Da morirne – Prepararsi alla liturgia domenicale (XX del T.O.)

cuore feritoAlquanto insolito il Gesù di questa tranquilla domenica d’estate. Siamo venuti qui, forse, per trovare consolazione, ristoro, tranquillità e, invece, siamo confrontati con parole che destabilizzano.

Per anni siamo stati educati ad una vita cristiana composta, compita, in guardia da sussulti, da emozioni, da sentimenti, come se questo fosse il senso di un autentico cammino di fede: poter raggiungere un’armonia interiore e una pacifica serenità, giungere un giorno alla cosiddetta “pace dei sensi”, che equivale a non sentire più nulla. Oggi, invece, siamo messi a contatto con i sentimenti del cuore di Cristo. E lo scopriamo infuocato il cuore di Cristo, appassionato il cuore di Cristo. Attraversato da desiderio e angoscia il cuore di Cristo. In barba all’armonia interiore, alla pacifica tranquillità e alla pace dei sensi.

Anche Dio desidera. Anche Dio ha cose che gli stanno a cuore in modo vibrante, vivo, appassionato.

Desidera a tal punto che l’uomo possa esprimersi nella gioia, nella libertà, nella capacità di vedere e di rimettersi in cammino, tanto da non ricusare di entrare in un battesimo, in una immersione, quella della passione e della croce, per ribadire fino in fondo che cosa sta a cuore a Dio. Da morirne. E non perché non ci fosse alternativa. Anzi. La lettera agli Ebrei attesta che, in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l’ignominia.

Dunque, poteva fare diverso e più volte gli verrà proposto di imboccare un’altra strada, ma sarebbe stata senza uscita. Senza uscita, infatti, è quella strada dettata dai propri interessi, dalle proprie urgenze, dalle proprie preoccupazioni ed abitudini, dalla ricerca di starsene tranquilli, di non voler essere scomodati. È quello che Francesco d’Assisi chiamerebbe il proprio, la ricerca del proprium. È una strada che troppo spesso si rassegna ad un presente di cui non si è più in grado di cogliere le istanze nascoste negli eventi che ci confrontano. È una strada che ci rinchiude nel nostro piccolo mondo facendo prevalere un clima di amara rassegnazione.

Apparentemente una vita tranquilla sembrerebbe pure una vita felice, al riparo da grossi scombussolamenti. Ma non è mettendoci al riparo che partecipiamo del miracolo della vita.

Un incontro con Cristo che mira al vantaggio per sé, foss’anche l’intimità di un rapporto molto personale, ha poco a che fare con Dio. Forse, può avere anche un suo spazio nella fede cristiana, ma è sempre in attesa di giudizio. E il giudizio si compie quando quel rapporto è in grado di esprimersi nel prendersi carico di altri. Il cristianesimo non è una spiritualità migliore e tanto meno una via mistica. Se l’incontro è vero non può non introdurre nello stesso dinamismo che ha attraversato il cuore di Cristo.

Per vibrare al ritmo del cuore di Cristo non c’è alternativa: sine proprio, senza nulla di proprio. Espropriati, dunque, a misura del cuore di Cristo.

Crea divisione una tale proposta. Chi non lo comprende? Dentro di noi, anzitutto. Perché avvertiamo non poche resistenze ad assumere una prospettiva di vita non preoccupata di sé. Il discepolo è sempre figlio e custode di una sorta di divisione che accade dentro di lui tra il trattenersi e l’esporsi.

Una divisione che Gesù per primo ha sperimentato dentro di sé fin da subito, quando ancora ragazzo comincia a staccarsi dai suoi per ribadire che altre cose gli stavano a cuore: “non sapete che devo occuparmi delle cose del Padre mio?”. Ancora diviso quando lascia la tranquillità di Nazaret per raggiungere il deserto; e poi diviso quando rivolto ai discepoli chiese: “Forse anche voi volete andarvene?”; diviso, inoltre, da Pietro che avrebbe voluto allontanarlo dalla strada intrapresa: “Vattene, lontano da me, Satana”; e poi diviso da scribi e farisei che avrebbero voluto attutire la portata della sua proposta; diviso, infine, da se stesso quando nel Getsemani, ripete: “Non la mia, ma la tua volontà sia fatta”.

La proposta evangelica crea sempre una divisione rispetto alla ricerca di una vita al riparo.

Circondati da un così gran numero di testimoni – ripete oggi la lettera agli Ebrei – di uomini e donne che nel corso della storia si sono lasciati coinvolgere dagli eventi fino ad esprimere una vera e propria assunzione di responsabilità, deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci intralcia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù.

Quanti uomini e donne, anche ai nostri giorni, corrono con perseveranza addirittura nella disponibilità a consegnare la vita per i fratelli. Può avere una ragione per morire chi ne ha una per vivere. Qual è la mia?

Abitati da una passione: così Gesù sogna i suoi discepoli. Attraversati dalla disponibilità a lasciarsi immergere in una esperienza che può comportare anche il dono della vita: “c’è un battesimo che devo ricevere…”. Per tutti noi c’è questo battesimo, se vogliamo inverare il senso del nostro rapporto con Cristo, con gli altri, con la storia.

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