Il mondo a partire dall’altro – Prepararsi alla liturgia domenicale (XV del T.O.)

samaritanoChi è il mio prossimo? ovvero: il mondo a partire da me. Lo scriba del vangelo che si avvicina a Gesù è figura che, credo, ci rilegga un po’ tutti. Ciascuno di noi, infatti, nelle cose che impara come nei rapporti che crea percepisce se stesso come un centro, a partire dal quale misurare il grado di appartenenza di persone, cose, situazioni che gli ruotano attorno. Pur sapendo che la realtà è più grande, tutto sommato il mondo vero è quello vero per me. È il grado di vicinanza a me che misura la disponibilità a giocarmi con chi o con ciò che mi interfaccia. Il nostro modo di accostare cose, persone, situazioni è molto autocentrato, autoreferenziale, appunto.

Gesù, invece, ci porta oggi in una esperienza di decentramento e di sconfinamento, facendoci comprendere che il centro del mondo non sono io, che la realtà non coincide con ciò che di essa io conosco. Ci sono persone e situazioni che esistono indipendentemente da me.

Quello sulla strada che va da Gerusalemme a Gerico è un essere umano vero anche se tu non ne conosci il nome, la provenienza, la meta o il motivo del suo essere lì.

Su quella strada muovono i loro passi alcune persone che sono figure di come è possibile stare a contatto con il reale. Per il sacerdote e il levita quell’uomo è solo un ammasso di carne sullo sfondo della loro fretta e del loro programma. Al centro dei propri interessi ci sono altre mete, altri obiettivi, altri programmi che non possono essere disturbati da quell’uomo. Il mondo a partire da me, appunto.

Un samaritano, invece… Uno cioè che misura la vita e valuta il mondo non a partire da sé, ma da ciò che gli sta dinanzi. Perciò vede, si ferma, si lascia coinvolgere. Uno – per riprendere un’immagine già usata durante la scuola della Parola – che si offre agli eventi. È l’altro a questo punto a dettare la sua tabella di marcia. E l’altro resta sempre un appello per me che invoca interessamento, capacità di prendermi cura. Non è l’appartenenza allo stesso popolo o alla stessa cultura o alla stessa religione che misura la sua disponibilità ad intervenire. Sono le ferite a rendere lo straniero un familiare. E la nostra geografia culturale e spirituale va a farsi benedire: nel mondo si sta e si cresce nella misura in cui si conosce e si ama non a partire da se stessi ma dall’altro di fronte a me che può chiedere di entrare nella mia vita anche se non invitato a farlo. Tocca a me farmi prossimo. Ovvero: il mondo a partire dall’altro. E il cerchio chiuso del mio interesse va in frantumi e anche nell’anonimato della distanza l’altro comincia a delineare i tratti della sua identità.

Chi è il mio prossimo? domanda posta male ma che traduce la preoccupazione di stabilire confini, fino a che punto sono chiamato a farmi carico di una situazione e quando, finalmente, sono esonerato.

Chi è il mio prossimo? una domanda che manifesta un bisogno di sicurezza e perciò un modo di difendersi. Lo scriba ha bisogno di circoscrivere una linea di demarcazione entro la quale inserire alcuni e fuori dalla quale collocare tutti gli altri. L’ottica umana di prescrizioni e divieti non basta per stare nella vita. Mantiene lo status quo ma non immette i germi di novità propri di chi riesce ad andare oltre la legge.

Chi è il mio prossimo? è domanda che traduce la preoccupazione per la propria vita e per la propria morte, per il proprio benessere e per i propri affetti. La dove il mondo è letto solo ed esclusivamente a partire da me la vita è già persa perché troppo angusta la mia prospettiva. L’oblio è il prezzo di una vita autocentrata, di chi ha pensato sempre e solo a se stesso. Di te non resterà nulla.

Un samaritano, invece… Che strano! Prossimo è colui che ti sta più lontano. Figura di uomini e donne che nel corso della storia hanno tempo per vedere e intervenire, per interessarsi e investire energie lungo le strade della vita. Figura di uomini e donne che hanno tempo per ascoltare cose, forse, già udite, per accompagnare chi non è più in grado di stare in piedi; figura, ancora, di uomini e donne capaci di incoraggiare offrendo di nuovo una possibilità di rinascita a chi ha già sbagliato mille volte. Il tempo è ritrovato – riscattato dalla banalità del suo scorrere – nella misura in cui si accetta di perderlo. Sta qui il senso di quella parola di Gesù quando dice che chi perde la vita a causa di lui e del vangelo la ritroverà.

Oltre che di decentramento, pagina di sconfinamento, quella odierna.

Un samaritano, invece… Allo scriba che aveva bisogno di tracciare una linea, Gesù gliela sposta fino ai confini del mondo e perciò la cancella.

In questi giorni mi piace immaginare Gesù che sposta le nostre linee di demarcazione e allo scriba di allora e alla Chiesa di oggi consegna una strana figura con cui misurarsi per comprendere come, quando e dove si rivela Dio. Non dove anzitutto è rivendicata una identità o una appartenenza culturale ma dove vengono posti in atto i segni della cura: dentro e fuori la Chiesa.

Fortunati noi se ci lasciamo buttare all’aria la geografia del nostro piccolo mondo!

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