Ripartire dai confini – III del T.O.

seguimiLa circostanza non era certo delle migliori, dobbiamo ammetterlo. Il Battista era stato arrestato: tutto faceva pensare che quello non potesse essere affatto il momento in cui dare inizio a una attività di annuncio. Doveva essere piuttosto il momento in cui battere in ritirata vista la solenne smentita patita dal suo amico. E invece Gesù legge in quell’evento quasi un invito da parte del Padre a non tirarsi indietro e a intraprendere un’esperienza caratterizzata dal manifestare che l’amore di Dio è donato gratuitamente a tutti. Quanti gli eventi ritenuti un ostacolo secondo la nostra prospettiva e che, invece, riletti dalla prospettiva di Dio sono un’occasione!

Se la circostanza non era delle migliori, non è che lo fosse il luogo da cui tutto questo prendeva le mosse: un territorio malfamato, distante dal centro, in quella Galilea delle genti caratterizzato, dal peccato, dal dubbio, dalla paura. Un luogo abitato da credenti “all’acqua di rose”. Lì, proprio lì, a chi era schiacciato dal peso della propria fragilità, Gesù veniva a rivelare che l’amore del Padre è incomparabilmente più grande.

D’altronde Isaia lo aveva annunciato: proprio il territorio che era stato umiliato sarebbe diventato glorioso. La luce sarebbe sorta proprio là dove si era vissuta un’esperienza di buio. Davvero “il centro è il confine”. Sarà così anche alla fine della vicenda di Gesù: il massimo buio della storia – la croce – diventerà il punto da cui una luce incontenibile raggiungerà ogni uomo di ogni tempo.

Nella rilettura di queste poche note trovo come un invito: Gesù lascia la Giudea per inoltrarsi in Galilea. Dal luogo dell’identità riconosciuta si trasferisce nel luogo del confronto sempre ricercato persino con chi vive in un territorio caratterizzato da tenebra e ombra di morte. L’invito è quello di imparare a ripartire dai confini, senza passare la vita a “tenere in piedi gli scampoli esangui di un cattolicesimo convenzionale” (cfr. Angelini).

È lì che risuona l’invito alla conversione: non è possibile, infatti, accogliere questo annuncio là dove la presunzione di sentirsi a posto è il sentimento più comune. A Gerusalemme si continua a preferire la tenebra alla luce anche di fronte all’evidenza (cfr. episodio del cieco nato).

È lì che risuona la sua chiamata in un ambiente in cui non c’è spazio per eventi straordinari. La storia ordinaria, con le sue vicissitudini e pesantezze di ogni giorno è il luogo in cui Dio si manifesta con un’estrema povertà di mezzi. Mai nel sensazionale, Dio, così da attirare l’attenzione e lo sguardo o in modo che si possa dire con certezza: è qui o è là. Dio è all’opera nella fatica quotidiana della ricerca di un senso.

In una circostanza umanamente infelice, in un territorio non adatto, la chiamata è rivolta a degli uomini che non avevano nessuna preparazione se non quella del mestiere cui erano intenti. Quella chiamata non è avvenuta certo dentro le mura di una sinagoga o nel recinto di un tempio; non è avvenuta neppure dopo un ritiro di preparazione ma nel bel mezzo di un’attività. Uomini che lo seguono senza fargli nemmeno una domanda, senza assicurarsi alcuna prospettiva. Persone, però, dal cuore straordinario che non hanno paura di lasciarsi imbarcare nell’avventura di quell’uomo. Uomini che non si erano lasciati vincere dal risaputo.

Ripenso a quante volte quel Maestro continui a passare accanto alla nostra vita e forse preferiamo rimanere a rassettare le nostre reti. Egli è in cerca di persone che pur vivendo una vita comune non temano di lasciarsi agganciare dalla sua mano e condurre più in alto, dove lui vuole e come lui vuole. Ogni volta che questo accade c’è speranza che l’umanità possa conoscere un nuovo mattino. Il guaio è ricondurre ogni cosa alle nostre proporzioni, ai nostri ritmi, ai nostri bisogni e alle nostre attese.

La proposta del Signore ai quattro di quel giorno e a ciascuno di noi è quella di instaurare con lui un rapporto personale: venite dietro a me! Non anzitutto un programma da eseguire o una legge da osservare e nemmeno una dottrina da impartire. Imparare a fare quanto compie Gesù, abitando con lui, vivendo in assidua familiarità con lui. L’invito è quello a condividere un’esperienza di vita. È questo ciò che proponiamo, ad esempio, ai nostri ragazzi o non li introduciamo, forse, in percorsi teorici che non incrociano le loro domande? Quanta militanza senza discepolato!

Quel giorno, grazie a quell’uomo, i discepoli si ritroveranno capaci di un nuovo modo di guardare le cose tanto che ne saranno affascinati e sedotti decidendo persino di cambiare mestiere. Quell’uomo gli aveva fatto sperimentare la possibilità di una nuova vita tanto che nulla poteva restare come prima.

Che cosa mi impedisce di seguirlo mentre mi rivolge la sua parola nel bel mezzo delle mie occupazioni?

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