L’identità ritrovata – Giovedì santo

lavanda-dei-piedi.jpgSe stasera fosse possibile, vorremmo guadagnare un angolo del cenacolo per riuscire a cogliere anche solo un frammento di ciò che l’infinita misericordia di Dio dischiuse per l’umanità intera durante la cena delle consegne. Non si trattò di un rito ma di un insieme di gesti che avrebbero dovuto tener viva la nostra consapevolezza perché non smarrissimo un elemento che fonda per noi la possibilità stessa di una vita di fede: Dio non conosce mai vuoti di memoria. Nessuno di noi, per quanto possa sbagliare (e sbagliamo tutti!), potrà essere trattato come un numero che cancelliamo dalla rubrica del nostro cellulare senza che resti traccia alcuna!

Quando l’uomo era uscito dalle mani del Creatore, non era stato pensato come un semplice usufruttuario di ciò che Dio gli aveva messo a disposizione. Il Signore, oltre a farlo suo interlocutore privilegiato (era l’unico ad essere uscito dalle sue mani solo per una gratuità d’amore, voluto cioè per se stesso), lo aveva anche costituito signore di ogni cosa. Così ci fa pregare la Preghiera euc. IV: “alle sue mani operose hai affidato l’universo perché nell’obbedienza a te, suo creatore, esercitasse il dominio su tutto il creato”.

Sappiamo, però, che ben presto l’uomo smarrì questa identità originaria di signore del creato e finì per asservirsi a ogni creatura, rovesciando le parti. Dopo aver provato tante volte e in molti modi a richiamare l’uomo perché recuperasse il progetto originario, fu solo attraverso il mistero dell’Incarnazione che Dio poté finalmente consegnare di nuovo questa identità smarrita. Il momento più alto in cui essa venne svelata fu proprio la lavanda dei piedi quando egli, il Signore e il Maestro, rovesciò i ruoli definitivamente e si pose ai piedi della sua creatura. Quel gesto dischiuse per noi la possibilità di ritrovare l’identità perduta e la dignità smarrita.

Ne aveva parlato più volte quando nelle parabole aveva detto dei servi trovati intenti a custodire ciò che il Signore aveva affidato loro: “Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli”. Pensavamo fosse solo una immagine per indicare la ricompensa che Dio avrebbe accordato a chi era stato capace di stare nella vita secondo la logica del di più, addirittura una veglia fino all’alba. E, invece, nella lavanda dei piedi scopriamo che il gesto andrà ancora oltre quanto annunciato: non si metterà soltanto a servire chi in qualche modo meriterebbe una ricompensa (e potrebbe anche starci), ma addirittura si cingerà di un grembiule e inizierà a lavare i piedi di chi sapeva che di lì a poco li avrebbe usati per intraprendere vie di fuga se non addirittura per recalcitrare contro di lui, altro che veglia fino all’alba.

Il gesto di quella sera è lì a ricordarci che per nulla al mondo Dio ritira la sua offerta che consegna di nuovo a Giovanni che gli resta accanto, a Pietro che lo rinnega e a Giuda che lo tradisce vendendolo per pochi spiccioli.

Non avremmo mai potuto immaginare che Dio arrivasse a tanto.

Ai piedi dell’uomo perché a sua disposizione.

Ai piedi dell’uomo per obbedire alle sue necessità.

Ai piedi dell’uomo perché l’uomo possa finalmente comprendere a quale grandezza egli è chiamato.

Proprio così: d’ora in avanti, per trovare Dio bisogna imparare ad abbassare la testa e cercarlo ai piedi di chiunque abbia qualcosa da farsi perdonare.

D’ora in avanti lo troveremo sempre là dove ci sono dei piedi sporchi da lavare.

Mentre il Signore e il Maestro si abbassa e lava i piedi come uno schiavo, l’uomo ritrova la sua identità di “signore”.

“O immensità del tuo amore per noi! O inestimabile segno di bontà: per riscattare lo schiavo, hai sacrificato il tuo Figlio” (Preconio pasquale).

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