La croce: charitas sine modo – Esercizi spirituali – XI meditazione

croce risortoPremessa

Nessuno di noi – tanto meno la comunità cristiana – sfugge a una tentazione molto seducente: quella di essere affascinati da una potenza che non è quella di Dio così come Gesù, il Crocifisso risorto, ce l’ha narrata. Una tentazione che ci fa rifiutare in maniera sistematica la debolezza come lo spazio all’interno del quale Dio si consegna agli uomini.

Il vangelo attesta continuamente come Dio manifesti la sua potenza, quella che noi definiamo impropriamente onnipotenza: quella di Dio è potenza nell’amore e nell’abbassamento.

È una tentazione quanto mai seducente quella che proprio a partire da una nostra debolezza accettata con difficoltà, ci si rifugi in un Dio dotato di potenza soprannaturale chiedendogli di rivestire i tratti di una potenza che egli non ha mai voluto manifestare, neppure a fin di bene.

“Dio nessuno lo ha mai visto; proprio il Figlio unigenito, lui lo ha rivelato” (Gv 1,18).

Ogni discorso su Dio non può non partire dalla rivelazione che il Figlio Gesù ci ha reso di lui. Non possiamo non chiederci perciò: come parliamo di Dio? La domanda dovrebbe essere posta da chi prega a chi insegna a pregarlo magari insegnando il segno della croce ai bambini.

Se riuscissimo a porci sovente questa domanda credo diventeremmo un po’ più accorti nel parlare o nel tacere su Dio.

Per comprendere qualcosa di questo evento occorrerebbe avere il coraggio di riascoltare la Passione dalla parte del discepolo che ne ha paura e la fugge, che è l’angolo prospettico più vero per noi. Quel volto, quella persona che i discepoli avevano frequentato mentre insegnava, operava prodigi, guarigioni, addirittura risuscitava i morti, man mano che assume i tratti dello sconfitto, non lo si riconosce più (“non conosco quell’uomo”, impreca e giura Pietro: 26,74). Come può essere il Figlio di Dio quell’uomo che è abbandonato nelle mani degli uomini, che vive l’abbandono persino da parte del Padre.

Ci sono alcune persone che hanno fatto l’esperienza di che cosa voglia significare mettere in Dio tutta la propria speranza, tutto il proprio amore e poi si sono trovate ad affrontare momenti di desolazione, buio, abbandono: testimoniano che non c’è sofferenza al mondo che possa essere paragonabile a simili momenti.

La rivelazione di Gesù e la nostra rappresentazione di Dio

Tutta la vicenda evangelica narra di un Gesù che usa con disinvolta liberalità i beni di Dio, rimette debiti apparentemente insanabili fino a rischiare tutto l’immaginario umano a proposito della santità di Dio portandolo nei luoghi della degenerazione dell’umano. Si tratta di una vicenda che tiene continuamente viva la tensione tra un Dio-abbà e un Dio-faraone.

Chi guarda Gesù si affida alla dedizione di Dio per lui, non vive più il rapporto con lui in termini di paura e di assoggettamento ma in quelli dell’attaccamento e della fede.

Abbiamo continuamente bisogno di chiederci quale credito diamo all’immagine dell’abbà così come è evocata da Gesù e alla rappresentazione faraonica di Dio così come la ritroviamo nel fondo del nostro cuore.

Chi dà credito alla rappresentazione faraonica di Dio ha continuamente bisogno di nuove conferme, di ripetute “prove dell’esistenza del proprio Dio”. Fino all’eliminazione fisica di Gesù progettata come una vera e propria dimostrazione teologica della verità del proprio Dio.

Neppure i discepoli sono sottratti all’ambivalenza dell’immagine di Dio così come viene propagandata dagli oppositori di Gesù. E dovranno attraversare una prova impari: quella di accettare il fatto che Gesù non faccia fronte come si deve all’enorme pressione che si esercita su di lui perché accetti l’impianto della dimostrazione così come predisposto dai suoi oppositori e dal loro modo di intendere Dio. Cosa prevede questo schema? Che il diritto di Dio venga dimostrato attraverso l’eliminazione di chi vi si oppone. Se Gesù sarà in grado di resistere a questo progetto della sua eliminazione, egli risulterà legittimato: è una vera e propria prova della veridicità di quello che egli attesta.

Ma Gesù non accetta questa pressione e questa sfida perché egli sa chi è Dio e Dio non dimostra in questo modo la sua esistenza. E tanto meno il discepolo è chiamato a rendergli testimonianza in questo modo.

Dunque non basta stare dalla parte di Gesù come non basta neppure simpatizzare con certi suoi ideali. Si può essere tra i suoi ma mantenendo fede ad altri principi. Ma allora non si è più dei suoi.

Pietro sconfessato

Un giorno, per strada, Gesù aveva chiesto ai discepoli che cosa diceva la gente di lui. “Ed essi gli risposero: ‘ Giovanni il Battista, altri poi Elia e altri uno dei profeti’. Ma egli replicò: ‘E voi chi dite che io sia?’. Pietro rispose: “Tu sei il Cristo”.

La risposta è esatta e Gesù non la commenta. Solo si raccomanda di rispettare il silenzio su questa faccenda. Come mai se la risposta è esatta bisogna tacerne. Perché è ancora una risposta ambigua. E, infatti, in maniera puntuale arriva la smentita.

“E cominciò a insegnar loro che il Figlio dell’uomo doveva molto soffrire, ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare. Gesù faceva questo discorso apertamente. Allora Pietro lo prese in disparte, e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i discepoli, rimproverò Pietro e gli disse: «Lungi da me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».

Gesù non ha mai trattato così nessuno, se non il tentatore durante il deserto (Mc 4,10).

Ci stupisce non poco che la comunità cristiana non abbia esitato a riportare nella stesura del Vangelo una simile vicenda riguardante proprio colui al quale Gesù l’affiderà quando starà per lasciare i suoi.

Gesù non prevede soltanto le sofferenze che lo attendono. Gesù prevede la riprovazione ufficiale e pubblica dell’autorità religiosa, l’unica rappresentante sulla terra del giudizio e della giustizia di Dio. E addirittura attesta che riusciranno a riprovarlo, fino alla sua eliminazione fisica.

Pietro non può non prenderlo in disparte e rimproverarlo. È un gesto carico di affetto: dice tutta la premura di Pietro. È dotato di fermezza, certo, ma anche di tanta discrezione questo gesto di Pietro. C’è come una sorta di imbarazzo malcelato in questo suo modo di fare.

A me pare che troppo blandamente, anche nei nostri commenti, liquidiamo questo frangente. I discepoli non hanno paura per la loro sorte. Essi, infatti, continueranno a seguire Gesù, anche quando è evidente che ormai è andato a cacciarsi nella tana del lupo. Non è un caso che Tommaso griderà: “Andiamo anche noi a morire con lui” (Gv 11,16); e Pietro fino alla fine si dirà disposto a tutto; non mancherà certo tra di essi chi sarà persino capace di brandire la spada. Non sono codardi i discepoli, non hanno paura del dolore e del sacrificio. Se leggessimo in questo modo quanto sta accadendo tra Gesù e i discepoli non comprenderemmo la portata teologica di questa tensione che viene a provocarsi tra Gesù e i discepoli. La questione, cioè, è un’altra e su tutto un altro livello.

Perché Pietro reagisce così? Che cosa intende fare realmente? Pietro reagisce a quello che egli giudica come un momento di debolezza di Gesù. Quella di Gesù, secondo Pietro, è una vera e propria debolezza della fede. Sta venendo meno in Gesù – secondo Pietro – la fiducia e la certezza che certamente Dio legittimerà il suo Cristo. I discepoli, perciò, leggono questo momento come una vera e propria crisi di fede. Pietro assume non a caso un atteggiamento paternalistico nei confronti di Gesù. Pietro gli si oppone, altrimenti non comprenderemmo una simile reazione di Gesù che non ha eguali.

Pietro ha appena riconosciuto in Gesù il Messia. Gesù non è uno dei tanti profeti. La sua testimonianza di Dio è unica, definitiva. Pietro esprime il sentire del gruppo dei dodici. Sanno benissimo di aver dato fiducia a uno che ha tutte le garanzie per essere l’inviato di Dio.

È proprio questo che rende inaccettabile l’annuncio della passione. Essi che devono aver faticato non poco per accordare un simile credito ad un uomo all’apparenza come loro, ora lo vedono venir meno in maniera incredibile. Non c’è da scherzare: Gesù sta parlando di una pubblica smentita e di una condanna a suo carico in nome di Dio. E questo, a suo dire, è inevitabile. “Il Figlio dell’uomo deve…”. Eppure, per quanto Gesù lo veda come inevitabile, un tale evento è inconciliabile, impossibile, con la loro fede nel Messia. Com’è possibile che un uomo che parla come nessun altro mai ha parlato e al quale obbediscono persino il vento e il mare, un uomo che risuscita i morti, guarisce i malati sia destinato a perire? E per qual motivo? Per una accusa di eresia, se non addirittura di ateismo. Ma non scherziamo, dicono i discepoli. Non è comprensibile che quella persuasione alla quale essi sono riusciti a giungere, ora abbandoni proprio il loro Maestro.

Noi di solito spieghiamo questo momento di crisi individuando il motivo del contrasto tra Gesù e i discepoli nell’attesa messianica di tipo politico così come era intesa tanto dai discepoli quanto dai contemporanei di Gesù. Se questo, da una parte è vero, dall’altro non è la motivazione principale.

La questione, infatti, è di tipo meramente teologico: si tratta proprio del modo di intendere Dio e di come rappresentarlo.

Il Crocifisso

Discepoli e contemporanei di Gesù – e noi con loro – condividono il fatto che il segno più certo della presenza divina è il poter disporre ed esibire di una potenza inspiegabile. Che cos’altro vogliamo significare quando con le nostre labbra affermiamo: “Mi sento come un dio”?

A che cosa pensiamo quando parliamo di volontà di Dio se non appunto a qualcuno che in nome di una sua forza intrinseca chiede di fare – volenti o nolenti – in un modo invece che in un altro?

Che cosa intende la maggior parte degli uomini quando dice “Dio” se non appunto il principio stesso di una potenza in grado di farsi valere? (cfr. i nostri molteplici “dov’era Dio?” in quella sciagura, in quella tragedia).

Se Gesù è il Cristo, il Messia, non può dubitare di disporre di una simile potenza pur di mostrare fino in fondo chi egli è. Non può dubitare che senz’altro avrà ragione dei suoi avversari. Se lui dubita, noi allora? Se lui si rassegna alla smentita, cos’avverrà della nostra fiducia? Certo, egli parla di risurrezione – cosa incomprensibile ai più – ma, intanto potrà certo eliminare la sua delegittimazione. È in nome di Dio che Gesù sarà condannato e per giunta ad opera di chi legittimamente lo rappresenta sulla terra. Quale legittimazione vale: quella di Gesù di Nazaret o quella delle autorità religiose accreditate?

Il discorso è serio. Pietro, infatti, lo intuisce. Pietro intuisce che non è soltanto una questione politica. Pietro intuisce che se è vero quanto Gesù afferma, egli – insieme agli altri discepoli e a noi – dovrà imparare che ciò che dice la legittimità di Dio – quando è Dio – è la testimonianza estrema resa nei confronti del fatto che Dio non può venir meno al suo essere abbà e che mai userà la forza per imporla. Sia che lo imploriamo nella preghiera (“vuoi che invochiamo un fuoco dal cielo?”) sia che lo bracchiamo con la violenza (“siete venuti con spade e bastoni”), Dio non confermerà mai con i segni del potere e della forza la legittimità del suo rappresentante (“lo liberi, se è suo amico”).

Gesù non mette a repentaglio la vita dell’altro per la salvezza della propria. Ecco in cosa consiste l’amore. È nel gesto che assume su di sé la violenza che pure si scatena nelle relazioni che sussiste la possibilità di un riscatto. Nel gesto che la fa esplodere al proprio interno per evitare che l’altro rimanga ferito: questo è il gesto che rivela fino in fondo chi è Dio. Questo rivela fino in fondo cos’è amore e quando si può dire amore.

Se leggo nella morte dell’altro, chiunque esso sia, il criterio a partire dal quale posso dire che Dio è dalla mia parte, non è più Dio. Non posso concludere che Dio mi ama perché l’altro, a buon diritto, ci lascia le penne. Questa è perversione bell’e buona. Ma non è Dio.

Se la perversione e la stupidità dell’uomo penserà che è giusto versare il sangue di un innocente per onorare Dio, Dio verserà il proprio sangue per risparmiare quello dell’uomo. E questo a vergogna di tutto un impianto religioso tenuto in piedi per legittimare logiche di potere.

Forse questo ci può aiutare a comprendere perché Gesù chiami Pietro Satana: perché è il massimo della perversione perseguire un tale progetto.

Così è Dio

Gesù uscì con i suoi discepoli e andò di là dal torrente Cèdron, dove c’era un giardino nel quale entrò con i suoi discepoli. Anche Giuda, il traditore, conosceva quel posto, perché Gesù vi si ritirava spesso con i suoi discepoli. Giuda dunque, preso un distaccamento di soldati e delle guardie fornite dai sommi sacerdoti e dai farisei, si recò là con lanterne, torce e armi. Gesù allora, conoscendo tutto quello che gli doveva accadere, si fece innanzi e disse loro: «Chi cercate?». Gli risposero: «Gesù, il Nazareno». Disse loro Gesù: «Sono io!». Vi era là con loro anche Giuda, il traditore. Appena disse «Sono io», indietreggiarono e caddero a terra. Domandò loro di nuovo: «Chi cercate?». Risposero: «Gesù, il Nazareno». Gesù replicò: «Vi ho detto che sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano». (Gv 18,1-8)

Un giorno aveva detto che per stare dietro di lui, alla sua sequela, era necessario che ognuno prendesse la sua croce e lo seguisse. Ora, invece, li sottrae da questa eventualità: “Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano” (Gv 18,8). Eppure, essi stessi gli avevano assicurato che erano disposti a tutto: “Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te!” (Gv 13,37).

Gesù fa di tutto per evitare che i discepoli ci rimettano in prima persona. Non ha bisogno, Dio, del sacrificio degli uomini pur di affermare chi egli è. La passione di Gesù è proprio il fatto di impedire che Dio venga equivocato su questo punto.

La croce non cade dal cielo, non è Dio a mandarcela. I discepoli dovranno assumerla da terra quando saranno pronti anch’essi a continuare la testimonianza che Dio non venga equivocato. La raccoglieranno loro stessi quando vorranno e se vorranno. Assumere la croce è segno della libertà di condividere la passione di Dio purché l’altro viva, è segno della libertà di credere che solo attraverso una simile testimonianza si rivela chi è Dio. Comprendiamo perché, allora, la croce non è il mal di testa e neppure un tumore.

La croce è accettare che la violenza opposta al vangelo del regno esploda in seno a Dio stesso pur di risparmiare amici e nemici alla devastazione senza fine che tale violenza potrebbe innescare nella storia.

“Se vogliamo sapere chi è Dio, dobbiamo inginocchiarci ai piedi della Croce” (J. Moltman). Se vogliamo sapere che cos’è l’amore, dobbiamo inginocchiarci ai piedi della croce. È solo la Pasqua che ci rivela l’amore. 1Gv 4,8.16, contemplando la croce del Figlio, come l’offerta sacrificale da parte del Padre, arriva alla conclusione, per tanti aspetti nuova e sorprendente: “Dio è amore”. Questo amore ha un’altezza, una profondità, una lunghezza e una larghezza.

Anzitutto l’altezza. Guardando alla croce sulla quale egli è stato innalzato, contempliamo l’altezza del suo amore per noi: è l’amore fino al sacrificio totale di se stesso. Amati veramente fino alla morte. Più oltre non è dato andare.

Poi la profondità. Le circostanze terribili della sua passione e morte attestano che Gesù ha conosciuto le profondità del male; lui stesso divenuto peccato, maledizione come dirà Paolo ( 2Cor 5,21; Gal 3,12-13), per togliere il peccato del mondo (Gv 1,29), per toglierlo dalla nostra vita. La profondità del suo amore è correlata all’abisso del male che investe la vita dell’uomo. Gesù non si è trattenuto al di qua, non è venuto per i giusti, e solo per essi, ma per i peccatori (cfr. Lc 5,32). È andato oltre la barriera di sicurezza offerta dall’accoglienza e dalla corrispondenza dell’amore. Il suo amore prende la forma del perdono per me; ed esso significa che la sua potenza d’amore è capace di ricreare la vita dell’uomo.

Inoltre, la lunghezza. La sua croce è stata piantata in un luogo e in un tempo: 2000 anni fa, a Gerusalemme. Ma il sacrificio compiuto in quel giorno sul Calvario e l’amore che lo ha ispirato raggiungono, nel tempo e nello spazio, ogni uomo, anche me, anche te, personalmente, oggi; e raggiungerà tanti altri uomini nei secoli futuri.

Infine, la larghezza. Guardare alla croce significa comprendere quali spazi il suo amore per me e per ogni uomo vuole coprire: tutti gli spazi della nostra esistenza individuale e della vita sociale dell’uomo. Vuole arrivare al cuore della vita dell’uomo e, di conseguenza, là dove tu, come uomo, pensi, parli, agisci, decidi, imposti l’esistenza.

Se queste sono le dimensioni dell’amore di Cristo per ogni uomo quale itinerario può essere percorso da ciascuno di noi?

Cosa indica, ad esempio, la larghezza del mio amore? Avvolgere la concretezza della vita quotidiana delle persone di una atmosfera ricca di ossigeno, di amore, così che ogni spazio di vita umano risulti respirabile. Amare fino alla fine significa non lasciare ambiti segnati da durezza di cuore, da falsità, da meschinità.

Cosa significa, invece, la lunghezza del mio amore? Un amore fedele nel tempo, un amore che non abbandona, non si stanca, non rimane in balia di emozioni passeggere. Amare l’altro in modo che l’altro possa fidarsi di me e affidarsi a me, così come tu puoi fidarti di Gesù e affidarti a lui.

L’amore ha poi anche un’altezza e una profondità: salire a quell’altezza e scendere a quella profondità è la sfida resa possibile dall’accoglienza dell’amore di Gesù.

Guardare all’amore nella sua maturità, significa cogliere il volto della dedizione. “Giunge un giorno nel quale – diceva don Orione ad un adolescente di nome Ignazio Silone – si comprende che la nostra gioia consiste nel divenire causa di gioia per altri”.

Le modalità di questo salire sulla croce non sono sempre prevedibili e la chiamata al dono di te stesso può avvenire sempre e in modo inedito: non siamo chiamati a scegliere la croce, ma a portarla.

L’invito ultimo che viene dalla croce è quello a scendere negli inferi. C’è anche per te una profondità, a volte abissale, alla quale scendere. E non è meno difficile che salire in alto.

Scendere nelle profondità dell’amore significa andare incontro alle ferite per lenirle, più che per giudicarle. Scendere è rendere presente e operante la pace dove c’è la guerra, la verità dove vi è la menzogna, l’accoglienza dove c’è il rifiuto, il bene dove c’è il male.

Scendere è andare incontro a chi non ci sembra meritevole che noi facciamo dei passi di avvicinamento.

Scendere è vivere la profondità dell’amore di Dio per l’uomo addirittura arrivando a sedere alla mensa dei peccatori (Teresa di G. Bambino). È credere per chi ha perso o non ha mai trovato la fede. Tutto questo scendere ti sarà possibile a un patto: che tu acconsenta a Gesù di scendere nella profondità della tua persona, e anche nelle tenebre che ancora ti avvolgono, per essere tu per primo, liberato dagli inferi.

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