Non disperare – S. Bernardo abate

san bernardoChissà cosa avranno pensato i monaci di Citeaux il giorno in cui alla porta del loro monastero bussò un giovane sulla ventina, insieme ad altri trenta giovani tra parenti ed amici? Era un monastero fondato da poco e già decadente: stava per essere chiuso quando Bernardo vi giunge. Che cosa spingerà mai suo padre e altri tra fratelli e zii a seguirne le orme pochi anni dopo? Indubbiamente Bernardo doveva essere quello che noi oggi definiremmo un leader, un trascinatore se a Citeaux non ci sarà posto per tutti quelli che vorranno seguirlo e perciò sarà necessario fondare altri monasteri: oltre 350! Aveva solo 25 anni quando si troverà a fondare e guidare il monastero di Chiaravalle.

Bernardo non era un amministratore, era, invece, un innamorato di Dio. Era questo ciò che in lui risplendeva più di ogni altra cosa. Sapeva cosa volesse significare aver fatto esperienza del Signore Gesù: “expertus potest credere quid sit Iesum diligere” (solo chi ne ha fatto esperienza può comprendere cosa sia amare Gesù). Aveva come toccato con mano (uno dei primi, forse, ad usare la parola esperienza) cosa voglia dire gustare la misericordia di Dio: contemplate l’abisso della sua tenerezza senza fine e confidate.

Si era sentito guardare da lui e questo aveva impresso nel suo cuore una memoria indelebile, se è vero che più tardi arriverà a comporre uno degli inni più belli che siano stati mai composti: Jesu dulcis memoria. Amava ripetere che “noi amiamo Dio perché abbiamo provato e sappiamo quanto sia dolce il Signore”. L’amicizia con il Signore Gesù era ciò che guidava ogni suo gesto. La vita è degna di essere vissuta nella misura in cui possiamo godere della presenza del Signore Gesù. Era questo ciò che dava colore e tono alla sua giornata: per questo desidererà per sé e per i suoi monaci una vita sobria, essenziale, senza orpelli. “Arido è ogni cibo dell’anima”, confessa, “se non è irrorato con questo olio; insipido, se non è condito con questo sale. Quello che scrivi non ha sapore per me, se non vi avrò letto Gesù”. E conclude: “Quando discuti o parli, nulla ha sapore per me, se non vi avrò sentito risuonare il nome di Gesù”.

Questo tratto della sua amicizia con Cristo avrà un risvolto notevole nei rapporti con i suoi fratelli. A lui non sta tanto a cuore l’organizzazione della vita quanto le persone che gli sono affidate. Quella nei confronti dei suoi monaci è un’amicizia tenera e premurosa. Ai genitori di un giovane che chiede di entrare in monastero Bernardo si rivolge così: “Non piangete! Il vostro Goffredo corre verso la gioia, non verso le lacrime, e io sarò per lui un padre, una madre, un fratello e una sorella”. Voleva che le sue comunità fossero un’anticamera del Paradiso per la grazia dell’amicizia che in essa si doveva sperimentare.

Il desiderio che lo animava era che ciascuno dei monaci potesse diventare migliore, potesse giungere ad una esperienza di maturità e pienezza. Per fare questo Bernardo chiederà loro insistemente di conoscere se stessi. Era convinto che in monastero potessero essere ammessi tutti nella misura in cui fossero consapevoli che “ogni uomo è mentitore, vacillante, misero, impotente, fragile, mutevole”. Ma questa non è l’ultima parola sulla condizione umana: questa è soltanto il punto di partenza. Da questo lago della miseria, infatti, il Signore Gesù ci porta ad abbeverarci ad altre sorgenti. “Non disperate, peccatori. Dio è buono”. Per Bernardo la condizione dell’uomo è quella di chi può sempre recuperare ciò che per la propria vulnerabilità può aver perso nel suo rapporto con Dio come nel suo rapporto con i fratelli. Il mistero dell’Incarnazione narra proprio di un Dio che non si rassegna nel vedere l’uomo in una condizione di smarrimento.

La consapevolezza di essere tutti impastati di fragilità, è per Bernardo ciò che deve spingerci ad avere nei confronti di se stessi un atteggiamento di umiltà e nei riguardi degli altri uno sguardo non di giudizio ma di misericordia.

C’è, infine, un tratto da cui Bernardo mette in guardia: la smania di apparire, il desiderio di mettersi in mostra. Esperto com’era di umanità, egli sostiene che “risplende bene chi è acceso dal  proprio fuoco interiore”. Per questo, la vita spirituale è un continuo imparare a scegliere tra il bagliore dell’apparire e dell’ipocrisia e la luce umile del cuore accesa dallo stesso amore di Dio.

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