Nascere continuamente – Esequie Antonio Abelardo

neonatoÈ stato lungo il calvario di Antonio, lungo e doloroso, lenito, oltre che dalle cure mediche, dall’affetto dei suoi cari, prima fra tutte la moglie Giuseppina.

Le partenze, siano esse temporanee o definitive, ci colgono sempre impreparati. Eppure lo sappiamo: la nostra esistenza è fatta anche di conclusioni. Tante cose passano, tante situazioni finiscono, tante persone ci lasciano. Il lutto è parte integrante delle nostre giornate molto più spesso di quanto ne siamo consapevoli. In genere, in frangenti simili, lo sguardo e l’attenzione sono puntati su ciò e su chi si lascia. Proprio per questo, fatichiamo a riconoscere e ad accogliere ciò che è frutto del distacco avvenuto: il rammarico, non poche volte, finisce per avere la meglio sulla speranza.

Quando Gesù rivolge agli apostoli le parole che abbiamo appena ascoltato, siamo alla vigilia della sua partenza: una grande tristezza attraverserà il cuore dei suoi amici non soltanto per ciò che sta dicendo loro ma, soprattutto per ciò a cui avrebbero assistito di lì a poco. La stessa tristezza che prende tutti quando qualche persona cara si congeda da noi come in questo istante.

Gesù aggiunge addirittura che possono venire a crearsi situazioni per cui il nostro pianto può diventare motivo di gioia per altri. Quante volte è accaduto ai primi cristiani: la loro morte attraverso il martirio era una festa per chi assisteva a quello spettacolo! Quante volte la nostra fedeltà a un certo stile di vita, diventa motivo di derisione da parte di chi ci sta attorno per spiare le nostre cadute!

Gesù è ben consapevole di questo e sembra quasi metterci sull’avviso facendoci comprendere che è una illusione tutta infantile credere che la vita sia una continua festa: il pianto, la smentita, l’abbandono, persino il tradimento sono parte integrante delle nostre giornate, se è vero che anche il Figlio di Dio ne ha fatto esperienza sulla sua pelle.

Poi, però, Gesù rassicura dicendo che questa tristezza è di un tempo ben preciso, non è per sempre, anzi, essa cederà il posto alla gioia. Tale gioia non ha nulla a che vedere con l’entusiasmo facile di cui talvolta facciamo esperienza: essa è qualcosa di più radicato, non epidermico, qualcosa che permane anche se attorno a noi tutto dovesse remare contro. Da dove nasce questa gioia o, meglio, questa pace interiore? Quante volte abbiamo visto provate lungamente dalla vita, conservare una serenità che aveva dell’inverosimile!

Questa gioia non è qualcosa che si può comprare o raggiungere attraverso chissà quali nostre capacità. Papa Francesco dice che c’è una gioia la cui conseguenza è un’altra tristezza, quella di chi, convinto di aver raggiunto la felicità attraverso una strada sbagliata, facile da percorrere, si ritrova, invece, con il vuoto nel cuore. Il papa la definisce “la tristezza della cattiva allegria”.

La gioia di cui parla Gesù nasce dalla consapevolezza che la nostra vita è custodita nelle mani di Dio, qualunque cosa accada. È questa certezza a permetterci di attraversare i momenti di solitudine e le esperienze di morte, è questa certezza a non farci smarrire la meta che ci attende restando fedeli a quell’”un poco” di cui parla Gesù.

Il vangelo che abbiamo sentito risuonare in questa assemblea ci ricorda proprio come i distacchi abbiano sempre una loro fecondità. La vita nasce sempre da un travaglio: ma quando essa è generata nessuno più ricorda il dolore che l’ha preceduta. Proprio come il bambino che la mamma porta in grembo per nove mesi: dipendesse da lui sceglierebbe, probabilmente, di non lasciare mai quel nido di protezione e di cura che è il grembo materno. Così è anche per noi: veniamo generati a una nuova consapevolezza solo mediante continui travagli che possiamo o subire o accogliere. A far la differenza è il nostro modo di affrontarli.

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