Notte e sradicamento – Prepararsi alla liturgia domenicale (XIX del T.O.)

notteA tema la notte e la disponibilità allo sradicamento. Perché mai? Perché il cammino del credente è un cammino nella notte, nella disponibilità a piantare altrove la propria tenda. La fede è per eccellenza virtù notturna, virtù del pellegrinaggio: ti affidi, infatti, a un progetto di vita appena intravisto e poi lo persegui forte soltanto del fatto che Dio si fa garante di ciò che ha promesso. Ma questo non toglie che sia tu a dover camminare verso il futuro.

La nostra è, spesso, la stessa condizione di Abramo e Sara, sterile, senza continuità. Non sappiamo cosa ci attende, per questo l’angoscia non poche volte si fa nostra compagna e la speranza rimane offuscata. Tuttavia, proprio la vicenda di Abramo ci ricorda che la soluzione non è nel piangersi addosso ma nel misurarsi con l’umanamente impossibile come doveva risultare a lui la richiesta di sacrificare il suo unico figlio. Accettare di essere messi in cammino da una parola pronunciata da un Dio che dice di stare sveglio e di vegliare sui nostri passi, un Dio a cui stanno a cuore persino i passi del mio vagare. Credere non è altro che un modo di declinare l’amore: quando questo è vero, cosa non saresti disposto a compiere? Persino l’inverosimile, appunto.

Certo, ci seduce sovente un’esperienza di fede al riparo, esente dalla eventualità di quel dubbio che fa chiedere: si può dar fiducia ad una promessa? Eppure, la vicenda di tutti gli amici di Dio è lì ad attestare che quella promessa si compie proprio attraverso ciò che immediatamente sembra contraddirla: ad Abramo viene chiesto di offrire proprio colui che rappresentava il tramite necessario per la realizzazione di ciò che Dio aveva detto; è attraverso la morte di Gesù che la possibilità di una vita muova è partecipata all’umanità intera; è per il tramite delle persecuzioni che il vangelo ha raggiunto tutti noi. Per questo possiamo non temere: nonostante le maturazioni faticose e le attese necessarie, la vita non è incamminata verso la dissoluzione nel nulla. Non siamo destinati allo sbaraglio, non siamo chiamati al fallimento! Davanti a noi un incontro, quello con il Dio che ci ha lasciato amministratori dei suoi beni. Dio, la mia meta!

Sogniamo tutti un’esperienza in cui poter mettere radici sentendoci finalmente al sicuro, risparmiati dall’imprevisto e dall’incertezza. La cerchiamo in ogni modo, nelle relazioni come nei luoghi in cui abitiamo. Desidereremmo volentieri un mondo controllato a vista d’occhio in cui si parli un’unica lingua, evidentemente quella che capiamo noi. Perché certe abitudini, perché certi legami, se non per far fronte a quel nemico che sembra avere la meglio quando non apparteniamo a nessuno? La tentazione dell’”hic manebimus optime” (“è bello per noi stare qui”) è ricorrente e trasversale a ogni generazione. Per contro, invece, sta la fede che sradica continuamente da ciò che hai raggiunto, sollecitandoci a cercare altrove il nostro essere a casa perché esso ha la sua sede nella relazione con Dio. Perché questo accada è necessario un esercizio di consapevolezza e di discernimento che ci permetta di non subire il fascino delle abitudini che finiscono per cristallizzare ciò che invece è sempre e solo provvisorio. Quando la prospettiva che mi sta davanti è l’incontro con Dio, nulla di quello che posso costruire anche a fatica ha il carattere dell’assoluto. È solo una tentazione idolatrica quella che ci porta a voler essere costruttori solitari di qualcosa che sfidi la nostra stessa morte. La vita, infatti, non conosce cristallizzazione di esperienze e situazioni, ma solo la disponibilità a montare e smontare la nostra tenda, sempre disposti a proseguire il cammino, fino alla fine.

Quando non ci appartiene la tentazione di voler mettere la nostra firma su ogni cosa e perciò diventiamo capaci di prendere le distanze (vivere da stranieri), la realtà è letta nella giusta luce: le bellezze sono apprezzate e portate alla luce mentre gli aspetti di fragilità sono riconosciuti e chiamati per nome. Chi è capace di distanza è in grado di restituire spessore a tutti gli elementi feriali e ordinari senza dare nulla per scontato. Quand’è, infatti, che riusciamo ad apprezzare cose di cui disponiamo abitualmente, se non quando esse ci sono sottratte? Questo fa sì che ogni istante sia accolto e vissuto intensamente non nella logica dello spremere l’attimo ma nella consapevolezza che è l’istante a decidere per l’eterno.

In tal senso abbiamo tutti bisogno, come Abramo, di riconsegnare a Dio il nostro Isacco perché esso sia riconosciuto non come opera delle nostre mani ma come dono gratuito.

Comprendiamo così che il regno di Dio, il sogno di Dio si fa strada non attraverso il suono di una marcia trionfale ma con l’umile testimonianza di chi è rimasto fedele al compito a lui affidato.

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