Dio crede in me – Prepararsi alla solennità dell’Ascensione

ascensioneChissà quel giorno cosa si saranno detti in seno alla Trinità quando il Figlio Gesù faceva ritorno mentre ai suoi lasciava il segno della benedizione? Mentre lasciava i suoi, ad avere la meglio, non il rammarico, non la delusione per come erano andate le cose, non un senso di fallimento per l’inadeguatezza dei suoi amici ma la benedizione. A dire che la vita è molto più grande delle ferite che pure riporta. La benedizione è parola di stima, di speranza, di fiducia: Dio ha stima di me. Dio spera in me. Dio crede in me. Mentre se ne va consegna una forza, un’energia a cui è possibile attingere ogni volta che lo vogliamo. Quella benedizione suona come un invito e un compito: prova a dare un nome al bene che c’è in te e attorno a te, prova a portarlo alla luce. Mentre se ne va chiede ai suoi di essere testimoni del fatto che ogni uomo può veder rinascere la propria esistenza e può vederla segnata dalla misericordia e dal perdono. È possibile rinascere, è possibile conoscere nuove primavere. Si può ricominciare: questo è ciò che i suoi sono chiamati ad annunciare.

E così mi immagino il Padre e lo Spirito Santo in atteggiamento di ascolto della storia dell’uomo narrata da Gesù. Un giorno, infatti, verosimilmente avranno tenuto consiglio per decidere come ritessere il legame infranto da quell’uomo che pure Dio aveva creato a sua immagine e somiglianza.

Il Figlio si era detto disponibile ad intraprendere un’avventura circa la quale il Padre avrà ripetuto le parole accorate di quell’altro padre di cui narra una parabola di Mt: avranno rispetto per mio Figlio. E così iniziava qualcosa di inedito persino per Dio. Chissà se aveva messo in conto come sarebbe andata.

Era venuto a narrarci che era possibile ripartire grazie a un Dio che si accollava in prima persona l’offerta di una alleanza unilaterale.

Lui, il Figlio, ci aveva provato in tanti modi: anzitutto entrando a far parte della vicenda umana proprio come ciascuno di noi – nove mesi come tutti – con un padre e una madre che – per quanto fossero Giuseppe e Maria – talvolta han faticato anch’essi a star dietro a quel Figlio; ci aveva provato assumendo il ritmo di un quotidiano che per circa trent’anni lo ha visto nell’irrilevanza e nel nascondimento in uno sperduto villaggio; ci aveva poi provato associando a sé un gruppo di amici che avrebbero dovuto rappresentare una possibile continuazione della sua opera; ci aveva provato riscattando tanti che erano prigionieri del male; ci aveva provato rimettendo in piedi non pochi piagati nel corpo e nello spirito. Ci aveva provato restituendo dignità a brandelli di vita. E mentre faceva ciò egli ci narrava di come ciascuno di noi è prezioso agli occhi del Padre. E quando tutto ciò gli aveva restituito il prezzo del rifiuto e dell’abbandono persino da parte dei suoi più intimi, egli non si era tirato indietro, ridicendo la sua ostinata volontà di non interrompere mai la sua comunione neppure con chi lo rinnegava o con chi lo tradiva. Anzi, di più: sulla croce, proprio mentre la violenza infuriava contro di lui, mai parole di vendetta o di rivalsa: Padre, perdona loro… non sanno quello che fanno. Che bello! La nostra storia di male letta dal Figlio di Dio è storia di chi non sa quello che fa, è storia di chi non sceglie il male per il male. Come se non bastasse, anche dopo la sua morte, ci aveva provato per quaranta giorni, riannodando legami infranti.

Mi ritrovo così a immaginare lui, il Figlio, che proprio come ciascuno di noi quando torna da un lungo viaggio è lì desideroso di condividere tutto quello che aveva vissuto in quella ammirabile avventura iniziata in uno sperduto villaggio di questa terra e conclusasi in una terra di confine qual era la Galilea. Non ci sarebbero state immagini ad immortalare i passaggi di quel viaggio. Non souvenirs caratteristici di quello che aveva visto. Tuttavia, restava impresso nella sua carne il prezzo che gli era costato quel viaggio: quel giorno, infatti, ritornava al Padre con i segni della passione. Quei segni avrebbero ricordato per sempre al Padre cosa significa avere a che fare con l’uomo, cosa significa volergli bene, cosa vuol dire offrirgli amicizia. Quelle ferite sarebbero state il punto prospettico da cui guardare d’ora in avanti l’umanità. E sarebbero state non più ferite cancerose ma feritoie attraverso le quali far passare nuove opportunità di amicizia.

Credo non finiremo mai di comprendere appieno ciò che la festa dell’Ascensione possa significare per Dio e per l’umanità. Quel giorno, infatti, è accaduto l’imprevedibile: d’accordo che Dio assumesse la nostra condizione umana e che perciò condividesse tutto di noi – la gioia, l’amicizia, la fame, la sete, la stanchezza, il tradimento, il perdono, la sofferenza, la morte – ma che tutto ciò potesse addirittura arrivare a far parte di Dio in maniera definitiva, proprio non ce lo saremmo aspettato. Noi stessi facciamo fatica a credere che tutte queste cose possano essere abitate dalla luce di un senso proprio mentre le sperimentiamo, figuriamoci credere che Dio stesso dia loro diritto di cittadinanza per l’eternità. Eh sì: perché Gesù torna presso il Padre con questa nostra storia. Torna con una storia di ferite, indelebili. La ferita entra per sempre nella vita di Dio. E così scopriamo che “nulla va perduto della nostra vita: nessun frammento di bontà e bellezza,nessun sacrificio per quanto nascosto ed ignorato, nessuna lacrima e nessuna amicizia” (Dho).

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