La certezza che ci manca – Prepararsi alla liturgia domenicale (III di Pasqua)

gv 21Ci sono notti e notti: non tutte si equivalgono. Ci sono notti in cui nulla sembra avere più la luce di un senso. Ci sono notti in cui non c’è esperienza di fede che tenga: Pietro era andato al sepolcro, aveva visto, il Signore si era mostrato loro la sera di Pasqua. Eppure… Ci sono notti in cui alla fatica impiegata si mescola la rabbia per gli esiti infruttuosi di operazioni su cui eravamo certi di poter contare. Ci sono notti in cui con più forza avvertiamo come una attrazione a voler azzerare tutto, fare come se nulla sia accaduto nella nostra vita: volentieri riporteremmo indietro le lancette dell’orologio per evitare di prendere coscienza che il tempo trascorso nel mentre è passato invano, senza lasciare nulla se non un senso di vuoto. Notti di smarrimento quando Lui è assente. Notti interminabili: le tenebre sembrano sopraffare. Notti che con forza restituiscono soltanto la vergogna dell’essere ancora in vita: qualcosa ci ha strappato parole e speranze. Notti in cui non resta che mollare la presa.

Di quante cose è evocativo quell’io vado a pescare di Simon Pietro. Quasi un passato che ci fagocita e ci risucchia: la sfiducia sembra avere la meglio. A Simon Pietro e agli altri con lui non restava altro: tornare al vomito della propria volontà, avrebbe detto Francesco. Come biasimarli! Chi di noi non conosce battute d’arresto e l’eventualità di stare nella vita come farebbero i gamberi?

Si tratta dell’esperienza di chi non riesce ad aprirsi al nuovo, fatica a misurarsi con un nuovo ordine di cose e perciò cerca rifugio e conforto nella memoria di ciò che è stato o, comunque, nelle proprie competenze, nella propria iniziativa, in quello che sa fare da sempre. Ma, ahimè, da quel passato solo l’amara esperienza di un fallimento: Avete qui qualcosa da mangiare? No, niente.

È il momento di disorientamento e di confusione in cui non siamo in grado di riconoscere i tratti del Risorto: non si erano accorti.

Ma nessuno coincide con le notti di pesca andate a vuoto come nessuno coincide con la propria incapacità ad aprire gli occhi e riconoscere che lui, il Signore, è lì, proprio in quella notte e proprio in quella tenebra.

Indietro non si torna: la tentazione di un ritorno alla normalità da parte dei discepoli è superato da un credito di fiducia che essi accordano ad uno sconosciuto personaggio il quale sulla riva li chiama figlioli, termine che esprime tutta la tenerezza di un legame. Quello sconosciuto chiede loro di riprovare. Una vera e propria richiesta di obbedienza, ma qui l’obbedienza è legata ad una promessa: gettate la rete… e troverete.

È necessario riprendere a frequentare la riva, provare, cioè, a prendere un attimo le distanze da ciò che ci sta travolgendo e fidarci di qualcuno o di qualcosa che già ci sta indicando che la rete va gettata dal lato opposto a quello della disperazione e della diffidenza. Ma io ho ancora una riva da frequentare?

Lui c’è: ti sta solo aspettando. “Non c’è miseria, tradimento, delusione e amarezza che non può essere vinta” (don Alessandro Santoro). Non c’è traversata della storia che a lui non stia a cuore: occhi invisibili ma non per questo meno amorosi seguono con tenerezza il tuo cammino anche se impervio. Ecco ciò che ci manca: questa certezza. Le mie notti gli stanno a cuore. Prova soltanto a rialzare la testa e ad accordare un piccolo credito di fiducia alla vita, la tua.

Ci sono notti che si possono attraversare solo grazie a qualcuno che è rimasto l’unico in grado di ristabilire connessioni senza lasciarsi sopraffare dagli eventi. Non è un caso che sia il discepolo che Gesù amava a riconoscere per primo: è il Signore! Egli è l’unico del gruppo a non essere fuggito, l’unico che quella sera, durante la cena, chinando il capo sul petto del Maestro aveva intuito qualcosa dell’amore che spingeva il Padre a fare dono del Figlio all’umanità. L’unico che il mattino di Pasqua, di fronte alla tomba vuota vide e credette. Lo sguardo nuovo di uno ha dato speranza e coraggio a tutti.

Su quella riva, dopo un pasto in cui il maestro fa comunione con tutti attraverso un cibo “plurale” (pane e pesce, invito a imparare a non assolutizzare il proprio punto di vista), Gesù cerca l’uomo Pietro non certo per chiarire quanto per guarire il suo tradimento. Lo slancio con cui Pietro ha risposto alla confessione di fede di Giovanni, permette a Gesù di riconoscere i tratti inconfondibili dell’amore di Pietro verso di lui: l’uomo vale non per chissà quale capacità e maestria, ma per quanto vale il suo cuore.

Ancora una scena di rivelazione: per due volte Gesù chiede a Pietro se è in grado di amare come ama Dio, ma Pietro replica con un verbo minore, quello dell’amicizia: tu sai che ti sono amico. La terza volta, invece, Gesù si abbassa avvicinandosi alla capacità di Pietro, alla sfera del suo sentimento. Se l’amore è troppo, se incute paura, Gesù non esita a chiedere almeno affetto. Che Pietro fatichi ad esprimere amore pieno sta molto più a cuore a Gesù del fatto che non sia in grado di manifestarlo. “Il tu diventa più importante dell’io”(Dentico).

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