Limpidi – Esequie Giuseppe Apa

mani aperteImprovvisa e fulminea la scomparsa di Giuseppe, proprio all’indomani della festa della nostra Madonna alla quale aveva preso parte insieme alla moglie.

La morte di una persona cara crea sempre sconcerto, se poi essa accade senza neppure il tempo di rendersi conto, lo sconcerto è maggiore. Le nostre parole umane sono quanto mai povere e inadatte per accostare il dramma di chi subisce lo strappo della morte. Per questo, abbiamo bisogno che alla nostra povertà umana supplisca una parola più ricca e più competente, la parola del Signore.

Certo, se contempliamo la vita solo con gli occhi del nostro corpo, non ci sono parole e non ci sono forze per attraversare le nostre morti. Se, invece, guardiamo le cose con gli occhi della fede viviamo la certezza che anche le nostre morti non sono soltanto incidenti di percorso. La morte, anche se improvvisa, è sempre avvolta dalla luce della risurrezione di Cristo e accompagnata dalla forza della sua presenza. Proprio la morte improvvisa come quella di Giuseppe diventa un invito per tutti noi a passare al vaglio la nostra esistenza: basta davvero un nulla perché essa ci sfugga di mano: nostro compito è preparare ciò che vivremo per sempre accanto al Signore. Questa scomparsa prematura viene a chiederci di non vivere come se la morte sia soltanto un’ipotesi remota che riguarda altri. La proposta non è quella di vivere con lo spauracchio della morte ma vagliando ogni cosa tenendo davanti a noi questo specchio di verità. Alla sua luce, persone e cose acquistano il loro giusto valore: c’è solo una cosa che è più forte della morte ed è l’amore. Se tutto può essere avvolto dall’oblio, l’amore mai: segna in modo indelebile persone e destini, presente e futuro.

Giovanni e gli altri apostoli, narra il Vangelo, erano preoccupati di chiarire appartenenze. A loro Gesù propone di rendere limpida la propria esistenza perché sia riconoscibile senza chissà quali insegne che essa è di Cristo. Non è infatti un vessillo esibito a stabilire a chi apparteniamo ma una vita riconoscibile perché come quella del Signore Gesù.

Certo, quello usato da Gesù è un linguaggio estremo che viene a ricordarci la serietà della posta in gioco. Ciascuno è richiamato alla propria responsabilità: il tuo occhio, la tua mano. Ciascuno coincide con il proprio rischio. Non è possibile riversare in maniera proiettiva le colpe su altri.

È necessario vigilare sul proprio agire (mani), sul proprio comportamento (piedi) e sulle proprie reazioni (occhi) per non divenire un ostacolo alla vocazione e al cammino di fede dell’altro. La soluzione del male, tuttavia, non è una mano tagliata ma una mano convertita. Tagliare e cavare non sono disumane direttive da applicarsi letteralmente, ma indicazioni realistiche di una lotta da combattere ogni giorno per purificare il proprio cuore e aderire al vangelo con maggiore libertà.

È necessario salare la nostra vita se vogliamo che la nostra vita abbia un gusto e soprattutto non marcisca proprio mentre cerchiamo di viverla senza assaporarla.

Il sale della vita è essere in pace con tutti anche se dovesse costare un prezzo salato. Facendo questo tutto ritrova il suo gusto e il suo senso. Meglio essere monchi, zoppi, ciechi che insensati.

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