Il lievito da togliere – Esequie zio Antonio Fuzaro

mani oranti

Eravamo entrati nei Primi Vespri della festa della Madonna Nera del Sacro Monte di Viggiano, quando il Signore ha chiamato lo zio Antonio a vivere la sua Pasqua. Una vera grazia entrare nella vita per sempre scortati e presi per mano dalla mano della Madre di Dio, colei che più di ogni altra persona sulla terra ha conosciuto la fatica e la grazia dei vari passaggi che il Signore le ha chiesto di vivere con spirito di fede.

Solo pochi giorni fa don Antonio gli ha amministrato i Sacramenti perché il suo passaggio potesse essere rinfrancato e sostenuto dalla grazia del Signore.

Con la scomparsa dello zio, viene a mancare una pagina importante della nostra vita di famiglia. Per la sua storia travagliata sin dall’infanzia – nato in Brasile nel 1929, era venuto in Italia appena bambino presto rimasto orfano del padre – custodiva un innato senso di stupore, di meraviglia che quasi ritornava bambino allorquando gli si diceva qualcosa. Il lavoro vissuto come forma di riscatto era la sua occupazione.

La memoria va indietro nel tempo e ritrova pagine all’insegna della semplicità e della compartecipazione, dai momenti di festa (come l’uccisione dei maiali) a quelli più faticosi della seminagione e della raccolta dei frutti della terra, momenti vissuti all’insegna di uno stile in cui tutto era sdrammatizzato e lenito proprio per la presenza degli uni nella vita degli altri. Per spiegare la mia vocazione, si stupiva sempre del fatto – e non tardava a raccontarlo a chiunque – che quando da piccolo andavo in campagna, appena suonava la campana della chiesa, io lasciavo tutto e correvo alla preghiera. Fiero e orgoglioso di avere un nipote prete, avrebbe voluto essere con noi domenica prossima e aveva fatto di tutto perché prima della mia partenza potessi essere suo ospite a casa. Dispiaciuto per la mia partenza, la sera si abbandonava alle lacrime, ma poi si riprendeva pensando al fatto che il vescovo abbia voluto affidarmi un incarico delicato.

La serenità con cui ha vissuto questi ultimi mesi è stata un vero viatico che ha permesso di lenire una vita fatta di non pochi sacrifici e prove.

La liturgia di questo lunedì suggerisce come va celebrata la Pasqua e come vanno attraversati i nostri passaggi.

“Togliete via il lievito vecchio”.

Quando mettiamo il lievito nella pasta, mettiamo qualcosa di piccolo rispetto alla massa tutta intera eppure solo così essa fermenta e diventa buon pane da mangiare. Se però il lievito che mettiamo nella pasta è cattivo, allora tutta la pasta si corrompe ed è da buttare via.

Ora, come non si poteva celebrare la pasqua ebraica con del pane fermentato, così non si può vivere la nostra pasqua personale con quella zavorra che è costituita dalle scorie del peccato. C’è sempre un male accovacciato alla nostra porta: esso esercita una vera e propria brama su di noi (cfr. Gen 4,7).

C’è qualcosa nelle nostre relazioni che permette lo sviluppo e la fecondità oppure il blocco e la morte. C’è un vero e proprio lievito che permette l’uno o produce l’altro. Che lievito uso? Nella comunità di Corinto a cui l’apostolo Paolo si rivolge, era bastato il peccato di uno per pregiudicare il clima di una intera comunità. C’è qualcosa da eliminare per conoscere un nuovo ciclo vitale, sostiene l’apostolo.

La vita dell’uomo è una pasqua perenne, un continuo passaggio da quando veniamo alla luce a quando chiudiamo gli occhi a questo mondo. Come si vivono i nostri passaggi? Facendo quello che la donna ebrea compiva in occasione della pasqua: rovistava in tutta la casa per far scomparire ogni briciola di pane fermentato. Il credente deve compiere la stessa operazione: far sparire… Ma per far sparire è anzitutto necessario riconoscere, ossia individuare dove è nascosta ogni minima cosa che rischia di diventare principio di corruzione. E bisogna farlo a lume di candela, vale a dire rovistando in ogni angolo più nascosto. La nostra candela è la Parola di Dio, è essa che illumina aiutandoci a riflettere, a fare un serio esame di coscienza per scovare la radice di tanti nostri malumori, di tanti nostri dissapori, dove radica la nostra indolenza, dove si alimenta il nostro sguardo negativo e fuorviante, dove si nutre tanta nostra violenza.

Come cristiani, ripete san Paolo, non abbiamo nulla da spartire con il vecchio lievito. Noi, però, siamo pasta nuova, un nuovo impasto quando la nostra vita si traduce in uno stile di sincerità. La sincerità (eilikrineiias in greco) è una vita che messa alla luce del sole risulta trasparente. Il suo opposto è l’ipocrisia, la doppiezza, il tenere più alla nostra immagine davanti agli altri che non davanti a Dio, dare più importanza a ciò che gli altri pensano di noi che non a ciò che Dio pensa di noi. Si sa: l’uomo guarda l’apparenza, il Signore, invece, scruta il cuore.

Lo salutiamo in questo giorno in cui si celebra per la prima volta la memoria di Santa Teresa di Calcutta. Mi piace accogliere da lei un monito preziosissimo che diventa impegno per ciascuno di noi: “Ricordati che quando moriremo, porteremo con noi una sola valigia: quella della carità”.

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