Farsi pane – Prepararsi alla liturgia domenicale (SS. Corpo e Sangue)

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farsi paneLa storia dell’umanità era iniziata con l’incerta promessa di un pane a prezzo di sudore – con il sudore del tuo volto mangerai il pane (Gen 3,19). E, tuttavia, ad un tratto essa assume un nuovo corso con l’offerta di un pane spezzato: prendete, questo è il mio corpo (Mc 14,22). Sempre così: un nuovo corso è possibile in ogni vicenda là dove qualcuno accetta di farsi pane. Al sudore dell’uomo subentra il sudore di Dio perché l’uomo possa accedere alla fragranza indispensabile del pane. Il pane, infatti, è segno dell’amicizia, dell’ospitalità, dell’abbondanza, della pace. È segno di tutto ciò che è essenziale per una vita buona. Esso è sempre un bene a rischio, un bene a caro prezzo, un bene che talvolta può costare persino il baratto con la libertà, come ricorda l’Esodo. Non poche volte esso non è mai abbastanza.

Non era abbastanza il pane per quella folla che si era messa alla ricerca di Gesù portandogli la sua fame. Le mancava davvero l’essenziale perché quella vita fosse degna d’essere vissuta. A quella folla Gesù aveva offerto anzitutto il pane dell’accoglienza, il pane del non mandar mai via alcuno. Quanto fa bene il pane dell’accoglienza e quanto nutre! Talvolta, la folla, dimenticherà persino di mangiare pur di non farsi scappare quell’occasione.

Li aveva accolti… così annota Lc proprio nel versetto prima del nostro brano. La folla che cercava Gesù aveva incontrato la sua immediata disponibilità. A quella folla aveva annunciato parole di speranza accompagnate da segni di cura per le proprie infermità. Dio solo sa quanto sia sacramento di lui l’essere riconosciuti e accolti a partire dalla propria fame, da ciò di cui hai bisogno e non già da quello che l’altro ha in mente di darti.

Quella sera, in quel luogo deserto, stava per prevalere un rapporto con la vita molto terra terra, quello molto abituale che non riesce a declinare la cifra della fede. L’unica soluzione in quel frangente era prendere le distanze da quella folla: la fame si può dimenticare per il tempo di una predica ma poi i problemi sono altri.

La sera nel vangelo non è mai il luogo dell’evidenza, è piuttosto il luogo della fede o dell’incredulità, del riconoscimento o della disapprovazione. Penso alle nostre sere che immediatamente portano sempre i tratti malinconici del buio che incombe e che, però, potrebbero dischiudere anche una nuova luce: non accadrà così ai due di Emmaus? La sera attesta di un tempo che sfugge alla presa: è il momento in cui fa capolino il dubbio che tutto sia trascorso invano. È il momento della nostalgia, la sera, il momento in cui forte avvertiamo il dolore per un ritorno impossibile. E ancora una volta prendiamo coscienza che forse è stata una illusione quella accesa dal nuovo giorno. Tutto, infatti, è di nuovo spezzato, interrotto. E tuttavia, essa è sempre il luogo della manifestazione di Gesù. Non a caso è di sera che Gesù prenderà del pane e del vino per affermare che il buio si vince e si attraversa solo nella misura in cui la vita è vissuta come spendibile, come dono. La morte è vinta solo da un vincolo di comunione più forte.

L’Eucaristia è il sacramento della sera: è il dono lasciato da Gesù perché il buio non abbia il sopravvento.

Congeda la folla: il pane vero è altrove – attestano i discepoli – e va acquistato senza sconti. L’esperienza cristiana per quanto bella è sempre parziale, è limitata nello spazio (siamo in una zona deserta) e nel tempo (il giorno cominciava a declinare). La sera, per gli apostoli, è l’ora dell’adesione al reale: torniamo alla normalità. Quelle parole sulle labbra dei discepoli suonano come una dichiarazione di sconfitta. Arrendersi è la parola d’ordine: per quanto bello tutto ha una fine. Un po’ di buon senso, suvvia.

Quanta imprudenza in quel Gesù che crede che la vita possa essere trascorsa nell’ascolto di lui! Congeda la folla: ovvero… ognuno pensi a se stesso. I sogni finiscono.

Ma quello che Gesù sta per fare è proprio il contrario di quanto gli viene proposto. Per lui le cose possono andare diversamente. Voi stessi date loro da mangiare… cioè, siate padri di questa gente. Procurate loro il cibo. Prova a sporgerti oltre la tua fame perché qualcun altro possa essere saziato.

Gesù non moltiplica del cibo bensì la disponibilità di alcuni a prendersi cura della fame di altri: quando questo accade è prodigio. Tutti mangiarono e furono saziati.

Non abbiamo che cinque pani e due pesci…

Cinque pani e due pesci è quello che abbiamo e di cui forse ci vergogniamo quando addirittura non ci lamentiamo perché è troppo poco. Ma è quanto necessita. Vuole che mettiamo a sua disposizione quel piccolo canestro composto dalle nostre energie, dalla nostra intelligenza, dal nostro cuore, dai nostri sentimenti. Questa è la nostra vocazione: metterci a disposizione. Non puoi mai dire di non avere niente. In realtà, hai sempre molto nella tua povertà: hai a disposizione te stesso. Ma cosa vuoi fare di quello che sei e di quello che hai? Non corri, forse, il rischio che, per la paura di sbilanciarti, quei 5 pani diventino stantii e quel pesce da buttare?

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