La vera epifania – VI domenica del T.O.

trinitàFino alla fine la sua preoccupazione non era ciò che stava per accadergli di lì a poche ore ma cosa sarebbe stato dei suoi, quale stato d’animo avrebbe preso il sopravvento, quali orientamenti avrebbero mosso le loro scelte e quali vie di fuga avrebbero intrapreso i loro passi. E poiché sapeva che il cuore dell’uomo, di ogni uomo, quello di ogni tempo, fatica a stare al passo di Dio, ad un tratto, Gesù non si rivolge più agli apostoli usando il “voi” ma comincia ad usare la terza persona singolare stabilendo dei criteri che varranno per sempre. D’ora in avanti, tutti coloro che si apriranno alla fede, dovranno far riferimento a ciò che egli consegnava durante l’ultima cena con i suoi.

Giuda, non l’Iscariota, aveva posto a Gesù una domanda che sentiamo quanto mai nostra: perché la scelta di uno stile debole? Perché non farsi valere? Chi può convincere la via di un Dio ai margini, che non si impone, che sceglie addirittura un luogo sconosciuto ai più? Non gioverebbe molto di più alla causa che si vuol perseguire, battere altre strade e seguire altri itinerari più riconosciuti? Che senso ha sottoporsi al processo di un seme che muore? Non sarebbe meglio, invece, piantare direttamente alberi pronti a dar frutto?

Sono le nostre domande, sono le domande di quella sera nel cenacolo quando si sentiva aria di complotto e di fallimento, sono le domande che spuntano ad ogni crocevia allorquando ci si vede confrontati con la possibilità della smentita che volentieri eviteremmo.

Se uno mi ama…

Tutto nasce da qui, da un amore ricevuto, al di fuori del quale non ci si riesce a pensare. Gesù sapeva che si sarebbe corso il rischio di stabilire altri criteri per appartenere a lui come ci ha testimoniato abbondantemente il brano di Atti. Per questo egli stabiliva che a dire la nostra relazione con lui non sarà un rito né una professione di fede bensì un cuore capace di palpitare al ritmo del suo mettendo in conto finanche l’eventuale smentita che dovesse accadere per restare fedeli a questa relazione. Ad attestare la tua appartenenza a lui non sarà quello che sai di lui ma quello che vivi con lui e come lui, fino in fondo.

D’altronde, non è forse così anche per noi? Che cos’è che attesta la verità delle nostre relazioni, le dichiarazioni proclamate o i gesti usati? Quando posso dire di voler bene ad una persona: quando lo proclamo o quando, pur nel nascondimento, continuo a tenere vivo il legame con lei? Quando si esce dall’alveo dell’amore vero, il rischio di leggere tutto secondo altri criteri è dietro l’angolo.

Chi diventa capace di un simile modo di stare nella vita e nelle relazioni, si ritroverà ad essere egli stesso la dimora di Dio, il luogo mediante il quale Dio si rende presente per la vita di tanti. Tutto il senso della vita cristiana non è un’appartenenza generica più o meno condivisa da un buon numero di persone. Il senso della vita cristiana è far sì che il cuore dell’uomo, il mio cuore, il tuo cuore, per la fedeltà al comandamento del Signore divenga il segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo.

Giuda è stato accanto a Gesù a lungo, ha condiviso i passi ma non è stato capace di far suoi i sentimenti del Maestro. Ecco il rischio da cui Gesù intende metterci in guardia: non uno stare accanto a Gesù ma consentire che egli arrivi ad abitare dentro di noi grazie alla fedeltà alla sua parola.

A tenere viva la presenza di Cristo nel mondo non è chissà quale ultimo colpo di scena come avrebbero desiderato i discepoli, ma l’umile testimonianza di chi, anche in un angolo sperduto della terra, continua a fare suo lo stile del Maestro.

A tenere viva la presenza di Cristo è la santità del discepolo, la santità di chi ogni giorno di più prova a fare suoi i sentimenti di Cristo Gesù.

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