Sai cosa stai facendo? Prepararsi alla liturgia domenicale (XXIII del T.O.)

punto interrogativoCi sono alcune domande che sento affiorare con forza da questa liturgia della Parola: “tu sai cosa stai facendo? Sei consapevole di ciò che comporta quello che hai scelto di intraprendere? Perché continui a starmi dietro?”. Sono le domande che pone a noi un Gesù non preoccupato di consenso e di numeri. Erano le domande che sempre si sono posti i grandi amici di Dio. San Bernardo si chiedeva quotidianamente: “Bernarde, ad quid venisti? (Perché sei venuto qui? Perché hai fatto questa scelta di vita?)”. Il rischio di non cogliere la scelta di vita cristiana nell’ordine dell’amore (nata cioè come un’aderire alla bellezza della relazione con Gesù Cristo) è dietro l’angolo e quando ciò accade essa è ridotta a una logica da prestazione.

Certo, se siamo qui è perché in qualche modo abbiamo scelto di metterci alla sequela di Gesù. Tuttavia, Gesù è preoccupato del fatto che pur avendo deciso di stargli dietro, non poche cose appesantiscano il cammino e rallentino il passo.

Ci può essere, infatti, uno stargli dietro che si traduce come un condividere le sue idee, come un ammirarlo per quello che è e per quello che fa. La folla che gli andava dietro era attratta da quei gesti di liberazione di cui egli era capace, ma non tarderà a tirarsi indietro in quel momento di verità rappresentato dalla sua passione e morte.

A Gesù, però, interessa la disponibilità a seguirne lo stile, la capacità di lasciarsi associare alla sua sorte, la volontà di affidare alle sue mani tutto, persino il mondo degli affetti. Questo non già perché viene riprovato il mondo dei nostri legami ma perché essi non vengano vissuti nella logica asfittica del dare e dell’avere. La decisione di mettere tutto nelle mani di Gesù equivale a non scegliere nulla come un tesoro da difendere, talvolta persino contro di lui. Quante cose vengono prima di lui! Tutto ciò che non è letto alla luce del mio rapporto con Gesù Cristo, rischia di assurgere ad assoluto cui non poche volte si finisce per sacrificare il proprio Dio e se stessi. Quanta idolatria nella nostra vita di credenti!

Quello proposto da Gesù è un vero e proprio esercizio di libertà che passa attraverso un sano rapporto con il vuoto e con la mancanza: siamo chiamati a passare dalla facilità del possedere alla fatica dell’esserne affrancati. Perché qualcuno possa essere ospitato nel nostro cuore non è forse necessario creare lo spazio necessario per accoglierlo? Non c’è spazio là dove tutto è occupato.

Imparare a perdere è quell’esercizio necessario per non patire il rischio della saturazione. Cosa accade, infatti, quando siamo saturi? Che si finisce per chiudersi in se stessi con l’unica preoccupazione di garantire quello che abbiamo raggiunto. Ma questa è una vera e propria cristallizzazione: non siamo più noi a possedere le cose ma sono le cose che possiedono noi.

Gesù ci introduce in una vera e propria esperienza di iniziazione perché nessuno resti irretito nelle maglie di legami che non sono illuminati dalla luce della sua presenza. Stare dietro a lui non è qualcosa di facile, di immediatamente accessibile. Proprio come non lo è l’amore: se innamorarsi accade in un attimo, amare richiede l’esercizio di una intera esistenza. Per questo propone un vero e proprio itinerario:

  • rinnegare se stessi, meglio tradotto come cessare di vivere autocentrati; il mio centro, infatti, è nel Signore;
  • prendere la propria croce: non cessare il legame con il Signore neppure nelle difficoltà;
  • ‘odiare’ (ossia amare nel modo giusto) i propri affetti: non permettere che nulla prenda il posto che spetta al Signore;
  • rinunciare ai propri beni: non identificarsi con nient’altro che non sia il Signore.

Il cammino di sequela è un po’ come un costruire una torre. È necessario:

  • sedersi, ossia non lasciarsi travolgere dall’ansia;
  • calcolare, ossia mettere insieme tutte le energie necessarie da investire;
  • spendere, ossia investire tutto ciò di cui si dispone;
  • impegnarsi nel portare a compimento ciò che si è intrapreso.

Ciò che conta, infatti, è il per sempre, fino al compimento.

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