Lasciarsi condurre fuori – II domenica di Quaresima

stella-cadente

In quei giorni, Dio condusse fuori…

Povero Abramo. Sempre con la valigia in mano.

Si era lasciato mettere in cammino, nonostante l’età avanzata, per un paese che gli sarebbe stato indicato solo dopo aver preso congedo dai suoi (parte, infatti, senza sapere la destinazione) e, intanto, doveva ancora assaporare cosa volesse dire mettere piede su quella terra promessa. Ora, di fronte a una nuova promessa da parte di Dio, quella di una discendenza incalcolabile, prudenza vorrebbe che le cose siano prese col beneficio d’inventario. Meglio sistemarsi prima. No? Meglio verificare l’attendibilità di questo Dio che sembra si diverta a spostare, di volta in volta, l’obiettivo. E, invece, pur afflitto dal peso degli anni e segnato dalle delusioni di un cammino che sembrava non conoscere tregua, Abramo accetta la proposta di lasciarsi condurre fuori per ospitare qualcosa che ha il carattere dell’inverosimile. Ora, passi la promessa della terra, ma quella del figlio, no. I giochi son già bell’e fatti tanto per sua moglie quanto per lui. Suvvia.

Quando si dice “Abramo nostro padre nella fede”: in mano niente altro se non una parola che ti chiede continuamente di sbirciare oltre il muro frapposto dalla realtà e di lasciarti condurre fuori dal piccolo cabotaggio delle tue giornate. Questa è la fede, consegnarsi ad una parola che ti ripete: guai a sentirsi degli arrivati. Abramo, come chiunque di noi del resto, stavolta vorrebbe poter stringere qualcosa di più tangibile, ma Dio non usa altra firma che la sua parola. A differenza della nostra, infatti, sempre passibile di logorio e di smentite, la sua parola mentre dice, già compie quello che esprime. Per questo è degna di fiducia.

Tuttavia, la domanda è d’uopo: fino a che punto Abramo dovrà accettare che i suoi punti fermi, quelli maturati attraverso non poche peripezie, debbano essere messi in discussione? Fino a che punto è opportuno fidarsi? È proprio necessario? Quando tutto sembra avere il carattere di una promessa non mantenuta, c’è ancora spazio per ospitare la fiducia verso chi sembra averla disattesa? Perché non ripiegare al crudo dato della realtà secondo la quale un uomo avanti negli anni non può avere altra prospettiva che la morte?

Quale dramma deve aver attraversato il cuore di Abramo! E sappiamo che le cose non finiscono qui.

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni…

Sembra quasi che il mestiere di Dio sia quello di far uscire, condurre fuori: al compimento dell’esistenza non si giunge che attraverso esodi continui e nuove nascite. Prima Abramo, dopo di lui tanti altri ancora, poi Pietro, Giacomo e Giovanni. Anch’essi avevano accettato l’avventura di lasciare affetti e mestiere per stare dietro ad uno che li aveva ingaggiati per qualcosa che non avrebbero mai immaginato di realizzare: pescatori di uomini. E sembrava potesse bastare.

Poi, però, erano venuti i giorni in cui l’annuncio del dramma che stava per incombere sul loro Maestro, aveva gettato tutti nello sconforto e nello smarrimento. Com’era difficile tenere insieme una prospettiva di vita alla quale avevano aderito con entusiasmo e senza esitazioni e quella che invece aveva a che fare con l’eliminazione fisica del loro Maestro! Cosa stava accadendo? E non era stato neppure il cedimento psicologico di un momento, se è vero che sul monte Gesù continua a parlare di questo anche con Elia e Mosè. Ma poi, come d’incanto, tutto era apparso nuovamente plausibile quando l’entusiasmo aveva fatto di nuovo la sua comparsa per ciò che i loro occhi stavano contemplando. Come dar torto a Pietro che avrebbe messo la firma allo spettacolo del monte? Forse che non conosciamo la magia dell’incanto che ti fa toccare il cielo con un dito? È vero: è bello stare in una situazione come quella sul Tabor. Ma essa, per ora, non è la condizione definitiva: non è dato fermarsi, come non è possibile sognare ad occhi aperti una sorta di riparo a protezione per ciò che sta per abbattersi su tutti.

Pietro è stato condotto sul Tabor perché potesse apprendere che la realtà va guardata solo dopo aver alzato lo sguardo e aver osservato uomini e cose come li vede Dio, proprio com’era accaduto con Abramo che aveva accolto l’invito e non si era lasciato vincere dal rimpianto per ciò che s’era lasciato alle spalle.

La trasfigurazione, ossia, imparare a coniugare l’abitudine e la creatività, il calcolo delle nostre relazioni e la larghezza del cuore di Dio, il disordine e il progetto, il momento e l’eterno, la tappa e la meta, la croce e la gloria, la morte e la vita.

La trasfigurazione, ossia, imparare a stare nelle cose abitudinarie con lo spirito di chi ha già gustato l’inedito, frequentare i bassifondi della storia con negli occhi il progetto che Dio ha sulla storia nonostante le brutture, attraversare la prova con la consapevolezza che si tratta del travaglio per una nuova nascita.

Tutto questo, solo se si acconsente a lasciarsi condurre fuori continuamente da Dio.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.