La speranza non delude – Prepararsi alla Commemorazione dei fedeli defunti

speranzaÈ il giorno della commemorazione dei fedeli defunti. Come credenti, oggi non ricordiamo la morte ma i morti: che cosa la presenza delle persone a noi care ha significato per noi, che cosa ha rappresentato il loro passaggio nella nostra vita e cosa ha provocato il loro congedo da noi. In una parola noi oggi ricordiamo il loro significato per noi. Un significato indelebile: solo la nostra morte potrà rimuoverlo. Per questo i sentimenti che attraversano il nostro cuore sono tanti e diversi: la tristezza perché non vedremo più certi volti, la gratitudine perché tanto di noi lo dobbiamo a chi non più in mezzo a noi, la preghiera perché la misericordia di Dio li trasfiguri così da renderli degni di abitare accanto a Dio, la speranza che la nostra vita non venga abbandonata al potere della morte.

Perché il bisogno di una celebrazione come questa? Perché crediamo che la morte, se può interrompere, il contatto fisico, non ha il potere di spezzare il legame profondo che unisce noi e i nostri cari in Cristo Gesù. La loro vicinanza con Dio è ciò che li abilita ad essere un tramite per noi perché non smarriamo mai la consapevolezza di un grembo nel quale saremo accolti, una volta conclusa l’esistenza terrena.

Qualcuno grida allo scandalo per i segni esterni che accompagnano una giornata come questa: si visitano cimiteri, si depongono fiori, si accendono ceri, si versano lacrime. Si grida allo scandalo perché si pensa siano gesti dettati dalla scadenza di un calendario e perciò gesti ipocriti. Non credo sia così. Proprio questi segni esterni, infatti, hanno una importanza non secondaria: si tratta di qualcosa di vitale, una vera e propria boccata d’aria. Perché dico questo? Se ci pensiamo sono gesti non legati ad alcun vantaggio, non sono finalizzati a un utile da ottenere. In un contesto relazionale in cui si è attraversati dall’ossessione del godimento e in cui tutto è monetizzato, tutto è merce di scambio in vista di un personale arricchimento, gesti come questi ci ricordano che noi siamo fatti per altro: noi viviamo non per ciò che possa in qualche modo gratificarci, ma viviamo in virtù del bene che ci siamo voluti. Sono questi i gesti che salvano la qualità umana della nostra convivenza: fuori dall’utile. Sono gesti che ricordano che c’è qualcosa che va oltre la morte.

La speranza non delude… così scriveva l’apostolo Paolo ai cristiani di Roma. Come si può sperare in un futuro quando sai che un brutto male ti sta invadendo e hai pochi mesi di vita? Come si può sperare in un futuro quando ti è strappato prematuramente un figlio? Come si può sperare in un futuro quando la solitudine ha la meglio su legami e affetti per cui tanto hai investito? Come si può sperare nel futuro quando a tradirti è l’amico, la moglie, i figli, i tuoi fratelli?

Quando la sventura ti opprime, ci si sente crollare le braccia, tanto ti senti impotente. I discorsi fatti da uomini religiosi li senti ridicoli, fuori luogo, di circostanza. Dopo duemila anni di cristianesimo, migliaia di discorsi sulla carità, migliaia di libri su Gesù e uomini e donne che pure si dicono evangelizzati, credenti continuano a farsi del male. Nulla può cambiare. Verrebbe da dire all’apostolo Paolo: la speranza delude. È impari la lotta per conservare la speranza. Il male è come quel mostro a più teste che più tagli più velocemente ricrescono. Con Giobbe verrebbe da ripetere: se posso sperare qualcosa, il regno dei morti è la mia casa… dov’è dunque la mia speranza? Con i discepoli di Emmaus vorremmo dire a Gesù: noi speravamo..,

La speranza non delude… ripete, ostinato, Paolo. La speranza non delude… non già perché finalmente gli eventi confermano le tue aspettative ma perché ti ritrovi una forza dentro che ti permette di assumerli e attraversarli senza maledire la vita. Quante le situazioni in cui non si capisce come il germoglio della speranza possa ancora continuare a crescere! Ci sono situazioni che attestano come il futuro dell’uomo non sia mai irrimediabilmente compromesso. Perché? È ancora Paolo a darcene la ragione: perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori. Sin dalle prime battute della Genesi quando la situazione dell’uomo sembrerebbe senza ritorno, Dio attesta che lo slancio dell’avventura umana non è compromesso per sempre da un destino senza appello. Un seme di speranza è già stato gettato nella nostra terra fertile. L’alleanza che egli stipula con l’uomo non si concluderà mai in un vicolo cieco. Questo dà all’uomo motivo di sperare: la fede in un Dio di cui io sono una passione d’amore. Signore, che cosa è l’uomo perché tu te ne curi? In seno alla Trinità le tre persone divine non fanno altro che ripetersi: facciamo l’uomo a nostra immagine… Progetto mai definitivamente compiuto. E lo si porta a compimento mediante il morire a ciò che è stato.

Sperare significa credere che nessun uomo sia definitivamente prigioniero del suo passato, credere che ogni uomo sia ancora capace di stupirci. L’uomo è molto di più della sua congenita esperienza di limite, possiede in sé una energia segreta – che per noi è la forza dello Spirito – una impronta di Dio che nessuno può arrivare a cancellare.

La speranza dell’uomo non si basa sui propri progressi né sulle nostre capacità. Essa ha un solo fondamento: la fiducia nella fedeltà di Dio. Per questo per il credente non c’è mai nulla di assurdo.

Persino l’insuccesso diventa rivelazione del misterioso e unico cammino possibile per l’uomo, lo stesso itinerario pasquale compiuto da Gesù. L’insuccesso ci invita a scoprire ciò per cui siamo fatti, a scegliere tra la folle ambizione di volerci realizzare con le nostre sole forze e la nostra vera grandezza: quella di lasciarci amare, di lasciarci portare a compimento da un Dio che ha avuto la strana idea di passare attraverso il fallimento della croce per dare significato a tutte le nostre disperazioni: per insegnarci a guardare di nuovo al futuro, ma con altri occhi. I suoi.

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