Una storia d’amore – Prepararsi alla liturgia domenicale (SS.Trinità)

trinitaIl mistero di cui oggi facciamo memoria potrebbe sembrare qualcosa per addetti al mestiere, non già per noi. Eppure è il mistero nel quale tutto di noi ha inizio e tutto ha fine, tutto trova la sua ragion d’essere, quello che sei e quello che fai: nel nome del Padre, nel nome del Figlio, nel nome dello Spirito Santo. Non cominciano forse così le nostre giornate (o almeno dovrebbero)? Non cominciano così le nostre attività (o almeno dovrebbero)? Non iniziano così i nostri pasti (o almeno dovrebbero)? Non inizia così la nostra preghiera, questa stessa celebrazione eucaristica? Tutto ha inizio e compimento nel nome del Padre, nel nome del Figlio, nel nome dello Spirito Santo.

Per secoli abbiamo cercato di dimostrare come l’uno stia nel tre e puntualmente abbiamo faticato a conciliare teologia e matematica, finendo per perdere di vista proprio ciò che di Dio avremmo dovuto sapere e che Gesù ci ha fatto conoscere. Ci era molto più comodo, in fondo, relegare Dio in un “suo” mondo, possibilmente il più lontano possibile dal nostro. Ci tornava più facile sapere che esso era assente dalla nostra storia. Lo abbiamo fatto così tanto che lo abbiamo reso superfluo fino a sostituirlo con una religione di valori nei quali finalmente riconoscerci e a partire dai quali poter rivendicare la superiorità di una civiltà rispetto ad un’altra. Ma così facendo abbiamo perso quanto di più tipico c’è nel nostro Dio.

Gesù narra di un Dio non immobile, non chiuso in se stesso o nella sua perfezione. Per Gesù Dio non è mai il Totalmente Altro. Lo racconta come un Dio abitato da una passione: quella di stabilire una comunione, entrare in relazione. Un Dio che si compiace di abitare tra i figli dell’uomo. Un Dio che non si rivela nei panni di un monarca autosufficiente, ma come dono, accoglienza, amore. Un Dio che vive di relazione e si nutre di relazione. Tanto vive di relazione che arriva ad annoverare nella sua identità l’altro con cui si rapporta: il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe… di Antonio. Il suo è un nome di relazione.

Ma cosa vuol dire dare inizio a qualcosa nel nome del Padre?

Significa riconoscere che della vita non si è padroni e non ne possiamo disporre a nostro piacimento. L’abbiamo ricevuta e perciò sulle nostre labbra non l’imprecazione ma il riconoscimento e la gratitudine. È una vita che è feconda nella misura in cui non la trattieni ma sei disposto a perderla. Quando inizio qualcosa nel nome del Padre, riconosco di non essere io l’approdo ultimo di ogni cosa: la mia vita viene da altrove ed è incamminata verso un altrove che è la relazione con il Padre, appunto.

Nulla è senza senso: tutto verrà riscattato e ricapitolato come la trama di un mirabile disegno. Puoi stare nella vita con fiducia, certo che la meta dei tuoi giorni non è il baratro, non il nulla ma braccia pronte ad accoglierti continuamente.

Vivere nel nome del Padre è vivere non nella logica di un amore condizionato ma in quella di un amore in eccesso. L’eccesso di quell’amore che anche se tu non lo ricambiassi non per questo cesserebbe di amarti.

Cosa vuol dire iniziare qualcosa nel nome del Figlio?

Vuol dire riconoscere che questo Dio ha scelto di assumere la nostra vicenda, è entrato nella storia umana assumendola, condividendola e attraversandola. Vi è entrato scendendo. Quali risvolti potrebbe dischiudere il mistero di un Dio che discende! Egli non è qualcosa di astratto e di irraggiungibile: ha ritenuto degna di sé questa nostra umanità con cui non poche volte facciamo fatica a stare a contatto. Ha fatto sì che un’umana esperienza di non senso come il rifiuto, l’abbandono, il tradimento, il rinnegamento, diventasse esperienza di fecondità.

Puoi stare nella vita con speranza: la tua croce portata dietro di lui e come lui può essere motivo di benedizione per altri. Quando inizio qualcosa nel nome del Figlio Gesù scelgo di stare nella vita con i suoi sentimenti, con il suo sguardo, con la sua passione.

Cosa vuol dire, infine, iniziare qualcosa nel nome dello Spirito Santo?

Vuol dire riconoscere che non soltanto Dio ha scelto di assumere la storia per farla sua ma ha voluto abitare nel cuore di ognuno di noi con la presenza del suo stesso Spirito che ci fa rivolgere al Padre così come poteva fare Gesù.

Puoi stare nella vita promuovendo comunione, amicizia, fraternità, custodendo i germogli che già intravedi spuntare attorno a te.

Quando inizio qualcosa nel nome dello Spirito Santo confesso che l’ultima parola sulla vita non è del male né della morte ma di Dio che continuamente fa sì che l’uomo riprenda a vivere.

Tutte le volte che ci segniamo con il segno della croce è come se ci lasciassimo immergere nella storia di un Dio che sta di fronte al mondo e di fronte a me perennemente nell’atteggiamento del dono: ha tanto amato il mondo da dare… Dare, non prendere, è il verbo di Dio. Dio dà, Dio non trattiene. Dio consegna, non porta via. Dio si espropria, non ruba. Io, immerso in una storia di gratuità e di dono.

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