Tutto è grazia – Saluto alla comunità di Tramutola

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“Dio sa quello che fa e fa bene ogni cosa”. Queste parole di Madre Chiara Ricci, serva di Dio di origini savonesi, mi hanno accompagnato un po’ in tutti i momenti in cui la mia vita conosceva uno snodo. Di fronte a ciò che destabilizzava piani e progetti, la consapevolezza che anche in quel frangente la mia vita fosse cara a Dio, mi ha permesso di abbandonarmi fiducioso al modo in cui andavano profilandosi le cose per me.

Qualche mese fa, quando l’Arcivescovo mi ha chiesto di lasciare questa comunità parrocchiale, tanti e contrastanti sono stati i miei sentimenti: gratitudine per la fiducia accordatami ma anche timore per il nuovo incarico unito al rammarico di non poter continuare quanto avviato con voi.

Che cos’è, però, che mi ha spinto ad accettare quanto il vescovo mi chiedeva? Una sola cosa: il fatto che non sia stato io a cercare questo trasferimento. Esso nasceva, infatti, da come il nuovo Arcivescovo ha pensato la diocesi e, in particolare, il centro storico di Potenza. In quel momento mi sono tornate alla mente le parole che il vescovo, tenendo tra le sue mani quelle del candidato, gli rivolge durante la liturgia di ordinazione: “Prometti a me e ai miei successori filiale rispetto e obbedienza?”. E io, come tutti, ho risposto: “Sì, lo prometto”. E a sigillo di questo il vescovo aggiunge: “Dio porti a compimento l’opera che ha iniziato in te”. L’opera di Dio, infatti, si compie là dove ci si mette a disposizione di ciò che Egli suggerisce per il tramite di persone o di situazioni.

Certo, i passaggi, tutti i passaggi (anche questo lo è) sono momenti da viversi con fede. Che cos’è la fede, infatti, se non un penetrare il senso delle cose e degli avvenimenti per cogliervi un modo particolare di rivelarsi da parte di Dio? Né io né voi avevamo messo in conto che il Signore ci chiedesse di chiudere un capitolo per aprirci a qualcosa di inedito tanto per me quanto per voi.

È vero, alcuni eventi inquietano e non poco. Di fronte ai fatti, però, direbbe il filosofo Spinoza, “non irridere, non compiangere, non disprezzare ma provare a leggere dentro, oltre (intelligere)”. Credere, allora, è imparare a leggere gli eventi, le situazioni, le parole, le persone, gli incontri, persino le morti.

Perché questo accada sono indispensabili alcuni atteggiamenti:

  • saper perdere e saper distaccarsi da ciò che finora possiamo aver imparato o vissuto: “Lascia la tua terra…” (Gen 12,10);
  • sentirsi discepoli sempre in cammino: “va’ verso una terra che io t’indicherò” (Gen 12,11b);
  • essere disposti al confronto. Capita sovente di cercare il confronto per difendere le proprie convinzioni invece che disporsi a essere messi in questione: “io non cerco la mia gloria… io cerco e osservo la volontà del Padre”, dirà Gesù ai Giudei che lo contesteranno.

Lo so: avrò deluso tante vostre legittime aspettative, ultima, quella di tenermi qui in mezzo a voi. Mi avreste voluto più “compagnone”, forse, più presente lungo il Corso o nei momenti di aggregazione sociale e, invece, avete scoperto tanti miei limiti tra i quali una certa ritrosia a certe forme del vivere sociale.

Quando venni in mezzo a voi, in una serata come questa, dissi che non pensavo il mio ministero di parroco come concorrenziale alle tante associazioni presenti sul nostro territorio. Venivo, invece, col desiderio di mettermi a servizio delle aspettative di Dio su ciascuno di voi e su questa comunità. Venivo col desiderio di costruire una comunità che fosse primizia di quello che vivremo per sempre quando vedremo Dio faccia a faccia. Non so se ci sono riuscito, lo sa Dio: di certo posso confessare che, pur tra tanti limiti, questo è stato ciò che ha animato il mio stare in mezzo a voi e le iniziative che in questi anni ho proposto alla comunità. Ho desiderato vivamente con tutto me stesso farvi “conoscere, amare e servire il Signore su questa terra per poi goderlo in pienezza in Paradiso”, come recita il catechismo.

Posso ripetere in tutta franchezza quello che l’apostolo Paolo scrive ai Corinzi: “Ringrazio continuamente il mio Dio per voi, a motivo della grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù, perché in lui siete stati arricchiti di tutti i doni, quelli della parola e quelli della scienza. La testimonianza di Cristo si è infatti stabilita tra voi così saldamente, che nessun dono di grazia più vi manca, mentre aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo. Egli vi confermerà sino alla fine” (1Cor 1,4-8).

I motivi per cui dire grazie questa sera sono tanti. Uno fra tutti, però, predomina sugli altri: la disponibilità da parte di tanti di voi a lasciarsi abbeverare alla sorgente di acqua viva che è Cristo Gesù. Lo avete fatto con la partecipazione assidua e convinta ai vari momenti di riflessione e di preghiera che insieme abbiamo condiviso anche in orari ai quali eravate poco abituati. Ho letto in quella vostra presenza il bisogno nascosto non già di un diversivo per le noiose serate paesane ma quello di una parola che gettasse luce su quanto ciascuno di voi stava vivendo. E so che tanti si sono lasciati raggiungere e toccare dalla grazia di Dio che sempre visita e conforta i nostri cuori.

Grazie a don Antonio che sempre mi ha assicurato la sua amicizia ancor prima che la sua disponibilità. Grazie alle due amministrazioni comunali con cui ho avuto la gioia di lavorare come pastore. Grazie alle autorità militari con cui si è creata sin da subito un’ottima intesa. Grazie alla mia famiglia che mi ha accompagnato con discrezione. Grazie a chi ha collaborato nella liturgia (ministranti, coro, lettori) come nella catechesi, a chi ha tenuto pulito questo luogo e le altre cappelle e a chi ha curato la biancheria degli altari e preparato le ostie, a chi ha curato la buona riuscita delle feste come di altri momenti della vita comunitaria, a chi si è preso cura della mia persona in casa e a chi, chiamato per un intervento, non ha fatto mancare la sua collaborazione quando più era necessaria, a chi mi ha sostenuto con la preghiera, con l’affetto e l’amicizia. Un grazie di cuore a Raffaele e a Francesco, su cui ho potuto contare in ogni circostanza. Tutti voi, nessuno escluso, siete il centuplo che Gesù ha accordato a chi per amore del Suo nome avesse lasciato affetti e occupazioni.

Custodisco gelosamente nel mio cuore i tanti momenti di gioia e di dolore che insieme abbiamo vissuto. Non molti giorni fa ho amministrato il sacramento dell’unzione a una persona che al termine del rito, sapendo della mia partenza, mi ha chiesto: “Le posso dare un bacio?”. Quel bacio è tra i doni più belli che abbia mai ricevuto in vita mia.

La pagina di chiesa che insieme abbiamo scritto è il frutto della collaborazione di quanti apertamente o nel nascondimento (penso agli anziani, ai malati, a quanti stasera non possono essere qui perché impediti da un lutto o da altre situazioni) hanno edificato questa loro casa comune. C’è una economia della grazia di Dio che va oltre quello che si vede e che, nondimeno, è materiale prezioso perché fa da collante per tutte le tessere del mosaico.

Vorrei chiedere perdono se qualche mio atteggiamento, magari involontario, possa aver recato scandalo a qualcuno. Se qualche volta ho alzato la voce, nasceva dalla passione che ho nutrito per questa comunità, proprio come farebbe un genitore verso il figlio che ama. Le inevitabili incomprensioni di ogni vivere umano le affido alla misericordia di Dio. Parto senza serbare alcun rancore: nel mio cuore, nessuno si senta alle strette.

Viviamo questo saluto in un giorno in cui il vangelo mette a tema proprio il riconoscimento. Il Signore non poteva farci dono migliore di questa Parola: per noi l’essere riconosciuti significa “esserci”, l’essere apprezzati vuol dire “valere”, l’essere cercati equivale ad “essere graditi”. Il vangelo, invece, ricorda a noi che il valore di persone o di cose non è commisurato all’indice di gradimento né al fatto che qualcuno si accorga di loro. Quando il Signore pensa alla comunità dei discepoli la pensa sul modello di Dio il quale crea ritirandosi.

Come vorrei che facessimo nostri, io e voi, i consigli lasciatici dalla I lettura!

  • Sii modesto e umile. Tutto ciò che sono, tutto ciò che ho mi viene da un altro: la vita, i beni, la misericordia, il perdono. Tutto è grazia! L’umiltà nasce là dove è viva la consapevolezza di essere da Dio da cui tutto si riceve per gli altri. Umiltà è senso delle proporzioni di fronte a Dio e anche di fronte agli uomini.
  • Chi ha imparato dal confronto con Dio a soppesare giustamente se stesso, (ad avere di sé una giusta considerazione”), impara anche come stare davanti alla propria attività e agli altri: con modestia, cioè, con moderazione, con rispetto e con pazienza, estraneo alla svalutazione orgogliosa degli altri, estraneo alla non considerazione dell’altro.
  • Sii un ascoltatore che scruta. Cosa? Ogni cosa: una parola, una pagina biblica, un volto, un evento, il creato. Saggio è colui che, giorno dopo giorno, si dedica all’ascolto dei messaggi nascosti nel linguaggio del quotidiano, un linguaggio che va accolto nel profondo per esservi meditato e perciò decodificato (“Maria serbava tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”, Lc 2,19). Non c’è possibilità di saggezza per l’uomo distratto, sempre in movimento, incapace di mettersi a sedere tranquillo a riflettere: sarà travolto dagli eventi a catena che si susseguono nelle nostre vicende.

Concludo con le parole di papa Giovanni XXIII: “All’avvenire penserà la Provvidenza. Penserà a me e penserà a voi. Fidiamoci della Provvidenza del Signore. È sempre buona MADRE!”.

Quanto insieme abbiamo vissuto è seme gettato nei solchi della vita di ognuno. Da adesso esso deve fruttificare in questa nuova stagione che attende me e voi: io con le persone che la Provvidenza di Dio mette sul mio cammino, voi col nuovo pastore che tra pochi giorni accoglierete.

“A colui che in tutto ha potere di fare
molto più di quanto possiamo domandare o pensare,
secondo la potenza che già opera in noi,
a lui la gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù
per tutte le generazioni, nei secoli dei secoli! Amen” (Eb 3,20-21).

 

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