze in ordine all’impostazione del mio vivere. Quando questo viene meno, la via d’uscita è credere che siano le cose il mio principio di consistenza.

Su cosa costruire: sulle cose o su Dio? È necessario scegliere imparando a discernere tra il bene e i beni evitando che ciò che è chiamato ad essere servitore della vita ne diventi padrone.

 

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