La beatitudine di chi sa e fa – Esequie Teresa Danza

lavanda2Accompagnata e custodita dalla presenza e dall’affetto dei suoi cari, che insieme alle cure mediche non le hanno fatto mancare il conforto che viene dalla fede, la lunga esistenza di Teresa si è conclusa ieri mattina portando a compimento il desiderio che più l’ha accompagnata in questi ultimi giorni, quello di morire. Lucida com’era, pur provata dal carico degli anni, sabato mattina ha partecipato con fede alla preghiera fatta in casa e ha ricevuto la santa Comunione. Ricordo con riconoscenza la sua risposta quando le ho chiesto se potevamo pregare un po’ insieme. Era quasi stupita del fatto che glielo chiedessi. D’altronde non poteva essere diversamente: in questi anni, la sua vita si dispiegava tra uncinetto e S. Rosario. Una di quelle persone, Teresa, che avrebbe potuto ripetere con San Paolo: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione” (2Tm 4,8-9).

Pur provata (e sappiamo come), la sua fede non ha vacillato. Anzi, è andata ancor più rafforzandosi.

Ben si applica a lei la beatitudine che il vangelo di questo giovedì ripete a tutti noi: “Sapendo queste cose, siete beati se le mettete in pratica”. Parole pronunciate a commento di quel gesto inimmaginabile che era la lavanda dei piedi. È la beatitudine di chi non cessa di fidarsi del Signore e di ciò che egli propone.

Chi di noi non cerca la felicità? Chi non vorrebbe essere e sentirsi beato? Proprio questo è l’eterno problema dell’uomo, il suo desiderio più grande.

Nel cammino di ognuno di noi possiamo riconoscere tante proposte di felicità. Il mondo della pubblicità ne è pieno. Quante proposte, quante promesse e poi quanta delusione! Non poche volte ci ritroviamo a rincorrere miraggi che vorrebbero portarci ad assecondare ogni brama, ogni propensione ma, ahimè, col triste risultato di farci cadere in una sorta di indifferenza che è piena di sazietà insoddisfatta: sazi ma non contenti.

Ben diversa è la beatitudine promessa dal Signore Gesù, l’unico che conosce la reale misura del nostro cuore e ciò per cui esso è fatto. Per questo gli possiamo credere come ha fatto Teresa e tanti altri.

Che cosa devo sapere per essere beato?

Era appena accaduto un fatto straordinario, inimmaginabile: Dio chinato davanti a ciascuno degli apostoli. Pietro, giustamente, ragionando come ciascuno di noi, protesta: c’è un limite a tutto. Vorrebbe stabilire lui criteri e parametri oltre i quali non è dato andare. Ma Gesù, prendendolo per mano gli fa comprendere che se non accetterà di lasciarsi amare fino in fondo non potrà partecipare della sua compagnia.

Il dramma per ciascuno di noi è proprio l’atteggiamento del porre dei limiti stabilendo che nella vita è possibile stare solo evitando il “più di quel tanto”. Solo credendo all’amore che Dio ha per noi potremo essere beati perché non c’è realtà al mondo che potrà mai separarci da questa esperienza.

Gesù, poi, aggiunge che non basta sapere: occorre mettere in pratica. Sarai beato solo ad una condizione: se, dopo aver fatto esperienza di quanto sei prezioso agli occhi di Dio, saprai essere il prolungamento del suo sguardo e del suo cuore.

La struttura di fondo della vita umana è un essere per… Non è l’autoaffermazione a salvarci ma l’entrare nella dinamica del dono. Che cosa sarebbe stata la nostra vita se qualcuno non avesse accettato di essere per noi, di noi sin dal primo istante della nostra esistenza? Non ci sarebbe stata esistenza.

Dio, invece, sceglie di farsi servo per farci conoscere che è possibile stare nella condizione umana da un altro punto di vista. Non mettendo al centro se stesso, ma l’altro, l’uomo, l’altro con la sua storia: Giuda,  Giovanni, Pietro, Tommaso… Cosa significa amare se non riconoscere che il centro di me stesso non è in me ma nell’altro?

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