Al posto giusto – Prepararsi alla liturgia domenicale (XXII del T.O.)

banchettoCome Dio sogna il mondo: è di questo che ci narra la Parola di questa domenica. Il mondo, nel sogno di Dio, è un grande banchetto a cui vuole invitare tutta l’umanità per nutrirla del pane del suo amore e della sua amicizia. Guai a farlo diventare una corsa ai primi posti o motivo per stabilire precedenze: tradiremmo l’essenza stessa del banchetto e della vita.

La circostanza di un banchetto a cui è invitato lo stesso Gesù diviene occasione per precisare come sedere al banchetto della vita al quale il Padre ci ha invitati chiamandoci all’esistenza.

La scuola del vangelo non è certo la scuola dell’ovvio per questo la lezione che il Maestro imparte, ha tutti i tratti della paradossalità. La lezione dell’ultimo posto. È il posto che dobbiamo imparare ad occupare. Perché è il posto che Dio ha occupato quando ha scelto di avere a che fare con l’uomo. Lo ha addirittura rivendicato quella sera durante la cena quando cintosi di un grembiule aveva iniziato a lavare i piedi dei suoi amici. Pietro aveva recalcitrato protestando che al Signore non spetta affatto quel posto. E invece no: quello è il posto di Dio perché quello è il posto dell’uomo quando si pone di fronte all’altro senza voler prevaricare.

Si tratta di un altro modo di scrivere la storia, completamente antitetico a come per natura saremmo portati a scriverla o a leggerla. La storia dell’umanità potrebbe essere letta, infatti, come una corsa perenne al primo posto per raggiungere il quale non poche volte lo si ruba a qualcun altro. Per innalzarsi, non di rado si è costretti ad abbassare e squalificare l’altro.

La lezione che abbiamo appreso col latte materno è quella di prendere le distanze dagli altri, imporsi, emergere, primeggiare in mille modi: dal modo di vestire al modo in cui arrediamo una casa, dallo sfoggio di cultura alle qualifiche da esibire. Abbiamo tutti respirato quest’aria, purtroppo, nonostante continuiamo a professarci discepoli del Signore Gesù. È l’aria dell’ipertrofia dell’io che in qualche fase o situazione della vita condiziona e incrina non pochi rapporti umani.

Lo stile dei discepoli, dice Gesù, è uno stile umile, è lo stile della capacità di mettersi dopo gli altri. Perché questo è stato il suo stile: fino a donare se stesso perché gli altri – noi – potessimo avere la vita. Lo stile della mitezza, del lasciare che l’altro sia.

Da parte di Gesù non c’è nessuna richiesta di disprezzarsi quanto piuttosto dell’avere di sé la giusta considerazione: è logico essere umile perché io sono un essere limitato, sono creatura, padrone neppure di un capello del proprio capo. È un atteggiamento di sano realismo quello al quale ci introduce il Signore Gesù. È l’atteggiamento di chi è consapevole che la realtà è di gran lunga più grande di lui.

Avere il senso della misura, riconoscendo i propri talenti come i propri limiti: vivere realisticamente la nostra misura è ciò che attira su di noi lo sguardo di Dio mentre vivere l’esaltazione fanatica e illusoria della nostra autonoma affermazione rivela tutta la nostra soffocante insufficienza. La gloria vera, infatti, non dipende da uno stupido gioco di precedenze quanto dalla consapevolezza di essere voluti, amati e chiamati al banchetto della vita nonostante il nostro essere creature.

Lo stile assunto da Gesù vorrebbe poter mettere ordine nelle nostre relazioni e così da competitivi divenire solidali, da astiosi divenire pacifici, da distanti divenire prossimi. Imparare a stimare l’altro, aiutarlo nella difficoltà, comprenderlo se sbaglia, gioire nel vederlo crescere o addirittura quando riesce a superarci perché egli mi appartiene.

Gratuità, donazione, semplicità: sono l’uscita di sicurezza dalle strettoie di un’esistenza pesantemente condizionata dalla logica del potere e dell’avere, dall’illusione dell’onnipotenza, dal disprezzo di chi nel gioco della vita risulta perdente.

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