Oltre le nostre aspettattive – Prepararsi alla liturgia domenicale (III di Avvento)

battistaAria di smarrimento e di sconcerto quella respirata da Giovanni, rabbuiato e plumbeo il cielo di Israele al tempo di Isaia, sfiduciato e asfittico il nostro clima.

Giovanni smarrito perché i tratti messianici incarnati da Gesù non corrispondevano alle sue aspettative e lui, per contro, lì in prigione a pagare il prezzo del suo essere uomo tutto d’un pezzo; il popolo di Israele al tempo di Isaia pativa la pena dell’esilio senza intravvedere all’orizzonte alcuno spiraglio se non una promessa. Ma che cos’è una promessa quando la realtà sembra smentirla ogni giorno di più? Noi, poi, attraversiamo già da tempo un momento storico in cui le previsioni sul futuro del pianeta non sono rosee, anzi…, la realtà sociale, politica ed economica è carica di tensioni che non si sa come potranno essere risolte. E come se non bastasse, la crisi di fede, la cosiddetta perdita dei valori, il vacillare di tanti punti fermi fanno presagire anni difficili. Quasi non ci riconosciamo più: una vera e propria crisi di identità, quella che ci sta attraversando, di cui non riusciamo a cogliere contorni e individuare sviluppi. Fatichiamo a vivere questo tempo di crisi come una crisi per la crescita. Ci sembra di stare vivendo una vera e propria crisi di agonia.

La domanda, il dubbio e – perché no? – la protesta affiorano naturali: vale ancora la pena continuare a sperare? È ancora possibile affidarsi a un Dio che non salva con gesti di potenza? E se avessimo sbagliato tutto? Se ci fossimo sbagliati sul suo conto? Non è che per caso dobbiamo orientare altrove il nostro sguardo, aspettarne un altro?

A contatto con le nostre domande: ecco una prima sollecitazione dalla pagina evangelica. Guai a piombare in un silenzio rassegnato e, a tratti, risentito. L’invito è a interrogare di nuovo, daccapo, Gesù: Sei tu…? Cos’ha a che fare con te tutto quanto noi viviamo?

Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete… Ecco una seconda sollecitazione: per uscire dalla domanda – processo mai concluso una volta per tutte – si ascolta e si guarda. Si attinge, cioè, dalla vita. In ogni esistenza è come racchiusa una particolare rivelazione di Dio. Tornare alla vita. Quale? La nostra, quella personale: accettare la sfida di non fermarsi ad una lettura superficiale e scorgere in profondità i segni di una reale anche se timida ripresa.

E così ritrovarci a scorgere dentro di noi che i ciechi vedono: quante volte si sono aperti i nostri occhi chiusi a lungo dal pregiudizio, dalla superficialità e dalla disperazione.

Dentro di noi accorgerci che gli zoppi camminano: quante volte i nostri passi impacciati dalla timidezza e impediti dalla paura hanno osato vie inedite, inesplorate.

Dentro di noi renderci conto che i lebbrosi sono risanati: quante volte siamo riusciti a liberarci da qualcosa che poteva sfigurarci e di nuovo abbiamo accettato di stare di fronte al volto di un altro senza temere di esserne allontanati.

Dentro di noi scoprire che  i morti risuscitano: quante volte abbiamo dato vita a qualcosa di umanamente impossibile, quante volte ci siamo dischiusi abbandonando forme di disfattismo o di pessimismo.

Dentro di noi riconoscere che i sordi odono: quante volte abbiamo provato ad ascoltare l’altro e la vita non a partire da nostre precomprensioni ma da come essi si presentavano a noi.

Dentro di noi accorgersi che ai poveri è annunciata una lieta notizia: quante volte abbiamo toccato con mano la gioia di sentirci amati quando sentivamo di non meritarlo, la gioia di uno sguardo, di una parola, di un gesto.

E beato colui che non trova in me motivo di scandalo. Per noi ci sarebbe poco di che rallegrarci per un Messia “low profile” (come si dice oggi). È scandaloso un Dio non evidente, un Dio che non si impone e la cui rivelazione è tutta sul versante del perdono e della guarigione delle ferite dell’uomo. Beatitudine riferita a noi quando accettiamo di stare nella vita non abitati da una logica di “pretesa” ma di riconoscimento e di accoglienza del reale. Così com’è.

E beato colui che non trova in me motivo di scandalo. Ci sta stretto un vangelo così, un Dio così. Tanto è vero che per non scandalizzarci troppo, lo abbiamo riscritto e pubblicato in edizioni rivedute e corrette, fregiando il nostro Dio di tutte quelle caratteristiche che a noi umani sembrerebbero consone a un dio come si deve. Ma, ahimè, lo abbiamo spogliato di quei tratti più tipici di lui: quelli di chi, di nuovo, continuamente, si compiace rivelarsi e si mostra nei gesti del prendersi cura (comprensibili da tutti, poveri compresi) e non in percorsi che sono appannaggio di pochi. E così abbiamo di nuovo aspettato un altro, ci siamo messi alla scuola di altri maestri non “low profile”, abbiamo elaborato religioni, costruito templi, privando gli uomini della lieta notizia che Gesù era venuto ad annunciare.

E beato colui che non trova in me motivo di scandalo. Sapremo raccogliere questo invito?

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