L’unica tristezza? Non essere santi – Tutti i Santi

tutti-i-santiChe cos’è che celebriamo quest’oggi? Celebriamo come il disegno di Dio si è realizzato nell’esistenza di una innumerevole moltitudine di uomini e donne. E qual è questo disegno? Che cos’è che il Padre desidera?

“Fin dall’origine del mondo, tu ci fai partecipi del tuo disegno di amore per renderci santi come tu sei santo”. Così ci fa pregare la Chiesa nella Preghiera Eucaristica della Riconciliazione I aggiungendo poi: “Aiutaci a costruire il tuo regno fino al giorno in cui verremo davanti a te, nella tua casa, santi tra i santi”. La nostra santità: desiderio del Padre, impegno dell’uomo. A ragione, perciò Maritain affermava che “non vi è che una tristezza, quella di non essere santi”. Sarebbe come aver fallito il nostro essere uomini.

Pensati a immagine e somiglianza di un Dio che è comunione di persone,  suo desiderio è che ciascuno di noi sia un instancabile tessitore di relazioni in cui l’altro non è letto come un impedimento ma come uno di cui essere custode proprio nel garantirne la diversità, uno da non omologare a me stesso.

Sappiamo, però, come proprio all’origine della convivenza umana, una volta infranto il rapporto con Dio, il primo rapporto che ne risente è quello tra fratelli. Distrutta la comunione con Dio, l’altro diventa uno di cui vuoi disporre a tuo piacimento, uno da manipolare, uno di cui appropriarti. Infranta l’amicizia con Dio, l’uomo finisce per voler essere lui al centro del mondo, per regnare signore incontrastato su ogni cosa. Nel suo delirio di onnipotenza, l’altro non può che essere visto come una minaccia da eliminare: è di ostacolo al mio bisogno di colonizzare ogni cosa. Dove nascono, infatti, tante nostre patologie relazionali se non dalla difficoltà, talvolta, a far sì che l’altro la pensi come noi e che si sottometta a ogni nostro capriccio?

La santità, invece, è la possibilità di riappropriarsi del progetto delle origini.

Santo è colui che sa di essere stato pensato da Dio e per questo accetta di vivere come da lui pensato.

Santo è colui che accetta di scardinare in se stesso questa spirale di morte introducendo un modo altro di essere uomini e donne. Santo, infatti, significa “altro, diverso”. E in cosa essere diversi?

Santo è colui che fa del suo ordinario lo straordinario della propria vita.

Santo è colui che, in tutta umiltà, considera l’altro superiore a se stesso. È colui che ha un giusto sentire di sé.

Santo è colui che accetta di compiere un passo indietro pur di vedere garantita la felicità altrui.

Santo è colui che non si reputa il centro del mondo né pretende di avere sempre e comunque l’ultima parola.

Santo è colui che riconosce che, nel mondo, la sua è soltanto una prospettiva diversa rispetto alle altre e non l’unica.

Santo è colui che vive con fedeltà e impegno tutto ciò che la vita gli chiede di assumere.

Santo è colui che vigila in ogni modo pur di porre un limite alla terribile malattia che lo vorrebbe protagonista spregiudicato di ogni situazione.

Santo è colui che fa dell’attenzione e del rispetto lo stile abituale dei rapporti.

Santo è colui che con pazienza impara a smussare i propri angoli e non cessa di lavorare a quel processo ininterrotto che consiste nell’avere in sé i sentimenti che furono in Cristo Gesù.

Santo è colui che ha capito il segreto dell’amore: infatti, sul modello del Creatore il quale, per far sì che il mondo fosse, ha dovuto ritrarsi, accetta di fare altrettanto onde permettere all’altro di essere.

Ognuno realizza questo modo di stare al mondo in modo unico e irripetibile: Pietro con la sua fede entusiasta e, tuttavia, bisognosa di essere rafforzata mediante la prova, Paolo mediante una passione del cuore che lo porta ad affermare che tutto considerava spazzatura di fronte alla conoscenza di Gesù Cristo, Francesco attraverso il suo desiderio di vivere il vangelo senza sconti, Teresa di Calcutta nel fare ogni cosa per Gesù, Giovanni Bosco attraverso la sua passione educativa, Teresa di Lisieux mediante il suo abbandono fiducioso in Dio. E via via fino a noi.

Sì, perché “a ciascuno di noi, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo” (Ef 4,7). Ognuno ha un suo dono specifico da mettere in comune, e un suo ruolo proprio. Quale il mio?

“Come un uomo vede con gli occhi, ode con gli orecchi, sente odori con le narici, parla con la lingua, opera con le mani, cammina coi piedi, a tutte le membra dà la vita, a ognuno il suo compito, così lo Spirito santo in alcuni santi compie miracoli, in altri annuncia la verità, in altri custodisce la verginità, in altri ancora promuove la castità coniugale; in alcuni santi questo, in altri quello; a ciascuno concede di realizzare l’opera propria, a tutti parimenti di vivere” (Sant’Agostino).

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