Pietro: pescatore-peccatore-pescatore di uomini – Meditazione ai seminaristi di Lugano

sulla tua parola

Castelletto di Melano, 9 aprile 2016

Introduzione

Perché partire dalla Parola?

Anzitutto perché son convinto che non ci si possa dire cristiani e tantomeno accogliere un progetto vocazionale sulla nostra vita se non a partire da un credito di fiducia offerto a quel Dio che per rivelarsi, ha scelto di parlarci come un uomo parla con un altro uomo e che addirittura, in Gesù, diventa parola fatta carne. Eb 1,1 affermerà che Dio ci ha parlato più volte e in diversi modi… Veniamo tutti da una prassi eccessivamente sbilanciata nei confronti dei sacramenti, molto poco siamo stati educati a creare occasioni di ascolto della Parola di Dio, col rischio di crearci un Dio a nostra immagine e somiglianza.

È l’ascolto della Parola – lo ricorderete – che permetterà ai discepoli di Emmaus di rivedere ciò che essi pensavano del Messia rispetto a come sono andate realmente le cose. Il racconto evangelico attribuirà la trasformazione del loro modo di pensare proprio alla spiegazione delle Scritture fatta da Gesù. Quello che era soltanto uno sconsolato viaggio di ritorno, grazie all’itinerario dischiuso dalla Parola sarà “un cammino di speranza, un progressivo avvicinamento ai progetti di Dio”(C.M. Martini).

Perché Pietro? Perché credo sia il discepolo che più ci rilegga nei nostri entusiasmi come nelle nostre ritrosie, nella confessione della fede come nel rinnegamento… Un cammino, il suo, scandito da tappe ben precise che cristallizzano quasi dei passaggi tipici di ogni discepolato.

Chi è Pietro?

Pietro è uno che emerge dal gruppo degli apostoli con una personalità spiccata, un primario, un impulsivo, un uomo generoso, uno che si butta facilmente senza stare troppo a calcolare. Si sente anche un leader, uno capace di guidare gli altri. Pietro si ritiene un uomo a posto, uno che nutre nel cuore ideali molto grandi, non si accontenta di poco. Tuttavia, anche   un po’ testardo, uno che facilmente si irrigidisce sulle sue posizioni.

Cerchiamo di ricordare il punto di partenza di Pietro, cioè quale conoscenza aveva di Dio. Sappiamo che era un buon ebreo, credente, che frequentava regolarmente la sinagoga. La sua era la vita della gente semplice, dedita al lavoro, badava alla famiglia, consacrava il sabato alla preghiera, senza grandi problemi religiosi.

Aveva di Dio la concezione dell’ebreo comune: il Santo, il Signore degli eserciti, il potente, l’infinitamente grande, il Creatore dei cieli e della terra, l’Inaccessibile, Colui che l’uomo non può vedere senza morire, che nessuno aveva mai visto, che nessuno può descrivere e che nessuna immagine può rappresentare.

Dunque il Dio potente e inaccessibile. Tuttavia questo Dio non abita al di là dei cieli ma opera nella storia, ha operato la salvezza del popolo ebraico facendo uscire gli antichi padri dall’Egitto. Se però chiedessimo a Pietro come Dio operava nella storia dei suoi giorni, probabilmente si sentirebbe imbarazzato e il suo volto si oscurerebbe. Perché Dio sta tacendo. Sono ormai secoli che il popolo ebraico vive nell’incertezza, quasi demotivato. Pietro vive perciò il senso di disagio proprio di chi sa che Dio c’è, ma non si mostra nella storia.

Quando Gesù lo incontra sul lago Pietro è un buon ebreo che aspetta qualcosa, che interiormente soffre, ha dei desideri, ha dei dubbi, anche se non ne fa un eccessivo problema.

Chi è Gesù?

Gesù che incontra Pietro ha appena tracciato il suo programma nella sinagoga di Nazaret. Nelle affermazioni programmatiche di Gesù non un discorso morale. In Gesù Dio si dà quattro obiettivi, che non riguardano lui ma l’uomo:

  • desidera un uomo capace di gioia (proclamare ai poveri la lieta novella),
  • un uomo capace di esprimersi in libertà (ai prigionieri la liberazione),
  • un uomo capace di vedere, di scrutare le profondità (ai ciechi la vista),
  • un uomo capace di rimettersi ancora una volta in cammino (rimettere in libertà gli oppressi).

E tuttavia, nonostante un simile programma, Gesù è stato respinto proprio dalla sinagoga. Ora di nuovo conosce un momento di successo: la folla che lo segue è tanta al punto che Gesù è quasi assediato. Un successo non facile da gestire: tutti sono venuti per lui, vogliono toccarlo, vogliono ascoltarlo. Ed egli è spiazzato tanto da ritrovarsi nel bisogno: è necessario che qualcuno lo prenda nella sua barca.

La scena

Si tratta di una normale situazione di vita: normale è il lavoro della pesca per gente di lago. Normale che questo lavoro a volte sia premiato dalla cattura di tanti pesci, a volte sia mortificato dalla sfortuna, normale ancora che gente del mestiere non sia disposta a prendere lezioni da chi ne dovrebbe sapere di meno.

In questa tessitura di situazioni normali si verificano però due strappi: la normalità improvvisamente si converte in eccezionalità:

  • il primo momento è quello della pesca: dal niente all’abbondanza,
  • l’altro è quello della chiamata di Gesù: dalla condizione di semplici peccatori a quella di apostoli.

Più difficile è il secondo perché c’è di mezzo la libertà, quell’insieme di progetti, di legami, di affetti, di speranze, di paure che costituiscono il mondo segreto di una persona. Comunque, nell’uno e nell’altro caso, c’è qualcosa che gioca un ruolo determinante: “sulla tua parola”. La parola non basta se manca la docilità dell’uomo: parola e docilità creano il miracolo. Oggi diremmo: la fede. La fede, infatti, è l’incontro tra Dio che parla e il nostro cuore che ascolta.

1) esistenze agli ormeggi: dalla paralisi al risveglio

Vide due barche ormeggiate alla sponda…

Sovente nella Bibbia la barca è immagine della vita: qui si tratterebbe, ormai, di vite ormeggiate, ferme, tirate a secco, rassegnate, spente. Perché? Per una buona ragione. Quei pescatori hanno alle spalle una notte senza frutti, tanto lavoro vano. Non è letteratura la loro, non è una posa, ma un vissuto reale che li condiziona.

È fondamentale riconoscere, nel nostro percorso di formazione umana e cristiana, che ogni persona è segnata da ferite profonde che la possono bloccare: un esame fallito, una comunicazione affettiva non corrisposta, una delusione nel lavoro pastorale, una circostanza relazionale frustrante, un non riconoscimento da parte di chi esercita autorità sulla tua vita o di chi ti è fratello/sorella. Esistono momenti in cui sono autorizzato a dire: non posso. Sono proprio questi alcuni di quei momenti in cui la ferita è così dolorosa che non ti permette di muoverti. Si tratta di eventi che bloccano, paralizzano. Per contro, davanti a sé, Pietro ha uno per il quale è facile parlare, uno che non ha problemi. Egli, invece… Come se non bastasse, Pietro che ha già i suoi problemi, sente che quel Gesù gli chiede di occuparsi anche dei suoi. Probabilmente non vedeva l’ora di tornarsene a casa e invece… Chi glielo fa fare?

Dal testo evangelico ci vengono proposti due atteggiamenti per uscire dall’immobilità: è importante riconoscere queste ferite ma è altrettanto importante avviare un dinamismo liberatorio.

I pescatori non si rendono conto di un fatto rilevante: la ressa della folla intorno a loro per stare vicino a Gesù. Sembra che quei pescatori rimangano indifferenti. C’è un altro dato di cui non si accorgono: che essi sono nel mirino di Gesù (Gesù vide due barche…). I pescatori che hanno perduto speranza nel loro lavoro, perdono anche il contatto con il reale: la realtà assume il colore che noi le imprimiamo a partire dalle emozioni che proviamo. Ci son giornate grigie che sono comunque belle quando io vivo uno stato d’animo fortemente tonificato. Altre giornate non sono così. Guai a prescindere da questa realtà. Siamo chiamati ad evangelizzare il nostro profondo: di solito siamo abituati ad evangelizzare il nostro comportamento, il linguaggio, i gesti. Non basta: è indispensabile scendere nel nostro profondo a contatto con tutte le nostre oscurità perché la gioiosa notizia ci raggiunga lì dove noi stiamo soffrendo.

Conosco l’alterna esperienza di smarrire la giusta lettura del reale quando sono sopraffatto da stati d’animo di scoraggiamento ma conosco la gioiosa speranza che si accende in me quando comincio ad occuparmi degli altri: nella misura in cui esco da me comincio a guarire. Scopro così che io esco dall’immobilità quando mi accorgo del mondo, della realtà che mi circonda; infatti quando sono sopraffatto da uno stato d’animo non colgo più il reale.

2) prima collaborazione: dall’isolamento alla relazione

Gesù salì in una barca… e lo pregò di scostarsi un poco da terra…

Non ha chiesto permesso Gesù per salire su quella barca che è una vita appesantita da inutile lavoro: quella barca non è scartata da Gesù. La barca è la mia vita che fa acqua da tutte le parti… è una barca scoraggiata. Gesù ci sale senza fare commenti. Quella barca è assunta, condivisa da Gesù. Salire su una barca significa entrare in una esistenza. La barca è la mia vita: ma c’è qualcuno che ci sale? Certo fa acqua da tutte le parti: ma è una barca da amare. Venite a me… io vi ristorerò…

Chi ha provato la solitudine di una aridità sa cosa vuol dire da una parte il dolore della assenza ma anche la gioia profonda di una visita fraterna, di uno sguardo, di una attenzione.

Gesù agisce progressivamente: prima entra nella sua barca e poi gliela chiede. “Scostatevi un poco da riva”. La fa scostare un po’ dalla riva e, sedutosi, comincia ad insegnare.

Pietro probabilmente si ringalluzzisce perché è stata scelta la sua barca: non sono allora il peggiore del villaggio, si sarà detto. Vive un momento di euforia.

Come Gesù entra nella barca della mia vita?

A volte in modo manifesto attraverso una persona o una richiesta esplicita, altre volte attraverso una parola interiore, una intuizione o qualcosa che gradualmente si delinea sempre più fino a farci comprendere persino una particolare vocazione.

Ma io lascio entrare qualcuno sulla barca della mia vita? Se sì, chi? E a quali condizioni?

Pietro accetta di mettere a disposizione di Gesù la sua barca, anche se non immagina affatto il seguito: il suo cammino inizia proprio con un atto di disponibilità concreta verso Gesù.

Quel Gesù che ha chiesto una prima ospitalità non se ne va: vuole il cuore di Pietro, non la sua barca. Comincia ad entrare nella vicenda di Pietro lanciandogli una sfida proprio sul suo terreno, quello che Pietro più conosce e nel quale ha appena registrato uno scacco.

Accade, forse, anche a noi: dopo una prima disponibilità magari in un momento di debolezza, ci siamo trovati coinvolti in una avventura senza ritorno.

3) Gesù da a Pietro due ordini: dall’autodeterminazione all’affidamento

Dall’invito Gesù passa all’imperativo: “Prendi il largo e calate le reti”.

Il criterio cambia: ora non sei più tu a decidere, ma ti chiedo di affidarti: autorevolezza di Gesù, che ha vinto le tentazioni di farlo allontanare dal Padre. Ora Gesù, il grande obbediente, può chiedere a Pietro di obbedire.

Le sorprese, però, cominciano da subito: quando il discorso è finito e Pietro magari pensa di scendere a terra, Gesù, senza altri preamboli, gli chiede di andare al largo e buttare le reti. Certamente i suoi sentimenti mutano: dalla prima parte della sua risposta si evince che nella sua mente sorgono dubbi sulle parole del Maestro perché l’ora è tarda, la pesca è finita e non ci sono pesci. Inoltre, probabilmente, Pietro pensa alla figura che faranno se poi non succede niente, teme di essere preso in giro da tutto il paese come colui che si è comportato in modo folle. E’ un momento difficile nel quale la fiducia di Pietro nel Maestro può essere scossa: forse gli converrebbe dire semplicemente di no e non entrare in quell’avventura che potrebbe renderlo ridicolo.

Prendi il largo… è un invito a lasciarsi condurre in spazi aperti; invito a frequentare profondità insospettate, a pensare in grande. Certo è una parola promettente ma a tutta prima è assurda: ne conosce la fecondità solo chi si fida e solo se si fida.

Prendere il largo significa anzitutto allontanarsi. Da cosa? Da tutte le secche nella quali più o meno consapevolmente ci si trova bloccati. È un invito permanente e non solo puntuale. Quali le mie secche?

In secondo luogo significa frequentare le profondità delle propria esistenza: tutte quelle zone a volte temute a volte evitate e comunque zone da esplorare e da assumere. Si tratta dell’area dei propri doni, dei propri limiti, delle potenzialità e dei desideri della vita, della fiducia, della speranza, dell’amore vero, della bontà, della verità, della vera libertà e della schiavitù, dell’amicizia e della fraternità.

Prendere il largo da… prendere il largo per…: se ciò non accade si resta inevitabilmente incagliati in un piccolo cabotaggio.

Poi calare le reti, ossia porre un gesto di fiducia visibile: in Dio che chiama ed è fedele, in se stessi quali sua immagine, negli altri compagni di pesca e più in generale nella vita. Passare dal sogno alla realtà, dal progetto alla realizzazione sporcandosi le mani.

Da non dimenticare che il Pietro a cui il Signore rivolge tale invito è un Pietro stanco e sfiduciato: certo non gli sarebbe proprio andato a genio ricominciare da capo sudando inutilmente. C’è un prezzo da pagare per fidarsi. Lascia stare il già fatto: getta di nuovo le reti.

4) obbedienza responsabile: dalla dipendenza alla libertà

“Abbiamo faticato… ma sulla tua parola…”: accettare di farci avvicinare dalla Parola non quando siamo tranquilli e sereni, ma quando siamo arrabbiati, delusi, stanchi, nel peccato.

La Parola può guarirci, se noi collaboriamo: “Sulla TUA parola, IO getterò le reti”: Gesù ci chiede di essere e di fare a partire dalla sua Parola!

“Per tutta la notte, affaticandoci, non abbiamo preso niente”: mi sono affaticato molto, ho speso molta energia, ce l’ho messa tutta, mi sono esaurito e non è venuto fuori niente. Emerge un senso di stanchezza, di disfattismo, di sfiducia.

Simone conosce il suo mestiere: quando dice “abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla” sta paventando tutta la sua professionalità. Vorrebbe far capire al maestro che ogni mestiere ha le sue regole: si fa così e così. Per ottenere certi risultati è necessario rifarsi a ciò che si è appreso nel proprio apprendistato. Guai ad improvvisare.

E’ un momento delicato nel quale Pietro gioca se stesso: se cede a questa stanchezza dicendo che ha già tentato, che è inutile, che è meglio andare a casa, si tira indietro dall’offerta di Gesù. Se, invece, decide di giocarsi un po’, di rischiare un poco, di andare oltre la fatica che l’opprime e il ridicolo che lo minaccia, Pietro supera la prova di fiducia: “nella tua parola, getterò la rete”.

Chi calcola molto, chi è continuamente preoccupato di sé, chi vuole verificare bene tutto quanto per vedere se coincide o no con le sue sicurezze, non è un terreno buono per il discepolato. Il discepolo si caratterizza proprio per un “quid” di irrazionale: irrazionale, non nel senso di qualcosa che va contro la ragione ma nel senso di fare qualche passo oltre ciò che è puramente solido e sicuro.

Pietro è egli stesso che compie il passo fuori della barca per buttarsi nel lago. Anche lì ci vuole un pizzico di follia per fare quel passo. Ed è proprio quel pizzico di follia che fa l’uomo. Noi diciamo spesso che l’uomo non può vivere senza amore: è l’amore, infatti, che nell’uomo suscita questo andare al di là dei calcoli, questo buttarsi.

Gesù ci incontra con le nostre stanchezze e le nostre delusioni. Portiamo a volte un bagaglio pesante fatto di fatiche inutili, di notti insonni, di speranze rimandate o cancellate per sempre. E se la sua parola in un primo momento può sembrare incoraggiante, succede anche che a un certo punto diventi per noi improponibile e incredibile perché viene a contraddire le poche sicurezze che ci restano e la nostra presunta ragionevolezza.

E’ il momento della fede: “Sulla tua parola…”. E’ quando si è chiamati a dire: “Signore, non capisco, ma mi affido. Mi sembra assurdo quello che mi chiedi, ma scommetto sulla tua parola”.

La barca da luogo della parola diventa luogo del lavoro. Il prodigio non avviene in forme bizzarre, ma in un contesto di lavoro, di fatica, di gesti tramandati per generazioni, di conoscenze apprese attraverso un lungo apprendistato. L’unica anomalia è rappresentata dalla volontà di Gesù che dice a Simone: “Prendi il largo e calate le reti…”, come se lui, che non era del mestiere, ne dovesse sapere più di loro.

 5)   il proprio ritrovamento: dall’io al sé

Dall’identità che ci rappresenta (pescatore) al nostro sé profondo, dal ruolo all’identità. Dopo questa esperienza Pietro non è più il pescatore provetto, ma il peccatore che invita Gesù ad allontanarsi.

Ad un tratto la barca cessa di essere il luogo della parola e del lavoro per diventare lo spazio dell’incontro con Dio: è lì che Pietro si inginocchia ai piedi di Gesù, pieno di stupore e di timore. Nell’esperienza di Pietro una piccola barca prende il posto del tempio: quasi a dire che ogni spazio può diventare luogo santo, ogni angolo può diventare luogo della presenza di Dio.

6) l’invio: dalla comunione alla missione

Annuncia agli altri l’esperienza che hai vissuto: tutti questi passaggi (paralisi, risentimento, incontro, affidamento, coscienza di sé…).

Tutto questo in vista di un compito che ci viene assegnato: diventare “pescatori di uomini”. Il senso esatto del verbo è “pescare uomini per la vita”. Si tratta cioè non di togliere la libertà, ma di aiutare a salire sulla barca dove è il Signore.

Per la riflessione personale

  • Quando e come posso dire che Gesù è entrato nella barca della mia vita?
  • Come ho reagito allora?
  • Prendere il largo: da che cosa e verso cosa? Quali le mie secche? Quali i gesti di fiducia?
  • Verso quali profondità sono chiamato ad andare?
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