Ho ancora un padre – IV domenica di Quaresima

padre misericordioso.jpgPartire è un po’ morire, così recita un noto adagio. Tuttavia, se questo è vero per la maggior parte degli uomini, non lo è per il figlio minore della parabola. Partire è vivere, altro che. Partire è un’opportunità, quasi un obbligo, una necessità, l’unica cosa saggia che si possa fare. Scegliere il futuro, poco importa se fatto di ghiande e di porci, anziché restare vittima di un passato asfissiante. Stufo com’era della casa paterna e di chi la abitava (padre e fratello), partire risultava essere l’unica chance se non voleva finire i suoi giorni nel rimpianto di non aver osato prendere in mano la sua esistenza e farne finalmente quello che avrebbe desiderato, senza più alcun vincolo. D’altronde chissà quante volte abbiamo messo mi piace (e se non l’abbiamo fatto, interiormente abbiamo dato il nostro assenso) su FB o su Instagram quando è comparsa la foto con lo slogan: “Ogni tanto anziché fare la cosa giusta, bisognerebbe fare la cosa che ci rende felici”! Ci sembra essere la cosa più ovvia. Ma è proprio così? La cosa insolita che balza subito all’occhio è il fatto che quel padre che tanto era visto come un ostacolo alla propria realizzazione diventa, stranamente, colui che lascia andare anche a costo di non vedere più quel figlio. Buffo a pensarci bene. Uno che ti lascia andare via addirittura per sempre senza battere ciglio, dopo tutto non deve essere questo padre carceriere come si vorrebbe far credere. Eppure, le cose vanno diversamente. Accade, e non poche volte, di godere di ogni opportunità e di non essere in grado di riconoscerle e di apprezzarle. Sicché la noia fa capolino. Che fare? È necessario un nuovo diversivo. Tutto ciò che la casa ti offre è logoro, consunto, stancante. Al bene che equivale nello stare con il padre in casa sua, il figlio minore preferisce beni di consumo. E così quella che apparentemente è una scelta di vita, si rivela ben presto una scelta di morte, come sottolinea, con una certa ironia, l’avverbio “dissolutamente” che in greco significa anche “senza salvezza”. Infatti, dilapida non solo l’eredità ma ciò che è, fino a restare nessuno. Se poi a questo si aggiunge l’imprevisto (la carestia in questo caso), il quadro è fatto. Proprio l’imprevisto misura il grado di maturità di una persona: egli aveva scelto la spensieratezza nella convinzione tutta infantile secondo la quale la vita deve obbedire per forza alla logica bizzarra dei propri desideri. La soluzione intravista finisce per aggravare ancor più lo stato delle cose: i porci appartengono al mondo del demoniaco, dell’impurità e pascolarli era un mestiere degradante per un ebreo. La strada del ritorno viene intrapresa nello stesso istante in cui riesce a stare a contatto con la sua schizofrenia: si credeva libero e, invece, si era ridotto in schiavitù con le sue stesse mani mentre rincorreva solo una facile illusione. Paradossalmente, l’allontanarsi da suo padre e da casa aveva finito per coincidere con il progressivo ricadere in una schiavitù senza eguali. La strada del ritorno viene intrapresa allorquando ha il coraggio di compiere un atto di sincerità e di chiamare per nome le cose: “Ho peccato!”, mi sono illuso, ho fallito. La strada del ritorno viene intrapresa allorquando s’accorge, con sua sorpresa, che, pur avendo dilapidato tutto, non ha smarrito l’unica ancora di salvezza in un simile frangente: “ho ancora un padre”. Non importa la distanza che ognuno di noi può aver percorso: c’è ancora un padre. Era convinto che per essere se stesso, la strada fosse quella del recidere ogni legame con il padre; ora, invece, è consapevole che per ritrovarsi, la strada è l’essere in comunione con quel padre. Tant’è che il Padre tratta il figlio da eguale e non da schiavo come invece avrebbe voluto accontentarsi. Non gli fa un processo sulla condotta sbagliata o sulle sue attuali intenzioni, soprattutto non indaga se è pentito o no, il calore e la festa di famiglia aiuteranno. Il Padre è oltre un modello di giustizia retributiva e per questo reintegra chi non ha diritti o meriti (“non sono degno”) nella famiglia, donandogli una dignità superiore a quella di prima e organizzando una festa tipica delle grandi occasioni. Quella del figlio, infatti, non era stata una sbandata, ma una vera morte, come figlio e come uomo: “questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. La vera conversione del figlio sta in questo lasciarsi amare. Pascal commenterebbe: “Il cuore ha delle ragioni che la ragione non riesce a comprendere”. Quant’è difficile lasciarsi amare come ricorda la vicenda del figlio maggiore che finisce per restare sull’uscio di casa a far la conta degli spiccioli non avuti piuttosto che gioire di ciò che sempre ha avuto a disposizione potendo partecipare degli stessi sentimenti di quel vecchio padre!

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