La nostra consistenza – Giovedì XII settimana del T.O.

casa sulla roccia1Alla radice della nostra schizofrenia: è qui che vorrebbe condurci la Parola di questo giovedì.

Ci illudiamo, infatti, di conoscere il Signore solo perché ascoltiamo e leggiamo la sua parola dimenticando che l’ascolto vero è quello che prova a dare un corpo di carne a quella parola.

Crediamo di aver pregato solo perché ripetiamo formule più o meno corrette o perché abbiamo una certa frequentazione di chiese, dimenticando che non poche volte ciò che risuona sulle nostre labbra è mille volte distante da ciò che ospitiamo nel nostro cuore.

Siamo convinti di lavorare per il Signore solo perché operiamo in “zona sacrestia” e nell’ambito professionale e relazionale sono altri i criteri che ci guidano.

Suona sferzante quella parola di Gesù che paragona tante azioni sante a iniquità: non vi conosco, allontanatevi da me voi operatori di iniquità. A nulla servono, infatti, tante cose compiute pure nel nome del Signore ma scisse da una carità fattiva.

Questa forma di dissociazione psicologica e religiosa è la sabbia cui fa riferimento il vangelo. Stolto è chi costruisce la casa del proprio discepolato sull’inconsistenza dei propri interessi e del suo modo di vedere le cose. Saggio, invece, è chi ha permesso che ogni fibra della propria esistenza sia pervasa dalla stabilità della Parola di Dio.

Ci accade, inoltre, di pensare che il cristianesimo abbia bisogno di professionisti del sacro e di habitué nella trasmissione della fede. Occorrono piuttosto uomini e donne che non spengano mai il sogno che ogni discepolo dovrebbe custodire nel suo cuore: sentirsi ripetere dal Signore Gesù: vieni, ti conosco!

Nel Regno di Dio si entra “non per doti particolari, non per carismi d’eccezione, non sbandierando appartenenze o facendo proclami, non vantando profezie o poteri su demoni o miracoli”.

Gesù non rimprovera affatto la nostra incoerenza che ci porteremo con noi fino alla fine e sarà continuamente luogo di umiltà, di fiducia rinnovata e di conversione costante. Gesù apostrofa l’autosufficienza di chi si ritiene a posto e dice: “Signore, Signore!”, senza permettere mai che questo Signore sia realmente il Signore della sua vita.

Come uscire da una simile schizofrenia? Ci viene in aiuto Mosè allorquando dice al popolo: legherete queste mie parole alla mano come un segno e le terrete come un pendaglio tra gli occhi. È quello che una volta veniva insegnato: vivere costantemente alla presenza di Dio. Un Dio che accompagna e segna la vita ordinaria tutta, presente nelle nostre attività (le mani) e presente al nostro sguardo. Guardare ogni cosa attraverso quella presenza.

Come uscire da una simile schizofrenia? Non smettendo di compiere la volontà del Padre. E che cosa vuole il Padre? La misericordia, l’amore per l’altro.

Non basta fare delle cose buone, perché queste possono essere compiute sulla sabbia del proprio io che non ha altro sbocco se non la rovina di se stesso.

Paradossalmente, non basta neppure adorare il Signore, non basta neppure fare profezie o addirittura miracoli. Non basta la fede, non basta neanche partecipare alla celebrazione liturgica. La vita quotidiana è per il credente lo spazio sacro nel quale vivere in maniera privilegiata il suo rapporto con il Signore. Paolo dirà che senza l’amore, tutto questo non giova a nulla (cfr. 1Cor 13,1-3). E l’amore non è anzitutto essere portati da un sentimento ma entrare in una relazione che mi porta a compiere ciò che è bene per l’amato. Anche a costo di rimetterci.

Il vangelo, facendo uso di una metafora, paragona il nostro essere collocati in una storia ben precisa come il costruire una casa. Una casa che è in grado o meno di resistere secondo che avremo compiuto o meno le parole ascoltate. Mi pare significativo che il vangelo non ammetta privilegi per il credente: tanto al saggio quanto allo stolto capitano le stesse cose, le stesse avversità: ciò che è diverso è il risultato.

Anzitutto per costruire la casa della propria vita è indispensabile l’ascolto: l’ascolto è il presupposto per il fare perché si agisce a partire dalla parola che custodiamo nel cuore. È vero: l’uomo diventa la parola che ascolta. Io cosa ascolto? Posso dedurlo da ciò che riesco a realizzare nella mia esistenza.

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