Predicare la croce o portare la croce? – Una testimonianza

LourdesIn questo giorno in cui facciamo memoria della B.V. di Lourdes e celebriamo la giornata del malato, affido alle parole di don Donato Ferraro, parroco di Picerno, provato nel corpo da una grave malattia, il commento al Vangelo odierno.

“Come tutti i sacerdoti, anche a me è capitato, centinaia di volte, di parlare della croce: ai malati, ai moribondi, a chi era in qualunque difficoltà, a chi piangeva la morte di una persona cara…

Come tutti i sacerdoti, anche io ho cercato di consolare, di infondere speranza, di stare semplicemente a fianco, a volte senza dire nulla, di chi era nella prova. Nella misura in cui ho saputo farlo ed il Signore mi ha dato la grazia di farlo, l’ho fatto.

Oggi, per un misterioso disegno della Provvidenza di Dio, mi trovo dall’altra parte: sono io il malato e tocca agli altri venire a farmi visita e dirmi parole di speranza.

La scena è la stessa, ma aver invertito i ruoli ha reso ogni cosa così profondamente diversa!

Ho imparato, innanzitutto, che la croce è una “cosa seria” e che non la si porta mai “sportivamente”, canterellando o minimizzandone la durezza.

Sotto la croce si fatica, anche quando si è cristiani e si è interiormente convinti di avere accanto il Salvatore; sotto la croce si piange; sotto la croce, a volte, ci si scoraggia e persino si cade…

Ringrazio il Signore della vita perché in quest’ora insieme tenebrosa e splendida mi ha fatto toccare con mano tutta la mia fragilità, la mia miseria, la mia paura.

Davanti alla croce vera, così diversa da quella predicata, sono cadute tutte le maschere, tutti i ruoli, tutte le parole di circostanza, tutte le illusioni ingenue di forza e di intelligenza.

E’ caduta ogni forma di orgoglio e di presunzione, e questo perché rimanesse soltanto la verità in tutta la sua drammatica evidenza: l’uomo nudo, l’uomo svestito di ogni sovrastruttura costruita nel tempo dalla necessità di apparire in un ruolo; l’uomo, semplicemente l’uomo, nella sua inguaribile e radicale miseria.

L’ora tenebrosa della malattia – di una malattia che so potrebbe condurmi alla morte – si è così provvidenzialmente trasformata in un’ora di luce e di verità.

Ho conosciuto don Donato, la sua povertà, il suo bisogno – così difficile, credetemi, da accettare… – di essere aiutato anche nelle cose più semplici che per tutta la vita avevo pensato essere banali e scontate.

Ho conosciuto l’uomo e insieme ho imparato ad apprezzare ogni piccola gioia – fosse anche il semplice poter mangiare con la bocca piuttosto che essere nutrito da una disumana sacca – con le quali la Provvidenza rende meno penoso il nostro viaggio.

Accanto all’uomo nudo, però, ho scorto, anch’essa con occhi decisamente nuovi, la presenza di Gesù al suo fianco.

Lo conoscevo già il Signore; ho parlato di Lui per tutta la mia vita; ho celebrato i suoi misteri per 26 anni; ho guidato il suo gregge ovunque il mio Vescovo mi abbia inviato, da Savoia a Marsico a Picerno.

Ma anche qui quante cose sono cambiate!

E’ lo stesso Gesù che ho studiato sui libri di teologia e che ho predicato e sentito predicare per anni, ma quanto “è cambiato” anche Lui, o, meglio, quanto i miei occhi oggi lo vedono nuovo, diverso, sorprendente!

Oggi Lui è il “mio” Gesù, il “mio” consolatore, il “mio” salvatore, la “mia” difesa, il “mio” fedele compagno di vita.

E’ sempre Lui ed io sono sempre me stesso, eppure quanto siamo diversi e Lui ed io…

Se questo è un progresso spirituale – non tocca a me dirlo – ringrazio e benedico il Signore e, paradossalmente, ringrazio e benedico la malattia che lo ha reso possibile.

E’ stata lei, la malattia, a snudarmi di tutto, ma è stata anche lei, la malattia, a permettere al “mio” Gesù di rivestirmi di amore e di misericordia, rendendomi ancor più bello ai suoi occhi e aprendo dinanzi ai miei prospettive nuove di vita.

Con San Francesco, allora, anche io canterò: “Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente po’ scappare”

Sii benedetto, Signore, perché togliendomi le vesti della salute e della sicurezza di me, mi hai rivestito della veste splendida della tua grazia e dell’abbandono a Te!

E con il Poverello di Assisi pregherò: “beati quelli che troverà ne le tue santissime voluntati, ca la morte secunda no ‘l farrà male”.

Un’ultima cosa.

Insieme al “mio” Gesù, ho visto in questi anni accanto a me tante persone buone che gli hanno prestato le mani, gli occhi, il cuore, il lavoro, perché Lui potesse farmi sentire la forza della sua presenza.

Penso alla mia mamma, alla quale mai avrei voluto dare tanto fastidio e tanto dolore; penso a mia sorella e ai miei fratelli; penso ai miei familiari tutti e ai tanti amici conosciuti in questi anni di ministero parrocchiale; penso ai medici e a quanti si sono presi cura di me, e ancora lo stanno facendo, prima a Roma ed ora a Potenza.

Penso soprattutto alla Madonna.

L’altro giorno, don Paolo mi ha portato in camera una bella statua della Madonna di Viggiano, la “mia” Madonna, la Madonna della “mia” gente, della “mia” storia di figlio di questa terra.

E’ di fronte al mio letto e non cesso un istante di guardarla, di lasciarmi guardare da Lei, di amarla…

Ti ringrazio, o “mio” Gesù, per avermi voluto donare la tua mamma, che oggi più che mai sento anche come “mia”.

Senza di Te, o Vergine benedetta, avrei solo freddo e paura.

Con Te, o Madre di misericordia, sento di poter trasformare anche quest’ora di dolore in un’offerta preziosa di amore.

Non lasciarmi nemmeno per un istante, o Madre mia, e prega con me perché si compia in me la volontà di Dio: o clemente, o pia, o dolce Vergine Maria!”

don Donato Ferraro

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