Maria, Madre di misericordia – Esercizi spirituali – XII meditazione

Mater miseircordiae.jpg“Nessuno come Maria ha conosciuto la profondità del mistero di Dio fatto uomo. Tutto nella sua vita è stato plasmato dalla presenza della misericordia fatta carne. La Madre del Crocifisso Risorto è entrata nel santuario della misericordia divina perché ha partecipato intimamente al mistero del suo amore. Scelta per essere la Madre del Figlio di Dio, Maria è stata da sempre preparata dall’amore del Padre per essere Arca dell’Alleanza tra Dio e gli uomini. Ha custodito nel suo cuore la divina misericordia in perfetta sintonia con il suo Figlio Gesù. Il suo canto di lode, sulla soglia della casa di Elisabetta, fu dedicato alla misericordia che si estende «di generazione in generazione» (Lc 1,50). Anche noi eravamo presenti in quelle parole profetiche della Vergine Maria. Questo ci sarà di conforto e di sostegno mentre attraverseremo la Porta Santa per sperimentare i frutti della misericordia divina. Presso la croce, Maria insieme a Giovanni, il discepolo dell’amore, è testimone delle parole di perdono che escono dalle labbra di Gesù. Il perdono supremo offerto a chi lo ha crocifisso ci mostra fin dove può arrivare la misericordia di Dio. Maria attesta che la misericordia del Figlio di Dio non conosce confini e raggiunge tutti senza escludere nessuno. Rivolgiamo a lei la preghiera antica e sempre nuova della Salve Regina, perché non si stanchi mai di rivolgere a noi i suoi occhi misericordiosi e ci renda degni di contemplare il volto della misericordia, suo Figlio Gesù” (Misericordiae vultus 24).

 Siamo giunti alla conclusione di questi nostri esercizi spirituali.

Guidati dalla Parola di Dio, abbiamo provato a fare nostri i sentimenti del Figlio di Dio, così da diventare grazie a lui “Come il Padre…”.

Vorrei che tenessimo davanti a noi, in una visione d’insieme, due momenti in cui, nel vangelo di Gv, è richiamata la presenza della Madre della misericordia: Cana e il Calvario. Oltre che la presenza della Madre e del Figlio, ad accomunare questi episodi è un verbo: stava. È il verbo che più esprime lo stile della Vergine: esserci, stare, appunto.

Mi ha sempre colpito il fatto che la nostra devozione abbia riconosciuto in Maria una sorta di canale privilegiato per tenere viva la speranza quando l’abbiamo vista minacciata nella nostra o nell’esistenza di persone a noi care. Quante volte mi è capitato di “spiare” lacrime furtive di uomini e donne che nel silenzio della chiesa della mia comunità parrocchiale, inginocchiati, racchiusi nel loro dolore, hanno consegnato alla Madonna dei Miracoli (titolo con cui ella è venerata presso di noi per gli eventi di misericordia compiuti per la sua intercessione nel 1853) la loro pena e la loro apprensione! Perché? Perché questo feeling che si riannoda tutte le volte in cui un dolore visita la nostra vita? Perché sappiamo che se è vero che il cuore di una madre è senza transenne, lo è molto di più quello di Maria. Tutto ciò che le capita attorno, diventa parte di sé. Accadde un giorno a Cana, accade ogni volta che qualcosa minaccia la nostra gioia e mina la nostra speranza: “Non hanno più vino”, continua a ripetere al Figlio.

A Cana, Maria appare come colei che non si rassegna al fatto che si possa stare nella vita a traino, è colei che coglie ciò che c’è in gioco nella rassegnazione che sta facendo capolino a quella festa. Ed è per questo che sollecita l’invitato Gesù ad intervenire e gli inservienti a fidarsi di qualsiasi cosa egli dica. Anche in una situazione in cui si sperimenta la fragilità e il limite della vita – il vino venuto a mancare – Maria intuisce che l’intenzione di Dio di rimanere per sempre legato al suo popolo, non verrà mai meno. Anche il tempo della fragilità è un tempo sfiorato da Dio: non è mai un tempo povero se acconsenti a consegnargli l’acqua delle tue giare perché lui ne possa fare vino per la festa di tanti. La tua acqua, la tua fragilità per salvare la gioia di un popolo.

Qualunque cosa vi dica fatela. Fidatevi.

La madre di Gesù era già là: bellissima questa espressione. Traduce uno stile, quello di chi attende e prepara eventi nel segno del gratuito. Maria è innanzitutto colei che è là, che sta, che si fa presente.

Tante le persone che ruotano attorno a quel matrimonio. Eppure è soltanto Maria che riesce a stare in quella situazione senza perdere di vista l’insieme. L’unica capace di un colpo d’occhio che le consente di capire che cosa di essenziale sta accadendo e che cosa di essenziale è venuto meno. Vive con attenzione. “Attenzione è un atteggiamento amico verso gli altri, è la prontezza a cogliere segni attorno a sé; a scuotersi dall’ovvio, dal risaputo, dal senso del dovere imposto; a passare dal particolare all’universale, dal personale al comunitario; a sentire gli altri come persone che danno respiro al cuore” (Ronchi).

Maria ci è presentata come donna capace di sintesi e perciò attenta ai particolari. Ma nonostante badasse alle singole cose, non le sfuggiva la visione d’insieme.

Anzitutto, Maria percepisce la domanda inespressa di quella realtà. E la formula: Non hanno più vino. Sente che ogni crisi e ogni festa la riguardano, ma soprattutto la riguarda ogni persona. Non dice: Non c’è più vino, ma non hanno più vino. Persone concrete stanno per essere umiliate nel loro giorno più bello. Sembra dire: prima di tutto le persone. Ecco la misericordia: prima di tutto le persone.

Quel che è strano nell’episodio delle nozze di Cana è il fatto che Maria non provvede in prima persona alla necessità del vino, ma la mette in luce affidandola al Figlio. Ella ha fede in Gesù come in colui che può sopperire a un bisogno: essa già crede nella sua potenza senza bisogno di segni per credere.

Maria è capace di riconoscere che il suo compito giunge fin là: mettere in contatto quelle persone con Gesù e con il suo modo di intervenire. Figura della comunità cristiana chiamata a mettere in contatto.

Noi ricorriamo a Maria nell’ora della prova perché siamo fermamente certi che ella può capire cosa si passa quando stringi un figlio morto tra le braccia. Ricorriamo a lei perché sa cosa significa conoscere l’amara esperienza di una vita spenta prematuramente. Ci sono prove che segnano la mente, il cuore, il corpo e Maria le ha conosciute. Quale madre non sarebbe disposta a prendere su di sé la croce che è toccata a un figlio? Può sembrare una follia, ma quale madre non lo farebbe, a meno che non abbia perso il senno?

Ben a ragione san Giovanni Crisostomo scrisse: “La donna, anche se deve morire una volta sola, ha paura per tante morti. E anche se possiede un’anima sola, si preoccupa per tante anime. Trema per il marito, trema per i figli. Più la radice ha messo germogli, più aumentano le trepidazioni”.

Noi sentiamo Maria come madre perché percepiamo che la nostra trepidazione è anche la sua. D’altronde, proprio mentre Gesù prendeva congedo da noi, l’ha lasciata a noi come madre. Nulla avrebbe potuto arrestare il suo affetto materno e per questo avrebbe continuato a pronunciare il suo “sì” al Padre, ogni volta che uno dei suoi figli avesse conosciuto l’ora dell’amarezza e dell’abbandono. Ella esaurirà il suo compito solo quando l’ultimo dei suoi figli avrà smesso di avere bisogno della sua premura: ovunque ci sarà un dolore da compatire, Maria non cesserà di essere madre e non smetterà di soffrire per i nostri errori e per le nostre lacrime come per le nostre chiusure e per le nostre illusioni.

Quando l’angelo le aveva portato l’annuncio della nascita del Figlio di Dio, forse non aveva ancora messo in conto che quel sì significava anche accettare di presiedere alla nascita dei figli di Dio e così da madre di un Figlio unico, ha finito per ritrovarsi madre di una interminabile schiera di uomini soli. Chissà che cosa le sarà costato di più, se l’essere madre del Figlio di Dio che le ha procurato ben sette spade trapassate nell’anima, o l’essere madre dei figli di Dio che le ha procurato uno stillicidio continuo!

Pur avendo ricevuto da Dio una vocazione singolarissima come non ci sarà eguale nella storia, Maria non ha mai smesso di essere una di noi. Non c’è categoria umana che non la senta Madre sua: apostoli, martiri, confessori della fede ma anche afflitti, peccatori, infermi, come ci ricordano le interminabili litanie della sofferenza o della maturità umane. Ha conosciuto per condizione e per scelta lo stile dell’ultimo posto.

Giovanni la presenta come piantata: “Stava presso la croce”, come se quello fosse il suo luogo abituale, come chi è presente ad un appuntamento a cui non può mancare. Essere madre, la più grande ricchezza, ma anche la peggiore prigionia: ti liberi da tutto, ma non dall’amore. Per questo è lì. È vero: per le madri è come se i figli non crescano mai completamente.

Riesce a stare accanto al dolore solo chi ha accettato di compiere il pellegrinaggio più difficile: quello di andare oltre le ragioni della ragione, quello di chi, lasciandosi guidare dal cuore, abbraccia senza attendere il contraccambio e comprende senza pretendere.

Aveva ragione don Milani quando diceva che esistono due tipi di parto: se per il primo è necessario l’apparato genitale, il secondo, invece, non può avvenire se non mediante l’amore, la cura, la parola, i sacramenti. Chi è più madre? Chi ha donato i cromosomi al figlio o chi gli ha plasmato l’anima aiutandolo a scoprire il senso della vita?

Ecco il compito che il Figlio Gesù affida alla Madre sua: e questo compito durerà finché sulla terra ci sarà qualcuno da amare aiutandolo a fare della sua vita un dono. Come lei. Ma questo è anche il compito affidato a ciascuno di noi.

Quando si contempla da vicino il mistero della Passione e Morte di Gesù, c’è un elemento che balza tremendamente alla vista: l’abbandono di chi ha ricevuto del bene da lui.

Il vangelo annota chi è rimasto: un gruppo minuto, composto dalla Madre, da poche donne e dal discepolo amato.

E gli altri? Dov’erano?

Non aveva parlato di una sua famiglia, Gesù, quando, a chi gli diceva che c’era là sua Madre, aveva risposto indicando i presenti: “Chi è mia madre? Chi sono i miei fratelli? Chi fa la volontà del Padre mio è per me fratello, sorella e madre”. E ora? Dove sono?

Che fine hanno fatto i discepoli? E i Dodici? E Pietro dov’è? E Tommaso?

Dove sono finite le folle di Galilea che volevano acclamarlo re?

E tutti coloro che erano stati guariti da infermità?

Dov’era chi lo aveva acclamato Messia? Dov’era chi lo aveva riconosciuto Maestro?

Se vuole, l’uomo può conoscere il massimo dell’amore ma anche il massimo della crudeltà. Se è vero che anche la natura è crudele, essa però non ha responsabilità morale come, invece, l’hanno gli uomini. C’è davvero da pensare che la frase riportata sulle labbra di Pilato: “Ecce homo”, non sia da riferire a Gesù ma a chi ne chiedeva la condanna: Ecco dove può arrivare l’uomo.

Solo un gruppo sparuto accompagna e assiste gli ultimi istanti di Gesù: che triste fine! È questo il risultato dell’opera compiuta dal Figlio di Dio? Il vuoto? Il nulla? Il Vangelo sembra annoverare persino un abbandono ancor più drammatico quando mette sulle labbra di Gesù morente le parole del Salmo: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Il Figlio di Dio, pur rivolgendosi al Padre, nella sua umanità fa suo l’abisso toccato dal sentimento umano: il non interessare più a nessuno, forse, neppure a Dio.

Quando il Figlio muore, sembra che manchi persino Dio: questo sente l’umanità del Figlio. Per amore dell’uomo Dio arriva a voler far sua persino l’esperienza di ciò che si prova quando si è senza Dio. Terribile! Drammatico!

Ricompare, invece, solo Colei di cui il Vangelo ci ha consegnato poche pennellate all’inizio dell’avventura umana del Figlio di Dio. Sembrava quasi allontanata, messa in fondo alla fila dei piccoli. Ora c’è: “Stava…”. Il femminile è l’elemento che, per amore, sa giungere fino all’inferno pur di non disgiungersi dall’amato. Lo sappiamo per esperienza: per quanto dolore possiamo aver procurato alle nostre madri con i nostri capricci o con le nostre scelte sbagliate, esse ci sono sempre. Chi ha donato la vita a qualcuno, non gli chiederà mai conto di come l’ha spesa. Continuerà ad esserci, comunque.

Ai piedi della croce resta l’amore, quello vero, l’unico frammento di umanità già salvata perché all’unisono col cuore di Dio: amare quando tutti hanno smesso di farlo, come Dio, che continua a farlo proprio quando tutto attesta che non ne vale la pena. Ecco la misericordia: continuare ad amare quando tutti hanno smesso di farlo. Bella l’immagine usata da chi sostiene che Dio, non potendo essere dappertutto, ha creato le madri: un po’ di Dio è stato messo in loro.

Per guarirci dall’incapacità di essere fratelli, il Crocifisso Risorto ci dona un nuovo grembo. Maria accoglie fra le sue braccia tanto il figlio morto quanto coloro che lo hanno ucciso, Caino ed Abele. Proprio nel momento in cui le muore il Figlio, diventa Madre di tutti gli uomini.

Il grembo è l’unico organo del corpo umano che non attua mai il rigetto. Il corpo, invece, per definizione rigetta tutto ciò che è estraneo, tant’è che occorrono dei farmaci antirigetto, non così la placenta la quale non rigetta l’estraneo: il bambino, infatti, è sia straniero (appartiene al maschio) che familiare (appartiene alla donna).

Dobbiamo riconoscere che era troppa la fede richiesta per reggere le contrazioni piantate tra le pieghe del cuore della Madre della misericordia. Ella sentiva che ancora una volta doveva resistere nell’unico modo permesso ad una donna: resistere mettendo al mondo.

Rimanere fedeli anche quando può apparire solo testardaggine, incapacità di rendersi conto della sconfitta. Non spegnere la lucerna anche quando lo stoppino fa solo fumo e non illumina più. Tenere accesa quella lampada a tutti i costi.

Era stato così per Maria: aveva resistito ad una vita che l’aveva raccolta da un villaggio per portarla su strade incomprensibili. Aveva resistito in quella notte di buio in una stalla. Aveva resistito quando cercarono di sbarazzarsi di Gesù. Aveva resistito quando non era capito. Aveva resistito quando era osannato. Aveva resistito anche lì sotto la croce. Resistere e metterlo al mondo ancora accogliendo il figlio Giovanni, simbolo dell’umanità che metteva a morte il suo Signore. Anche nell’ora del dolore estremo c’è ancora una maternità da esercitare.

È molto significativo che l’ultima consegna di Gesù sulla croce sia quella della Madre: Giovanni riceve la missione di avere Maria per madre. Il suo primo compito non è quello di andare ad annunciare il vangelo, ma di diventare figlio di Maria. Per lui e per tutti i discepoli è più importante essere credente che apostolo. Essere figlio della Chiesa-Madre è il primo e più fondamentale aspetto di tutta la vita cristiana.

Gesù morente, il Figlio, dispone di lei, la Madre. Le da un altro figlio e l’affida al discepolo in qualità di Madre sua. Il Cristo dispone di lei, ma a lei non viene chiesto niente. Gesù, il Figlio, fa conto che la Madre sia d’accordo. Un accordo con lei del resto è da sempre presupposto.

E Maria? Maria si abbandona al volere del Figlio suo, anche se tutto per lei rimane velato nella notte più oscura illuminata soltanto dalla certezza che Dio è fedele.

Maria, la Madre, con la spada conficcata nel cuore lascia che tutto si compia ancora secondo la parola del Figlio perché, sulla Croce, il Cristo tutto attiri a sé, in obbedienza al Padre nell’unità dello Spirito santo.

CONCLUSIONE

Giunti al termine di questi giorni di grazia, vorrei raccogliere quanto il Signore ha seminato in noi. Siamo chiamati a diventare misericordiosi come il Padre. Non facendo navigazione a vista ma avendo a mente un modello: il Padre.

Come il Padre…

E com’è il Padre di cui Gesù ci ha dato la narrazione e di cui noi siamo costituiti segno? È uno la cui proposta è sempre a favore dell’uomo: sono venuto perché abbiate la vita e l’abbiate in abbondanza. È uno, il Padre, che non sta mai davanti a noi o sopra di noi, straniero o separato da noi. Tutt’altro. Gesù lo ha manifestato come colui che si è pienamente coinvolto nella nostra vita, ci ha scelto ed è passato dalla nostra parte: desidera stare con gli uomini e si impegna a loro favore. Un Dio con e un Dio per. Senza il “con” e il “per” Dio si perde in un cielo astratto, come una realtà evanescente. Il che vuol dire che questo “con” e questo “per” sono definitivi, attestano che ormai Dio non è più pensabile senza gli uomini. Noi costituiti segno di un Dio così: un Dio “con” e un Dio “per”.

Come il Padre…

Cioè oltre ogni giudizio di idoneità. Gesù, segno di un Dio che non patisce crisi di amore perché non conosce crisi di fede. Forse dovremmo chiederci più spesso se le nostre crisi di amore non radichino in una crisi di fede. Sappiamo, infatti, che Gesù non patirà crisi di amore neanche di fronte all’uomo che lo consegna perché, come dirà Paolo, se noi manchiamo di fede egli però rimane fedele. Dio continua ad amare perché continua a credere nell’uomo.

Come il Padre…

Un amore senza riserve che non mette mai la pregiudiziale che per dare bisogna avere.

Come il Padre…

Un amore disposto anche a soffrire per non rompere il legame nei momenti in cui la solitudine o la nostra fragilità vulnerabile si manifesta con maggior forza.

Come il Padre…Un amore che insonnemente e pazientemente riannoda fili quando i legami possono essere a rischio.

Come il Padre…

Un amore come capacità di aspettare, di non allungare il passo quando l’altro non è in grado di sostenere il nostro, di sedersi con l’altro sul bordo della strada attendendo che ritorni il fiato e la voglia di riprendere il cammino.

Come il Padre…

Un amore che pianta la tenda in mezzo agli uomini non per interrompere la monotonia del cielo ma perché l’uomo è la sua destinazione segreta desiderata da tutta l’eternità.

Come il Padre…

Un amore che sta nella gioia dell’incontro, mai voltando le spalle anche quando l’uomo dovesse farlo. Un Dio che dalla stanza alta della sua casa scruta l’orizzonte per coglierne il ritorno. Secondo questo amore il giorno stesso dell’allontanamento diventa quello della promessa di un Dio che per nessun motivo avrebbe abbandonato l’uomo. Un amore che non domanda mai conto del torto subìto ma che arriva addirittura ad assumere il torto trasformandolo in una esperienza di attenzione nei confronti dell’uomo colpevole. Un amore che non conosce né la vendetta né il rendiconto.

Come il Padre…

Un amore che riconosce come proprio il compito di lavare i piedi agli uomini: la lavanda dei piedi, il mestiere di un Dio a favore dell’uomo.

Come il Padre … così voi…

Davvero eterna è la sua misericordia, davvero non siamo stati amati per scherzo.

Il Signore porti a compimento l’opera di misericordia che ha già iniziato in voi.

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