Oltre le statistiche – Prepararsi alla liturgia domenicale (XXI del T.O.)

porta-strettaIn guardia dal rischio di ricercare indicazioni statistiche in base alle quali accontentarsi di stare nella media. È questo, infatti, il retroterra da cui nasce la domanda di quel tale che chiede a Gesù se sono pochi quelli che si salvano. Della serie: se non sono pochi, forse c’è anche per me qualche possibilità di scampo; dopo tutto non sono peggiore di tanti altri.

È più forte di noi stabilire criteri di vicinanza e lontananza da Dio convinti come siamo che Dio usi le nostre stesse unità di misura. Per fortuna non è così: a ripercorrere il vangelo, infatti, si resta non poco sconcertati nel constatare che, stando a quello che attesta il Signore Gesù, vicini, talvolta, sono proprio coloro che noi di buon grado definiremmo lontani. Lontani, sì, ma dalla nostra immagine di Dio, non certo da quella che Gesù ci ha rivelato: vi sono ultimi che saranno primi e vi sono primi che saranno ultimi… Pubblicani e peccatori vi precedono… Lontananza e vicinanza non si misurano dalle nostre postazioni ma soltanto dal cuore stesso di Dio, il cuore che intravede germogli là dove, forse, un occhio meno attento avrebbe riconosciuto solo desolazione.

Sarà la sorpresa dell’ultimo giorno quando vedremo sedere a mensa quanti, magari, noi abbiamo finito per escludere persino dalle nostre assemblee eucaristiche perché abbiamo usato una unità di misura troppo basata sulla ristrettezza di certe nostre vedute che non poche volte va di pari passo con una ristrettezza del cuore.

A quel tale Gesù propone di andare oltre la formulazione di una domanda astratta tipica delle dispute. Gesù risponde alla domanda correggendola e portandola su un altro piano. La questione, infatti, non è da porre in termini astratti bensì personali: sforzatevi… E il verbo greco è agonizo, da cui agonia, la lotta estrema che l’uomo ingaggia per strappare la sua vita dalle mani della morte.

Dio vuole che tutti gli uomini siano salvi ma questo esige da parte dell’uomo una vera e propria lotta da ingaggiare contro tutto ciò che finisce per cristallizzare tanto la vita quanto la fede. Accogliere la gratuità del dono di Dio si traduce in una esistenza capace di ospitalità verso ogni uomo vincendo – attraverso la lotta, appunto – tutto ciò che esprime solo un criterio egoistico del vivere.

Non casuale mi pare l’annotazione con cui Lc apre il brano evangelico là dove riporta che Gesù era in cammino verso Gerusalemme. Come a dire che a salvarci non è una pretesa familiarità con lui o chissà quale frequentazione di riti. A salvarci è soltanto la disponibilità a stare in cammino. Si salva chi accoglie la sfida permanente del cammino, chi vince la tentazione della staticità che spesso si declina con quell’atteggiamento di sufficienza proprio di chi non si lascia interpellare più da nulla e perciò si sente arrivato. Accettare la sfida del cammino, invece, mette a tema il rischio dell’incontro e la possibilità che nuove domande affiorino nel proprio cuore, di quelle che inquietano e perciò inducono alla scoperta di nuovi itinerari.

Credente non è chi ha fatto della sua fede uno status, un habitus ma chi accetta di arrischiarsi verso la propria Gerusalemme, quel luogo cioè, dove non scontata è la fede quando la derisione, la sconfitta e persino la morte sembrano smentire quanto finora perseguito o raggiunto.

La porta stretta da attraversare dice la necessità di farsi piccolo per poter essere trovati idonei al passaggio. Stretta la porta ma non chiusa se non per chi non accetta quel percorso di ridimensionamento che porta a conformare la propria esistenza su quella del Signore Gesù. Egli stesso, infatti, ha conosciuto sulla sua pelle la necessità di spogliarsi delle sue prerogative divine insegnandoci che non c’è altra via per avere accesso al Regno se non quella del diventare bambini, del farsi piccoli.

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