Giacché ti fece amor povero ancora – Natale del Signore

2Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, grande vescovo e appassionato evangelizzatore, ci ha lasciato le parole con cui ogni anno contempliamo il mistero svelato per noi nella notte santa: “Tu scendi dalle stelle”. Doveva essere davvero un uomo il cui cuore era ricolmo della presenza del Signore, se è stato capace di comporre testi e musiche che nonostante il passare degli anni, ancora parlano a noi. Tra le tante cose che scrive in “Tu scendi dalle stelle”, aggiunge: giacché ti fece amor povero ancora…

Che senso hanno queste parole in un momento storico come il nostro in cui lo scettico che abita nel cuore di ognuno di noi vorrebbe gridare: “Non è più tempo di favole”.

Perché “il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”? Se ci pensiamo, non potrebbe essere altrimenti.

Se ami ti espropri senza rivendicazioni,

se ami ti spogli di tutto senza riempirti di ciò che è solo un appesantimento,

se ami ti fai povero senza nasconderti dietro il fascino di ciò che non è tuo,

se ami ti fai umile e non arrogante,

se ami non temi di consegnarti nella tua dimensione di vulnerabilità.

Se ami accetti di entrare nella vita dell’altro accogliendo la sua misura, la sua condizione.

Se ami stai nella vita in punta di piedi.

Giacché ti fece amor povero ancora… Un Dio in punta di piedi…

Nel mistero del Natale Dio accetta di dipendere da tutti proprio come tutti gli esseri umani senza mai attingere all’uso del potere o a gesti di forza: non accetterà di essere sottomesso (così dice Lc) a un padre e a una madre? Non rispetterà forse la sua condizione di lavoratore? Non accetterà di restare per la maggior parte della sua vita in uno sperduto paese della Galilea? Non accetterà di vivere in un paese soggetto a una dominazione straniera? Non subirà le leggi ingiuste applicate alla sua condanna? Fa sua persino la condizione di dover apprendere un’educazione e un mestiere. Sceglie di entrare nella vita chiedendo il consenso, giungendo a esprimere il massimo dell’amore, proprio nel momento in cui il nostro rifiuto raggiungerà il suo apice.

Giacché ti fece amor povero ancora…

Davanti a noi ancora una volta un Dio bambino, un Dio povero come l’amore, un Dio umile come il luogo in cui è nato, un Dio uno di noi, che impara a vivere proprio come ciascuno di noi, che entra nella vita con il grido di un bambino che invoca attenzione e protezione e uscirà emettendo un forte grido, un Dio a cui non importa se il mercato si è impadronito del suo Natale ed è diventato un’immagine tra le tante di quelle che in questi giorni si rincorrono. Dio è fatto così. Si affida alle nostre mani, che talvolta sono mani mercantili e talvolta mani oranti, talvolta sono mani innocenti e talvolta mani capaci di compiere il male. L’inadeguatezza delle mani non impedisce al dono di essere ancora di nuovo offerto. Se una stalla è la prima chiesa, non c’è nulla di inadeguato ma tutto può diventare realtà nella quale Dio pone la sua dimora: anche la mia vita, la tua. Per questo mai smettere di stupirci di fronte a una tale accondiscendenza dell’amore di Dio.

Giacché ti fece amor povero ancora…

Noi celebriamo sempre il Natale tra fede (non poche volte piccola) e paganesimo (piuttosto evidente). Eppure Dio non interrompe questa sua nascita, segno manifesto del suo desiderio di consegnarsi a ciascuno secondo la sua capacità: ciascuno può farne quello che vuole. Perché è così dell’amore. Forse che chi ama può pretendere che l’altro lo riconosca e lo accolga? E nondimeno non smette di amare.

Come allora non ci fu posto per lui in quella notte, così accetta che anche oggi non ci sia posto. E questo – ecco la meraviglia del vangelo – non gli impedisce di amare gli uomini così come sono, anche l’uomo che non gli lascia un piccolo angolo dove essere deposto, anche l’uomo che lo metterà in croce.

Questo amore non nega la realtà del male ma alimenta la speranza nella riuscita del bene. Questo amore attesta che la storia non è abbandonata alle leggi del fatalismo, non corre inevitabilmente verso il baratro.

E poi ripenso a Maria e a Giuseppe: figura e modello di chi si sente chiamato a imparare ad accettare che Dio entri nella storia così come ha scelto di fare, non già secondo uno schema poetico o un copione del tutto scontato.

E penso a noi che ogni anno torniamo qui tra memorie nostalgiche e desiderio di cambiamento. Perché torniamo qui, ancora una volta? Solo per adempiere una tradizione o forse perché presagiamo che, per quanto immediatamente sembri perdente, la via scelta da Dio per stare tra gli uomini è la più vera?

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