Praticanti non credenti – In preparazione alla liturgia domenicale (XXX del T.O.)

umiltaIn guardia da una religione atea.

Ci spiazza sempre il Signore Gesù. Facciamo non poca fatica a sintonizzarci sulla sua lunghezza d’onda. È come se lo trovassimo sempre dalla parte che noi riterremmo sbagliata. Come si fa a schierarsi dalla parte di un pubblicano peccatore e non da quella di un irreprensibile (almeno così egli si ritiene) fariseo?

Era salito per pregare ma in realtà il suo era stato soltanto un movimento fisico. Prigioniero com’era di se stesso, non aveva mai mosso un passo verso Dio. Non aveva mai smesso di parlare con se stesso. Paradossale ma vero: la sua è una preghiera atea, religiosa nella forma ma pagana nella sostanza. Si tratta davvero di una religione senza fede, una religione tanto contraddittoria e incoerente perché tiene insieme un culto formalistico e legalistico e il disprezzo per l’altro: ti ringrazio perché non sono come gli altri… Nella forma ha tutto l’aspetto di un dialogo, ma nella sostanza quanta solitudine! Una religione atea, appunto. È possibile essere praticanti non credenti. Si può passare l’intera esistenza a ripetere formule, riti, gesti che però finiscono per essere soltanto la copertura del nostro vuoto, paravento dietro cui celare la nostra incredulità. Frequenta il tempio ma fa ritorno a casa con un peccato in più: il disprezzo degli altri.

Il fariseo dice il vero: le cose che menziona le compie veramente. Ma non ha compreso che non è con questi strumenti che si ha accesso a Dio. Porta con sé la pretesa di salvarsi da sé, grazie alle sue risorse, alle sue opere, ai suoi risultati, alla sua bravura. La sua religione è diventata soltanto uno specchio di presunzione: “in occasione di giudizio, in esibizione di giustizia, in pretesa di esclusione”.

È fisicamente nel luogo in cui Dio abita, davanti a Lui, ma non ha alcun bisogno di Dio. Con la sua lunga preghiera sembra avere di che istruire Dio. Nel tempio ma solo per complimentarsi con Dio perché ha un buon servitore come lui. Il paradiso gli sarà dovuto perché Dio è in debito nei suoi confronti. Con il suo atteggiamento il fariseo ha finito per rendere inutile persino Dio.

Quando si sfasa il rapporto con Dio, si sfasa anche il rapporto  con gli altri (e viceversa). Per questo nasce il confronto, la critica, il giudizio, la condanna.

In fondo, a distanza, un uomo disprezzato perché opportunista, ladro, traditore, collaborazionista col potere occupante. Quell’uomo è consapevole della sua distanza da Dio: riconosce il suo peccato ma confessa anche che Dio è più grande del suo peccato. Il suo era stato davvero un salire a pregare perché desiderava fare esperienza della misericordia di Dio. Pur vergognandosi di se stesso, sente che questo non è l’ultima parola sulla sua vita e per questo, fiducioso, si abbandona tra le braccia di un Padre che non ci tratta secondo le nostre colpe, non ci ripaga secondo i nostri peccati. Brevissima la preghiera del pubblicano: pronto a lasciare che sia Dio a pronunciare una parola su di lui. Si riconosce per quello che è, senza mistificazioni. Non può salvarsi da sé. Per una vita nuova ha bisogno di essere rigenerato dal perdono.

Tutto sembrerebbe concludersi nel confronto tra due diversi modi di stare nella vita e davanti a Dio. Ma in realtà non è questo ciò che interessa al Signore Gesù. Accanto ai due personaggi, infatti, ve n’è un terzo che non entra direttamente in scena ma che nondimeno è chiamato in causa: Dio. Le parole finali di Gesù attestano come la pensa Dio: proprio questo pubblicano tanto disprezzato dal fariseo, proprio lui è risultato ben accetto davanti a Dio.  Il punto in questione è proprio questo: il Dio rivelatoci da Gesù è un Dio il cui amore è senza condizioni, ha perdonato al pubblicano senza chiedergli nulla in anticipo. Gesù non elogia certo la sua vita di pubblicano come del resto non disprezza le opere del fariseo. Ciò che mette in luce è piuttosto l’atteggiamento: il non presumere di sé e l’affidarsi a Dio.

L’immagine di Dio che il fariseo porta con sé è costretta in una logica retributiva, un Dio incapace di gratuità e discriminante; quella del pubblicano, invece, è l’immagine di un Dio che fa grazia e manifesta la sua compassione soltanto perché è buono.

 Noi amiamo perché Dio ci ha amati per primo (1Gv 4,19). Non è possibile essere credenti se non a partire da questa consapevolezza: sono stato amato quando ero ancora peccatore. Bando perciò a ogni forma di arroganza e alla pretesa di trovare giustificazione nelle opere delle proprie mani.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.