Accorgersi -Prepararsi alla liturgia domenicale (III di Quaresima)

Oltre il comune modo di leggere le cose.

In guardia dal rischio di fallire la partita più importante: quella della vita.

Racchiuderei così la ricchezza che promana da questa liturgia della Parola.

Erano andati a raccontargli di quei galilei che Pilato aveva fatto uccidere. Probabilmente si sarebbero attesi da lui un gesto profetico di protesta: dopo tutto era anch’egli un galileo e, peraltro, quella sommossa era stata sedata col sangue proprio nel luogo più sacro, il tempio.

E tuttavia Gesù porta la lettura di quell’evento su un altro piano. La disgrazia occorsa non può essere certo letta in una prospettiva retribuzionista per espiare un qualche peccato.

Certo avrebbe potuto semplicemente concludere: si tratta di una disgrazia. E invece no. Va oltre. Non solo, ma quello che dice finisce per coinvolgere tutti, nessuno escluso. È vero, la sciagura può avere diverse origini: da una legge fisica come dal caso, dalla libertà dell’uomo come dalla sua cattiveria. Il problema non è fare l’analisi delle origini. Il problema è come leggere quegli eventi. Si tratta di eventi che dovrebbero aprire gli occhi su un rischio niente affatto remoto: il fallimento della vita. Rischio evitato – anche qualora dovessero occorrere disgrazie le più svariate – solo se si intraprende un cambio di prospettiva: se non vi convertite, perirete tutti. C’è una morte – attesta Gesù – che è ben più grave di quella fisica e non necessariamente coincide con quella: si è morti già ora, già qui. Come impediti di riconoscere un senso. Forse non moriremo sotto il crollo di una torre ma il rischio di morire di sterilità possiamo correrlo tutti.

Se non vi convertite, perirete tutti…

Nessuna minaccia in queste parole quanto piuttosto l’invito a prendere coscienza che la vita si custodisce nella misura in cui si accetta di andare oltre la propria misura. È inutile – afferma Gesù ai suoi interlocutori – compiangere chi è morto tragicamente perché anche voi vi trovate in una medesima tragica situazione se non imparate a pensare altrimenti.

Lasciar parlare gli eventi: è quanto compie Mosè che nei gesti ripetitivi del lavoro di ogni giorno, nonostante l’età avanzata (aveva già ottant’anni), si lascia ancora incuriosire da qualcosa che accade davanti a sé. La quotidianità letta da Mosè come luogo attraverso cui Dio parla e in cui rivela un esserci a favore del suo popolo.

Imparare, dunque, a leggere gli eventi, i segni. Chi pretendeva di trovare sicurezza in un tempio, ha toccato con mano che esso non offre alcuna garanzia. Chi vantava la prestanza della torre di Siloe, paradossalmente l’ha vista cadere su di sé.

Lasciar parlare la storia. Davanti ai suoi interlocutori c’è un segno, quello che il Padre ha offerto all’umanità, il segno che è Gesù il quale è l’incarnazione di quella rivelazione fatta da Jahvè a Mosè. Segno e presenza di un Dio che si definisce a partire dalla compagnia di un uomo: il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe. Un Dio che c’è: io ci sono per…, un Dio che non abbatte torri e tantomeno gode della morte degli uomini. Il rischio è di non capire il segno che è Gesù e quindi di non accoglierlo.

A salvarci non è la chiacchiera sulla cronaca, le discettazioni che pure noi uomini religiosi continuiamo a fare sull’una o l’altra catastrofe. A salvarci non è l’ennesima estenuante discussione su problemi di altri quanto la disponibilità a guardarci dentro. Per sfuggire alla tragica vulnerabilità della vita è necessario convertire la qualità della vita stessa.

Il tempo che ci è dato è tempo offerto per accorgerci delle intenzioni di Dio nei nostri riguardi. Ci ha provato in tutti i modi con quella pianta di fico, per ben tre anni. Era stato addirittura piantato in una vigna, dove di solito non si collocava perché non usurpasse linfa vitale alla vigna stessa. Come se non bastasse, era stato pure concimato perché fosse più fecondo. Per giunta, affidato a qualcuno – un vignaiolo, appunto – che avrebbe dovuto occuparsi di altro. E tuttavia se ne era preso cura con tanta attenzione. Cos’altro avrebbe dovuto fare, dal momento che il risultato di una cura costante e premurosa era stata la sterilità? Lasciar perdere o recidere?

La dilazione che Dio accetta di concedere è una ulteriore offerta perché si accolga il dono del tempo come occasione per mutare prospettiva. Nonostante la sterilità pregressa, Gesù intende rimanere fedele – lui, il Dio dell’invece – e perciò non smette di cercare la strada più opportuna per ristabilire un rapporto.

Il tempo concesso è sempre carico di una promessa: questa, però, è da riconoscere e da accogliere. Nella libertà. Dio passa nella vicenda di ogni uomo, come aveva già promesso a Mosè, ma va riconosciuto. Non si impone da sé.

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