Al modo suo – Prepararsi alla liturgia domenicale (V di Pasqua)

lavanda dei piediChi l’avrebbe mai detto che il momento più drammatico dell’abbandono da parte di uno dei discepoli potesse coincidere, invece, con la più alta manifestazione di chi e di come è Dio?!

Notte di tradimento quella notte per l’uomo. Mai notte più tenebrosa. Notte in cui il cuore del discepolo era abitato da desideri di rivalsa, di vendetta: una volontà omicida non abitava più soltanto il cuore di avversari espliciti del Maestro. Essa, in realtà, aveva preso possesso persino del cuore di uno che Gesù aveva scelto tra i suoi. Tutto sembra portare inesorabile la firma del fallimento: Gesù sta per morire di una morte nella quale a consegnarlo è uno dei suoi. Quanto è fragile e quanto precaria l’alleanza che il Maestro ha stretto con i suoi discepoli! Persino gli amici tradiscono, quelli che tu hai scelto.

Eppure, quella che per l’uomo è la notte del tradimento più grande, resterà per sempre la notte dell’amore più totale e più vero. Mai notte più luminosa: ora il figlio dell’uomo è glorificato. Non c’è tradimento che possa mandare a monte l’offerta di amore e di amicizia da parte di Gesù. La mia tenebra diventa così il luogo in cui con più forza risplende la luce di Dio, quella del suo perdono e della sua amicizia rinnovata. La gloria nella Scrittura rappresenta la manifestazione visibile dell’amore di Dio: Dio rivela chi è fino in fondo quando salva l’uomo dal baratro, perciò non c’è nessun momento di maggior gloria della croce. Per questo nella notte di Pasqua abbiamo cantato: felice colpa.

Forse tutte le nostre vicende potrebbero essere lette secondo questo duplice versante di tenebra e di luce, di scandalo e di opportunità: non univoca la lettura di ciò che viviamo tra noi e con Dio.

Il tuo abbandono di lui coincide con il suo amore per te più definitivo e tangibile. Dio è glorificato proprio con il tradimento dell’amico. Da non credere. In quel tradimento il senso di tutta l’esistenza del Maestro venuto per ridare fiducia ad ogni traditore. C’è forse allora anche un altro modo di stare al mondo che non sia quello del ripagare con la stessa moneta o quello del prevaricare per averla sempre e comunque vinta sull’altro. Forse c’è un altro modo di dirimere i nostri conflitti. Forse c’è un altro modo di leggere le nostre situazioni.

La comunità per la quale Gv scrive l’Apocalisse è una comunità che conosce l’amara esperienza della persecuzione: tutto sembra solo ed esclusivamente un orizzonte di morte e di sconfitta. A quella comunità è chiesto di non perdere di vista la meta: il cielo nuovo e la terra nuova. Cielo e terra nuova si edificano e si preparano già ora, già qui con un solo materiale: l’amore reciproco. Non perdere di vista la meta quando infuria la prova.

Come io vi ho amato… Forse non saremo mai capaci di quanto ci ha amati ma di come sì. A suo dire consiste in questo la vita cristiana: amare al modo suo. Secondo la sua misura. Non sulla scorta di una simpatia o della facile attrattiva né su quella della complicità o degli ammiccamenti reciproci sui quali si fondano in genere tutte le nostre alleanze.

Se ne stava andando: di lì a poco la sua vicenda terrena si sarebbe conclusa. Non chiedeva ai suoi di ricordarlo con un rito o con un’opera monumentale. Egli, infatti, assicurava che non sarebbe mai stato assente dalla storia se la comunità dei suoi fosse stata in grado di vivere di amore.

Non dimentichiamolo: la struttura Chiesa è attaccata non certo quando ama ma quando finisce per diventare autoreferenziale. C’è un solo modo di difendersi: riprendere in mano il Vangelo e osare la strada dell’amore. Sempre. Comunque. Anche quando non è riconosciuto, anche quando non è accolto. Se nell’amore può risultare imprudente il rischiare è certamente penalizzante il restare fermi: il pericolo, infatti, è quello di imbalsamare la vita.

Questo il senso di quel come io vi ho amati. Forse che in quella notte di tradimenti, rinnegamenti e fughe qualcuno ha capito qualcosa di ciò che il Maestro stava compiendo? Eppure questo non ha impedito a lui di esprimere fino in fondo la sua vita come pane spezzato. La verità e il valore dei gesti non sono mai dati dal grado di consenso ma dal gesto in sé.

Definitivamente scomparso sarebbe Dio se sulla terra non vi fosse qualcuno in grado di amare come lui. C’è già una dimora di Dio con gli uomini quando qualcuno ama al modo del Maestro. E mi riscopro a pensare alle tante dimore di Dio quando qualcuno non vive autocentrato, quando qualcuno ha il coraggio di ripartire dall’altro. Penso ancora a tutte le volte in cui etichettiamo l’altro come lontano mentre invece in lui il Vangelo già gorgoglia come un’acqua sotterranea che alimenta una capacità di dono che a stento si ritrova in chi pure si dice credente.

Cielo e terra si confondono tutte le volte in cui qualcuno decide di ospitare l’altro nella sua vicenda: lì Dio crea una cosa nuova.

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