È l’amore che conta – Esequie Antonio Aulicino

La speranza di Antonio legata al trapianto di cellule si è infranta ieri notte nell’ospedale San Carlo a Potenza. Da mesi lottava con un brutto male che però non gli ha mai tolto la dignità e l’attenzione verso chi si prendeva cura di lui. Un uomo buono, umile, lavoratore.

Prendiamo congedo da lui in questo lunedì di Quaresima in cui il vangelo mette a tema il giorno in cui la storia umana vivrà il suo compimento.

Giorno di sorprese e di stupore quel giorno.

Quando Signore? chiederanno tanto i giusti quanto i malvagi.

Quel giorno dischiuderà la comprensione piena di ciò che nella vita abbiamo vissuto e dei volti incontrati. Quel giorno manifesterà quali indirizzi abbiamo frequentato, verso quali recapiti abbiamo mosso i nostri passi. Quel giorno rivelerà che nella vita dell’uomo non c’è nulla di banale se è vero che il porgere un bicchiere d’acqua o il rifiuto di averlo fatto, non sarà indifferente. Quel giorno attesterà che il rapporto dell’uomo con il Figlio dell’uomo, si gioca nel rapporto dell’uomo con l’uomo.

A tema, quel giorno, non la fede, non la liturgia ma le opere di misericordia, quelle che solitamente appaltiamo al volontariato quasi si tratti di cose per addetti specializzati.

“Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi”, cioè non siete mai sfuggiti a questo rapporto, anche là dove vi sembrava che la situazione fosse irrisoria, precaria, trascurabile, anche là eravate di fronte a me. Di quel giorno conosciamo già la materia di esame: quale credito avremo dato al comandamento dell’amore. Gesù riconoscerà come suoi coloro che avranno saputo riconoscerlo nei suoi vari travestimenti. Quel giorno ci ricorderà che non basterà aver conosciuto il Cristo mediante la fede ma l’averlo riconosciuto mediante l’amore.

Quel giorno svelerà in pienezza che non si è cristiani per dichiarazione ma per affinità con lo stile del Vangelo. Quel giorno ci restituirà la consapevolezza che è l’amore che conta. Il resto non conta nulla.

Madre Teresa esclamava: “Quanto è stato buono il Signore: ha consentito a tutti di incontrarlo fin da questa vita, nella parola del povero e ha semplificato il cammino della salvezza concentrandolo in cinque parole, come le cinque dita di una mano: Lo – avete – fatto – a – me”, come a dire che la carità contiene sempre in sé un germe di fede. Ogni volta che siamo di fronte ad una persona umana che soffre dovremmo, con gli orecchi della fede, sentire dentro di noi la voce del Signore Gesù che ci ripete: “Questo è il mio corpo! Questo è il mio corpo!”.

Gesù non dice: Io ero malato e voi mi avete guarito; io ero in prigione e voi mi avete liberato. Guarigione e liberazione spesso andranno oltre le nostre possibilità. Per condividere, però, non è necessaria nessuna ricchezza o particolari capacità, ma un cuore aperto e compassionevole.

Quel giorno capiremo che il problema non è quello di sapere chi è il mio prossimo, quale sia cioè la categoria di persone che mi permettano di esercitare la carità. Il problema essenziale è farmi prossimo. Sono io che devo accostarmi, farmi vicino, farmi prossimo, annullare la distanza. Già questo è il gesto giusto: annullare la distanza. Può bastare un corridoio o un ufficio. È sufficiente ci sia un uomo che ha bisogno di me: quello è il luogo nel quale il Signore mi chiede di inverare la mia fede. Lì, se perdo tempo, mi è riservata l’eternità. La mia salvezza coincide con l’aiuto offerto all’altro.

Se vuoi fare qualcosa per Dio non hai il problema di dove trovarlo. Ti è offerto un recapito: la porta dell’altro. Infatti, secondo la parabola, se potranno esserci uomini e donne che si salveranno senza qualche sacramento, nessuno potrà mai salvarsi senza il sacramento del fratello.

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