Connessioni tra l’umanità e la Trinità – Ss. Angeli Custodi

Torna a proposito – segno che il cielo non è chiuso sopra di noi – l’odierna celebrazione degli angeli custodi. Essa delinea un preciso volto di Chiesa.
Una comunità capace di sperare, testimone che l’ultima parola sul mondo, sulla storia, non l’avrà il male. Essere segno di questo, promuovere la vittoria sul male attraverso un serio percorso di riconciliazione a carattere personale e comunitario. Una comunità che riconoscendo il primato di Dio diviene capace di mettere in luce il bene.
Sono giorni, i nostri, in cui più difficilmente riusciamo a guardare al futuro con speranza e fiducia. Sono giorni convulsi nei quali più volte l’animo resta sospeso. Non poche volte ci attraversa la convinzione che nulla abbia più un senso. Penso alla stagione ecclesiale che stiamo vivendo ma anche alla particolare congiuntura politico-economico-sociale.
Erano così i giorni anche quando l’autore dell’Apocalisse scriveva ai cristiani dell’Asia Minore, smarriti e scoraggiati perché il messaggio evangelico era apparentemente smentito dalla vittoria delle forze del male e perciò erano tentati, come noi, di scendere a compromessi, specie dinanzi al profilarsi di persecuzioni. Tanto il male l’ha comunque vinta.
La festa odierna, invece, ci consegna un primo dato: che cioè la conflittualità è una dimensione permanente nel cammino dell’uomo e ancor più dei credenti. E noi ci sentiamo un po’ tutti come una donna con in braccio un bambino, come narra l’Apocalisse, figura della condizione di precarietà che ci appartiene e che durerà finché dura la storia, sempre esposti al pericolo.
Ecco perché torna a proposito questa festa: essa ci invita a guardare alla storia non a partire dai singoli accadimenti che finiscono per sovrastarci e farci leggere la parte per il tutto, ma a partire dalla fine.
Ai cristiani di allora come a noi viene annunciato: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere… Il cielo non è chiuso. Cielo e terra non sono separati e Dio si comunica all’uomo mediante il dono del Figlio suo Gesù e mediante la carne fragile di uomini e donne che consapevoli del loro ruolo, non cedono al fascino di rivendicare una propria autonomia che estrometta Dio per principio.
Il cielo, dunque, non è chiuso, anche se nubi di violenza e di morte vorrebbero convincerci che così non è. L’amicizia con Dio è ritrovata, l’alleanza ristabilita. C’è un’altra storia che Dio scrive attraverso uomini e donne docili alla sua Parola, che ancora credono che le sue parole possono compiersi, in loro anzitutto.
Il disegno di salvezza si realizza certamente, proprio attraverso l’opacità drammatica delle vicende terrene. Non dimentichiamo che il mistero pasquale ci annuncia che siamo salvati nella morte. Cosa può voler dire, allora, attraversare i nostri giorni, questi giorni, nella consapevolezza che Dio è fedele alla promessa?
Partecipiamo già ora di quello che vivremo alla fine in pienezza se ci impegniamo a vivere non nell’orgoglio spavaldo ma riponendo la nostra fiducia nell’amore, non seguendo logiche perverse di violenza ma quelle umili del vangelo. Questo non ci risparmierà l’esperienza della conflittualità: ma la consapevolezza che ci abita è quella che nella fine è l’inizio.
L’andare e venire degli angeli ricorda il nostro andare e venire da Dio. Compito della comunità cristiana è quello di ristabilire connessioni tra l’umanità e la Trinità. Essere segno per l’umanità del fatto che a Dio sta cuore la sorte di ogni uomo, tanto è vero che ha posto gli angeli a sua custodia. In qualche modo ciascuno di noi è costituito custode di altri, facendo gustare loro la bellezza di avere Dio per Padre.
Questa festa ci ricorda ancora l’importanza del custodire i germogli che accennano timidi passi di conversione, se è vero che gli angeli in cielo gioiscono per un peccatore che si converte. Dalla parte della gioia, quella di chi vede che il Signore ancora una volta si fa strada nel cuore degli uomini.

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