Te hominem laudamus – Per prepararsi alla solennità di Maria Madre di Dio

madre-di-dioUn nuovo anno è dinanzi a noi, segno del dono che Dio ancora una volta, in maniera immeritata, ha voluto rinnovare usandoci misericordia. Ed è di nuovo nel segno della benedizione, la stessa che Dio ha pronunciato all’inizio dell’esistenza e che continuamente la sostiene. Dio non viene meno alla parola data, mantiene la promessa. Non solo ci è stato rinnovato il dono della vita ma Dio ci ha partecipato la sua stessa vita: perché ricevessimo l’adozione a figli. Il mistero del Natale ci ricorda proprio questo: che la condizione umana diventi partecipe della vita divina.

Un po’ spontaneamente, in giorni come questi, emerge l’attitudine a fare bilanci e a ribadire progetti. Fare bilanci, devo riconoscerlo, è un atteggiamento che mi appartiene poco: vorrei lasciarlo fare a colui che scruta il cuore, al di là di gesti e parole che pure posso aver usato. Mi affascina di più lo stile che la liturgia ci consegna, come stare in questo nuovo anno: usando noi parole di benedizione. Mi sembra un compito per niente scontato: Voi benedirete…

Mio compito, compito della comunità cristiana è trovare parole di benedizione anche quando altre parole vorrebbero avere la meglio. Mi pare uno stile che non si accontenti della superficie, è l’atteggiamento di chi guarda più in profondità, là dove riconosce il bene di cui l’altro è portatore.

Ieri sera ci siamo ritrovati in tutte le chiese per cantare il “Te Deum laudamus” (lodiamo Te o Dio) per tutte le grazie e i benefici ricevuti durante l’anno. Oggi le cose si invertono: la Trinità stessa intona un nuovo canto di lode: “Te hominem laudamus” (lodiamo te, o uomo). Dio dice bene dell’uomo: possiamo custodire in noi la certezza che si può ricominciare. Il nostro Dio non ci “inchioda” ai nostri errori: non ci chiede da dove veniamo ma dove vogliamo andare.

Anno nuovo: nuovi desideri, nuove paure …

Nell’antica Roma, Gennaio era il mese sacro a Giano, il dio degli inizi, degli ingressi, delle aperture: la sua immagine veniva posta sopra le porte. Giano era bifronte, guardava indietro e guardava avanti, come a dire che non c’è progetto senza memoria.

Per noi cristiani ad aprire il nuovo anno è Maria, colei che più di ogni altro custodisce la memoria delle cose accadute. Maria ci insegna l’arte del custodire: Maria ascolta i fatti. La nostra esistenza non è un insieme sconclusionato di vicende o di esperienze: Dio si manifesta negli eventi in cui siamo coinvolti. Il passato non è un carico gravoso ma una realtà di cui occorre cogliere il senso.

Ma poi Maria ci insegna ancora l’arte del meditare, ossia del fare unità. Anche la sua vicenda raccoglie brandelli di esperienze molto diversi tra loro: le parole dell’angelo e i disagi del viaggio, il canto degli angeli e la povertà che contraddistingue la nascita di Gesù, la gioia dei pastori e l’umiltà del segno dato loro. Maria prova a fare unità a partire dalla parola che Dio stesso le aveva rivolto: quella parola si era realizzata, aveva un volto e un nome.

Metterci alla scuola di Maria all’inizio di questo nuovo anno ci mette in guardia da alcuni rischi:

  • quello della dispersione del cuore, anzitutto;
  • quello della superficialità, non riuscendo mai a cogliere il senso profondo di ciò che avviene, scambiando ciò che è periferico con ciò che è essenziale;
  • il rischio di fare anche esperienze esaltanti senza avere un obiettivo, una direzione.

Insieme a Maria ci sono compagni di viaggio in questo nuovo anno i pastori alla cui scuola apprendiamo, invece, l’arte del mettersi in cammino quando qualcosa di nuovo si affaccia nella nostra vita. Avrebbero potuto preferire i ripari di fortuna da loro costruiti per far fronte alla notte e, invece, accettano di lasciarsi importunare divenendo così protagonisti di qualcosa di inedito. E l’inedito – ci attestano i pastori – è racchiuso nel segno fragile della carne di un bambino. Sempre così: Dio si rivela nella semplicità del tuo quotidiano. Non attendiamoci, per l’anno appena iniziato, rivelazioni prodigiose. Anche per noi l’appuntamento è nel riconoscere i germogli, teneri, fragili, che già spuntano nella nostra esistenza.

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