Cristo l’uomo all’uomo svela – XXXI domenica del T.O.

zacchaeusCi sono momenti che valgono un’eternità. Ci sono occasioni che hanno tutta l’aria della svolta di un’intera esistenza. Ci sono attimi che, se lasciati passare, rischiano di pregiudicare per sempre il senso di una vita.

Quel giorno a Gerico qualcuno intuì che il passaggio di Gesù valeva persino la pena di esporsi al ridicolo. Sì, perché Zaccheo non era certo uno a cui si stendeva il tappeto alla sua comparsa, stramaledetto com’era da tutti. Era, infatti, uno da tenere a debita distanza e, probabilmente, egli stesso evitava possibili frequentazioni. All’improvviso, però, qualcosa sembra prevalere sulle ragioni di sempre legate al calcolo, al profitto, al guadagno spregiudicato. Per la prima volta, le ragioni del cuore finiscono per avere la meglio persino sull’onorabilità di Zaccheo tant’è che comincia a spintonare pur di assicurarsi una postazione di fortuna. Forse capiamo meglio perché un giorno Gesù dirà che “chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso” (Lc 18,7). Me lo immagino Zaccheo quasi come uno scugnizzo lì a farsi largo, a sfidare gli ostacoli oggettivi, suoi di natura e di condizione morale e quelli della folla che finisce per frapporgli un muro. Ma che gli è preso tutt’ad un tratto, visto che la sua preoccupazione non era certo quella di essere benvoluto? L’ultima cosa che avrebbe voluto era crearsi problemi di coscienza. C’aveva un pelo sullo stomaco da far paura: figurati se qualcosa o qualcuno poteva smuoverlo da quel suo status di impurità in cui si era cacciato per via della sua professione. Eppure.

Il suo non era certo il desiderio di un incontro con Gesù come riporta il vangelo in altre circostanze. No, era solo curioso: gli sarebbe bastato vedere quel “tizio”. Avesse avuto un cellulare, non avrebbe esitato, forse, ad immortalarne il passaggio di sotto all’albero pur di attestare un giorno agli amici: “oh, io l’ho visto! Guardate qua”.

Galeotto fu il sicomoro: da trampolino di fortuna si rivelò una vera e propria trappola. Chi lo avrebbe detto? Mai più avrebbe immaginato che quel “tizio” avesse occhi solo per lui che si era arrampicato lassù. Scopre con somma sorpresa che se per lui Gesù era solo un “tizio”, famoso magari, ma sempre un “tizio”, per Gesù Zaccheo era il motivo di quel passaggio per Gerico: “devo fermarmi a casa tua”.

Scopre, con stupore grato, che se anche non credesse più in nulla e l’unica legge della sua vita fosse far la cresta su ogni transazione, c’era un Dio che non aveva mai smesso di credere in lui.

Conosciamo tutti lo stupore del sentirsi cercati. Sappiamo cosa significa essere in cima ai pensieri di qualcuno soprattutto quando non avremmo mai immaginato che quel qualcuno tenesse proprio a noi. A volte basta un sms perché certe nostre giornate prendano a girare diversamente. Sappiamo tutti l’importanza che ha il sapere che qualcuno si ricordi di noi e ci chiami per nome.

A volte basta questo e ti ritrovi in un’avventura senza ritorno. In quella casa non ci furono prediche né invettive né ammonizioni: l’essere stato considerato per la prima volta per quello che egli era in verità e non per quello che faceva, era stato per Zaccheo come dare la stura a inimmaginate prospettive di bene. Da dove nasce per due ragazzi la possibilità di amarsi se non dal sapere che qualcuno ha posato il suo sguardo su di te come mai era accaduto prima? Da dove nasce una vocazione se non dal sapere di essere al centro delle attenzioni di un Dio che quasi ti fa la corte? Follia, questa, o l’occasione della vita sentirsi svelare la verità di un’intera esistenza, come se tutto si ricapitolasse attorno ad un punto da cui non puoi più staccarti?

È vero: c’è una pienezza del tempo per ciascuno di noi. Né prima né dopo. Tutto accade solo quando il tuo sguardo incrocia gli occhi di uno che ti fa capire di sapere chi sei nella profondità del tuo essere. Accadde a Gerico quel giorno, accade oggi qui per noi se come Zaccheo non indugiamo a trasformare i momenti in occasioni.

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