Recuperare la somiglianza – Prepararsi alla liturgia domenicale (IV T.O.)

beatitudiniQuel giorno, su quella montagna, Gesù ridiceva il progetto degli inizi: facciamo  l’uomo a nostra immagine e somiglianza. Già. Il problema, infatti, era proprio come recuperare la somiglianza perduta. Sappiamo, infatti, che l’immagine resta sempre impressa in noi: io rimango figlio di Dio, sempre, comunque. Non così la somiglianza: il vivere da figlio di Dio. Sempre da recuperare. E così quel giorno prima ancora che uno stile da assumere Gesù tratteggiava anzitutto i lineamenti del suo volto, quel volto secondo il quale ricostruire la nostra personale identità. Parole “altre” per eccellenza, quelle delle beatitudini. Parola letta in chiesa ma strappata nella vita dove hanno libero corso altre parole, altre logiche, altri criteri che ci fanno perdere la somiglianza degli inizi.

Quelle parole pronunciate da Gesù sono la sua biografia, la biografia di Colui dietro il quale abbiamo scelto di mettere i nostri passi:

‐ egli è il povero di spirito e il puro di cuore: si è svuotato di tutto, persino del suo essere uguale a Dio, per fare spazio a Dio e a noi nel suo cuore; ospitò in quel cuore persino l’amico che tradiva e  quello che rinnegava;

‐ ha pianto un giorno su Gerusalemme mentre si faceva carico del suo cuore ostinato nella chiusura ad accogliere la visita di Dio; ha pianto per l’amico Lazzaro attestandogli, anche così, quanto gli fosse legato;

‐ ha sofferto sulla sua pelle persecuzione e ingiustizia tanto da essere trattato come un malfattore egli che era passato sanando e beneficando quanti erano prigionieri del male; non ha esitato a essere annoverato tra gli empi (morirà tra due di loro);

‐ il suo farsi solidale con noi lo ha portato ad assumere su di sé ogni nostro male perché in nessuna circostanza vedessimo incombere la maledizione sulla nostra esistenza;

‐ pur potendo farsi valere non ha mai fatto ricorso alla violenza o alla vendetta neanche quando si è trattato di difendere il buon nome di Dio, dimenticando il male che pure gli abbiamo fatto e rendendo, invece, bene per male (Padre, perdona loro…);

‐ sempre pronto ad attendere con pazienza ogni volta che io mi fermo o addirittura mi perdo: lo attesta il suo perdono sempre di nuovo offerto (settanta volte sette…)

‐ ha desiderato ardentemente rapporti veri; ha bandito ipocrisie e falsità pagando di persona per costruire relazioni di armonia e di pace (chi vuol essere il primo sia l’ultimo e il servo di tutti…).

Questo il volto del Maestro tratteggiato dalle beatitudini. E mentre lo contemplo vi scorgo i lineamenti del mio volto, come egli desidererebbe che io sia. Un uomo:

‐ povero di spirito, così da accogliere lui nella mia vita senza cedere alla tentazione di costruirmi un idolo vano; povero, non padrone, disposto a servire la vita degli altri senza mai approfittarne; con un cuore che sempre rispetta il mistero dell’altro senza mai volerlo ridurre alla propria misura;

‐ capace di pianto ma non su di sé, “in inutili ripiegamenti”, ma con chi soffre, attestando così che condividere è assumere la fatica dell’altro;

‐ in grado di amare fino a coprire lo sgarbo dell’altro, disposto a credere che l’altro può cambiare grazie ad una fiducia nuovamente offerta;

‐ infaticabile tessitore di rapporti nuovi, senza mai sentirsi arrivati finché attorno a noi qualcuno patisce ingiustizia.

Quel Volto del Maestro indica poi il volto della comunità cristiana:

‐ una chiesa che non cerca appoggi sul potere e che non pone la sua fiducia su ciò che non ha consistenza;

‐ una chiesa capace di condivisione delle angosce degli ultimi perché solo così si attesta che Dio si è  fatto vicino ad ogni uomo;

‐ una chiesa che non ricerca il plauso, il consenso, l’adulazione;

‐ una chiesa che rifiuta ogni arroganza e perciò tutti accoglie, con tutti cammina, tutti serve senza distinzione;

‐ una chiesa dalla parte di chi patisce ingiustizia e si espone per l’edificazione della pace.

Solo una chiesa così annuncia e attesta che vale la pena non temere di avvicinarsi al Signore Gesù e di seguirne le orme.

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