Una nuova possibilità – II domenica del T.O. – Prepararsi alla liturgia domenicale

agnelloGiorni di grazia quelli alle nostre spalle; giorni in cui davvero abbiamo gustato com’è buono il Signore. A lui è piaciuto piantare la sua tenda in mezzo a noi.

Ma chi è questo Dio che non ha ricusato di fare sua la nostra umanità? È il Battista a delinearcene i tratti: è l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo. L’agnello, figura di un Dio povero e mansueto, che non abbatte e non s’impone. Quell’agnello attesta, allora come oggi, che il male può essere vinto solo nella mitezza e nell’umiltà. Giovanni riconosce in Gesù colui che donando liberamente la propria vita permette a noi di fare una pasqua, compiere cioè un passaggio, da una esistenza ripiegata su se stessa a una esistenza che si fa dono d’amore per i fratelli. È attraverso quell’agnello che è possibile superare la nostra condizione di fragilità; è attraverso di lui che possiamo vivere la vita stessa di Dio diventandogli conformi ed è ancora attraverso di lui che noi partecipiamo della stessa relazione che c’è tra il Padre e il Figlio e lo spirito Santo. Giovanni lo annuncia con entusiasmo tanto che di lì a poco non temerà di perdere i suoi discepoli che sulla scorta della sua testimonianza non esiteranno a seguire colui che egli aveva indicato. Che cosa o chi annuncia la mia vita? Di cosa io sono testimone?

Giovanni attesta che in Gesù Cristo Figlio di Dio, Dio ci ha concesso il perdono dei peccati. A un uomo debole e infedele Dio ha concesso il dono di poter sempre riprendere da capo una relazione nuova con lui e con i fratelli: è possibile ricominciare; a chi pativa la sua lontananza da Dio, Dio ha concesso di non restare fissato per sempre nelle proprie colpe:  io non equivalgo soltanto al male che pure posso aver compiuto ma al bene ancora possibile.

Mettendo i nostri passi dietro il Signore Gesù, tutta l’umanità può vivere in una condizione nuova di relazione buona con Dio. Il limite della lontananza non è più un ostacolo non già perché noi finalmente lo abbiamo superato ma perché Dio stesso si è messo sui nostri passi colmando ogni distanza. A noi la disponibilità a lasciarci accogliere dall’abbraccio benedicente del Padre. Mentre prendeva su di sé i nostri peccati Gesù ci ha donato la possibilità non solo di essere figli di Dio ma di agire come tali.

Infatti, coloro che riconoscono Gesù come il Signore della propria vicenda personale sperimentano una nuova forza di amare, la gioia di farsi dono, lo slancio di vivere nella fiducia, il conforto di chi spera. Chi non teme di fare suoi i passi di Gesù si ritrova la capacità di riconoscere i segni del suo farsi presente, la luce per compiere scelte conformi al Vangelo, il coraggio di lanciarsi in una esperienza di comunione.

Vorremmo avere lo sguardo del Battista il quale non si accontenta di vivere “come sempre”. I suoi occhi sono puntati per cogliere con attenzione il nuovo di ogni giorno. Quell’uomo in fila come tutti non aveva nulla che potesse distinguerlo dagli altri, ma per lui non è così. Giovanni riesce ad andare oltre ciò che appare e scopre chi è davvero quell’uomo di Nazaret.

Quante cose anche noi vediamo ma quanta fatica nel vedere il Cristo che ci viene incontro nel volto di chi incontriamo, sia esso il ragazzo sovrappensiero, un bambino che ci sorride, un papà affaticato o il mendicante che ci tende la mano all’uscita di una chiesa. Cristo ha i loro volti. Fatichiamo a riconoscerlo allorquando continuiamo a guardare sempre e solo il nostro volto riflesso nello specchio, incapaci di scorgere ciò che c’è sotto le apparenze delle realtà che ci vengono incontro. I giorni trascorrono e le persone che incrociamo restano sconosciute, anonime quando addirittura non ingombranti. Viviamo le giornate senza la voglia di scoprire il nuovo attraverso cui Dio ci visita, senza più avvertire l’interpellanza di un imprevisto o la portata di un impegno che richiede costanza.

Giovanni è in grado di riconoscere il Cristo perché è un uomo la cui vita è puntata sull’essenziale, assetato com’era di quel “di più” che solo può placare la sete del proprio cuore. Aveva avvertito l’urgenza del silenzio del deserto così da attendere e riconoscere colui che avrebbe portato salvezza e luce tanto a Israele quanto a tutti i popoli della terra.

Giovanni ci è di sprone nel preferire l’essenziale all’effimero, nel soddisfare le esigenze del cuore più che quelle dei sensi. Ci è di aiuto soprattutto nel saper riconoscere i tempi e nell’avere il senso delle proporzioni: sa di essere un profeta ma sa anche che è giunto il Figlio di Dio; distingue bene il tempo dell’attesa e della preparazione da quello del compimento. Per questo sa che il suo compito è terminato e questo non è vissuto con rammarico o rimpianto. Sa che Dio sorpassa ogni attesa, ogni previsione, ogni sogno, persino ogni discorso su Dio.

Giovanni è ciò che ciascuno di noi è chiamato a diventare: un indice puntato (ecco…) per indicare il Signore presente nella vita dei fratelli. Chissà quante volte egli passa nella nostra vita e chissà quante manca qualcuno che dischiuda i nostri occhi per riconoscerlo! Tocca a noi, tocca a me additare Gesù presente nel mondo. Ripenso a tutte le volte in cui nell’Eucaristia io ripeto a voi le parole del Battista e mi chiedo quanto quelle parole sono una testimonianza di un’esperienza e non già la ripetizione meccanica di ciò che indica il messale. Che Gesù sia l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo, lo mostra il frutto di quanto egli ha operato in noi, lo attesta la gioia di sapere che il male è stato vinto, lo indica la freschezza che ci viene dal dono di poter ricominciare ogni giorno.

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