Dalla meraviglia alla rabbia: Gesù nella sinagoga di Nazaret

Gesù nella sinagoga di Nazaret.jpgIl cap. 4 di Lc è un cap. nel quale troviamo come in sintesi tutta la vicenda terrena di Gesù come pure tutto il dinamismo di evangelizzazione che da Gerusalemme, dopo l’ascensione di Gesù al cielo, raggiungerà gli estremi confini della terra. Si tratta perciò di una pagina nella quale ritroviamo, in qualche modo, il paradigma della nostra esperienza cristiana. È una pagina dalla quale chiunque si lasci coinvolgere nel progetto di sequela del Signore Gesù, non può prescindere.

Sequenza del brano

  • Gesù, pieno di Spirito Santo, va a Nazareth
  • Gesù si alza e legge
  • Gesù legge un testo profetico
  • terminata la lettura, Gesù è al centro dell’attenzione e della curiosità
  • Gesù proclama la parola di compimento delle profezie
  • che cosa succede dopo? cosa avviene, perché questo incanto si rompe?
  • Gesù passa al contrattacco
  • e infine la conclusione, la catastrofe

Contesto immediato del brano:

Lc più che fissare la sua attenzione sul battesimo di Gesù pone l’accento piuttosto sulla discesa dello Spirito Santo sopra di lui. Gesù è dichiarato figlio prediletto del Padre, è l’uomo così come Dio lo ha sognato, è l’Adamo pieno di Spirito Santo. Tutto ciò che Gesù compie e dice acquista luce a partire da questo evento: egli è “mosso, condotto, tenuto e riportato non dalla propria decisione autonoma, ma dalla potenza dello Spirito. Per due volte in un solo versetto Luca sottolinea la presenza e la mozione dello Spirito nella vita di Gesù: “Gesù pieno di Spirito Santo ritornò dal Giordano e veniva guidato dal medesimo Spirito nel deserto” (Lc 4,1)” (BOSETTI E., LUCA. Il cammino dell’evangelizzazione, p. 73).

            Gesù è pienamente docile all’azione dello Spirito. Come lui anche la Chiesa di cui ci parla il libro di Atti. Negli Atti gli apostoli, essi, gli Apostoli, non decidono mai da sé ciò che è giusto compiere, ma “lo Spirito Santo e noi” (At 15,28); è lo Spirito a stabilire quale strada intraprendere per l’evangelizzazione e non Paolo o i suoi collaboratori, e lo Spirito può anche non essere d’accordo su ciò che previamente era stato deciso (cf. At 16,7).

Chi è il Gesù di cui Lc ci parla in questo cap.?

Il Gesù che visita il suo paese natio è reduce dalla permanenza nel deserto dove, condotto dallo Spirito, quello stesso che era disceso e si era posato su di lui “in apparenza corporea come di colomba”, aveva lottato con il maligno per riaffermare la sua obbedienza al Padre e la sua solidarietà con i fratelli.

“Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito Santo e la sua fama si diffuse in tutta la regione” (v. 14)

Non è perciò casuale il far ritorno di Gesù nella sua città: è lo Spirito che ve lo conduce. Quando vi giunge, non c’è luogo dove non si parli di lui, la sua fama si diffonde con rapidità. Non c’è angolo che sia privo della sua presenza o della risonanza della sua presenza.

“… e tutti ne facevano grandi lodi” (v. 15):

è l’unica volta in tutto il NT in cui, a proposito di Gesù, si usi una simile espressione che in greco è espressa con doxazein e che è qualcosa da potersi riferire solo a Dio. Il fatto che Lc usi questa espressione sta a manifestare una sorta di professione di fede: la gente ha percepito che l’uomo Gesù, su cui è disceso e rimasto lo Spirito del Signore, è il figlio prediletto di Dio.

Il testo:

Gesù arriva a Nazareth dove tutti lo conoscevano ed entra nella sinagoga per partecipare alla liturgia del Sabato mattino. Qui è presente tutta la popolazione raccolta per il culto. Fatta la lettura della Torah (Pentateuco) e terminate le preghiere comprese nella prima parte del rito – le “Diciotto benedizioni”, la professione di fede e la benedizione del sacerdote (Nm 11, 24ss) – Gesù si alza per quella che noi chiameremmo la seconda lettura, tratta dai Profeti: gli viene dato il rotolo di Isaia profeta. Legge il brano di Is 61,1-2a.

È da notare che il testo citato da Lc 4,18-19 mette insieme due passi di Is e non è pensabile che Gesù l’abbia trovato così nel rotolo che gli era stato consegnato: infatti, dopo Is 61,1 si passa a Is 58,6 e da qui a Is 61,2, versetto interrotto prima della seconda metà, non proclamando la parte che riguarda il “giorno di vendetta” (Is 61,2b).

Del brano che Lc mette sulle labbra di Gesù troviamo un’eco immediata in Lc 7,22-23 là dove, alla domanda di Giovanni: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?”, lo stesso Gesù risponde: “Andate e annunciate a Giovanni a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunziato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo”.

Il testo di Isaia è rivolto ad un popolo oppresso, prigioniero, esiliato, maltrattato: ad esso viene recata una parola di fiducia. Qualcuno porterà questa parola ai miseri e perciò sarà motivo di speranza perché attuerà la liberazione tanto desiderata dall’esilio.

Le parole di Isaia formano una buona sintesi interpretativa della vita di Gesù, dal momento che tutto il vangelo non fa altro che narrare l’andare di Gesù verso la disgrazia umana manifestando tutta la compassione di Dio verso chiunque è senza speranza.

È indubbiamente un momento decisivo per la vita di Gesù. Sappiamo bene, per l’esperienza di ciascuno di noi che gli inizi di un’attività, di un’opera non sono senza conseguenze sul prosieguo. Gli occhi di tutti guardano in un’unica direzione: c’è un clima di attesa, di suspense. Ed ecco subito la prima cosa strana: Gesù non tiene l’abituale omelia ma si limita a dire una sola cosa: “Questa Scrittura si è adempiuta”. Ricordate il grido con cui Mc fa iniziare la predicazione di Gesù? “Il tempo è compiuto” (Mc 1,15). Non solo spiega la parola di Dio, ma la attualizza, un’attualizzazione che non consiste tanto nell’adattare la parola di Dio al proprio tempo quanto piuttosto nel renderla attuale, realizzando ciò che la parola dice. È come se Gesù dicesse: non c’è più da attendere alcuno: ecco qui dinanzi a voi il compimento di ogni promessa di Dio. Il Messia, infatti, sarebbe stato colui sul quale si sarebbe posato lo Spirito del Signore. Ora questo Spirito si è posato su Gesù di Nazareth, quello che era dinanzi ai loro occhi. L’attesa era perciò compiuta.

Degno di nota il seguente particolare: il compimento non accade dinanzi agli occhi ma negli orecchi. I presenti vorrebbero vedere (“gli occhi di tutti”), ma Gesù li riporta al primato dell’ascolto della Parola: è l’udito e non la vista ad essere abilitato a riconoscere che la promessa è giunta a compimento. “La fede nasce dall’ascolto”. L’ascolto della Parola ci rende contemporanei di Gesù. Chi ascolta Gesù e compie la sua Parola si trova a vivere l’oggi della salvezza e diventa membro della sua famiglia (Lc 8,21).

La prima reazione dell’uditorio è di ammirazione: i suoi compaesani confermano in certo qual modo quanto avevano sentito sul suo conto. Tuttavia, a Nazareth, c’è un particolare che altrove non si verifica: Nazareth è il luogo in cui la gente ha visto crescere Gesù sotto i propri occhi e perciò crede di conoscerlo, di sapere tutto di lui: “Non è costui il figlio di Giuseppe?” (v. 22b). Ed ecco che la meraviglia comincia a sgretolarsi finendo per cedere il posto allo scetticismo e alla diffidenza prima, alla rabbia poi. Sentendo l’ostilità dell’atmosfera, Gesù riprende il discorso: “Di certo voi mi citerete il proverbio…”.

Gesù che conosce cosa c’è nel cuore di ogni uomo sa bene quale è l’aspettativa dei presenti: i nazaretani attendevano dei fatti e non solo belle parole, prodigi come quelli accaduti a Cafarnao. Citando il proverbio “Nessun profeta è accetto in patria”, fa capire che lì non compirà alcun miracolo e attraverso il rimando a fatti profetici, Lc stigmatizza quali devono essere le condizioni che sono terreno adatto perché Gesù possa operare miracoli e guarigioni:

“Vi dico anche: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova in Zarepta di Sidone. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman, il Siro” (vv. 25-27).

Sembra quasi che Gesù vada a cercarsi l’accrescere dell’ostilità: in un ambiente che già è sul punto di esplodere, Gesù cita una donna e un uomo stranieri beneficiari della misericordia di Dio.

Come mai la vedova di Zarepta poteva essere anteposta a tutte quelle che erano presenti in Israele al tempo di Elia?

Innanzitutto per il fatto di essere vedova, appartenente perciò alle categorie deboli di cui facevano parte le donne, gli emarginati, i bambini. La vedova poiché non ha più il marito, non ha più chi possa difenderla e proteggerla: è colei che vive il rischio di essere esposta alla sopraffazione e all’ingiustizia. La vedova di Zarepta oltre ad essere vedova è anche povera: in 1Re 17, 9-24 viene descritta con dovizia di particolari l’indigenza di questa donna: è certa di essere sul punto di morire quando il profeta le chiede un gesto di solidarietà e di condivisione. Ma Elia insiste:

“Non temere; su, fa’ come hai detto, ma prepara prima una focaccia per me e portamela; quindi ne preparerai per te e per tuo figlio, poiché dice il Signore: la farina della giara non si esaurirà e l’orcio dell’olio non si svuoterà finché il Signore non farà piovere sulla terra”.

Per noi è cosa risaputa che Elia fosse un grande profeta, non così per la donna, la quale pur non sapendo chi fosse quell’uomo “andò e fece come aveva detto Elia”. Abbiamo perciò delineata la specificità di questa donna di Zarepta: una che si fida della parola di Dio e accetta di rischiare di persona nonostante non sappia chi è quell’uomo che ha dinanzi. Rischia la sua stessa sopravvivenza! Rischia il suo ultimo giorno di vita e quello di suo figlio. Ecco perché Gesù la prende a modello di fede: è figura di una fede capace di rischiare. È questa la fede che permette a Gesù di operare miracoli e guarigioni: “La tua fede ti ha salvato!”.

A questo punto la rabbia raggiunge il colmo e avviene il crollo: Gesù viene addirittura cacciato fuori per essere ucciso. Egli che è evangelizzatore nella potenza dello Spirito Santo comincia con un fallimento.

Meditatio

Come mai Lc fa cominciare il ministero di Gesù con un fallimento?

Nessuno di noi, probabilmente, se si fosse trovato nei panni di Lc, avrebbe esordito così: avremmo di certo scelto episodi che avessero riscosso successo, plauso, riconoscimento tali da giustificare magari un probabile essere attratti a seguire quest’uomo affascinante. Qui niente di tutto questo.

Credo che come Chiesa, come comunità cristiana siamo chiamati a cogliere in questo episodio di evangelizzazione mancata, fallita, un inizio programmatico. Gesù riesce a sfuggire alla presa della sua gente, ma se ne va sconfitto. Ecco, Lc ci presenta un Gesù sconfitto, cacciato, non ascoltato, non gradito. Sull’orizzonte si profila già il mistero della croce. Eppure egli è l’evangelizzatore del Padre per eccellenza. Il fatto che Lc abbia posto proprio quest’episodio, sta a dire che una simile esperienza è una sorta di costante del Regno di Dio.

Gesù ha associato e continua ad associare ciascuno di noi alla sua opera di evangelizzazione. Ora, nel chiamarci ad essere pescatori di uomini, non assicura affatto che saranno tutti successi o che ne pescheremo molti e subito (cf. At 13,45). Ne sa qualcosa l’apostolo Paolo allorquando afferma: “Non vogliamo, infatti, che ignoriate, fratelli, come la tribolazione che ci è capitata in Asia ci ha colpiti oltre misura, al di là delle nostre forze. Abbiamo addirittura ricevuto su di noi la sentenza di morte per imparare a non riporre fiducia in noi stessi, ma nel Dio che libera i morti” (2Cor 1,8-9).

Di certo la gente della sinagoga si aspetta molto da Gesù, vorrebbe quasi catturarlo, vorrebbe almeno coinvolgerlo nelle proprie aspettative. Proviamo solo per un attimo a pensare cosa volesse significare per un piccolo paese la presenza di un uomo quale Gesù: probabilmente era oggetto di gloria paesana, uno di cui menar vanto ma, ancor più, uno da cui trarre profitto. L’atteggiamento della gente, inoltre, tradisce forse anche il desiderio che Gesù adegui l’annuncio di cui è portatore alle loro aspettative, ai loro bisogni, alle loro necessità. Quante volte, noi stessi, arriviamo per una simile logica a vergognarci del vangelo pur di non creare nei nostri interlocutori il malcontento o una certa malcelata sopportazione?     La figura di Gesù che emerge dal brano di Lc è quella di un Gesù incurante del successo, estremamente libero, incurante di ciò che gli potrebbe capitare, incurante persino della cattiva fama che d’ora innanzi circolerà sul suo conto. La libertà di Gesù sta ad indicarci che il Regno si muove su altre lunghezze d’onda e secondo altre prospettive.

Evangelizzare non vuol dire innanzitutto fare qualche cosa, ottenendo qualche risultato, mettere a posto qualche pietra che rimanga, ma vuol dire partecipare alla vastità di vedute del Signore Gesù, vuol dire entrare nella ricchezza della sua libertà straordinaria, come commenta sapientemente il Card. Martini.

Siamo chiamati non tanto a dire o fare qualcosa ma innanzitutto a essere qualche cosa con il Signore, a partecipare alla sua libertà per essere partecipi anche della sua missione.

La gente di Nazareth non accoglie Gesù perché in fondo sente minati alla base i propri interessi, ma la missione di Gesù non soggiace alla pretesa degli uomini, anche se suoi parenti o compaesani, non si lascia costringere nelle urgenze dell’immediato, ma è completamente affidata all’azione dello Spirito in lui.

Di Gesù, Lc tiene ad indicare che era pieno di Spirito Santo, mentre i suoi sono “pieni di ira” (v. 28): ed è proprio questa che impedisce di accogliere il dono.

Quello che Gesù, attraverso questa Parola, vuole trasfonderci quest’oggi, è la sua libertà d’animo. La Parola di Dio è parola per tutti, non può essere legata da nessuno: essa non sempre piace, non è fatta per l’applauso, può essere causa di problemi: ecco ciò che Lc ci consegna. La Parola ci trascina in una sorte imprevista che può essere tanto di accoglienza quanto di rifiuto. E il seguire Gesù deve avvenire nell’una come nell’altra situazione.

Noi siamo gente che, consciamente o inconsciamente, ricerca il successo della nostra parola, vuole che essa sia accolta, stimata, apprezzata. Anche il Signore ha desiderato e desidera che ogni uomo accolga la sua Parola tuttavia, la sua Parola è prima di tutto non parola fatta per l’applauso, ma Parola di Dio, cioè parola di verità, di giustizia, di salvezza, parola che ha la sua forza in se stessa e non per l’accoglienza che riceve.

Lc presenta Gesù sotto l’azione costante dello Spirito; i primi cristiani, proprio perché condotti dallo Spirito venivano definiti figli del vento: lascio che sia lo Spirito a guidare il mio cammino o non piuttosto le convenienze del momento?

Ho davvero accolto nella mia vita la lieta notizia di un Dio che viene a fare sua la mia condizione umana?

Quali sono le mie attese deluse, gli interessi colpiti che potrebbero impedirmi di accettare Gesù come il portatore della buona notizia per me?

Quanto, forse, anche in noi che magari svolgiamo un servizio all’interno della comunità cristiana, non è piuttosto presente una certa tentazione a voler “gestire” il tutto ricercando primariamente il proprio interesse?

Quanto anche noi che pure ci nutriamo del cibo solido della Parola di Dio non viviamo una concezione ristretta del cristianesimo, legata al miracolismo, alle guarigioni?

Gesù non teme di affrontare un pubblico che ha delle aspettative e che quindi si dimostra diffidente: non capita, talvolta, di “vergognarmi del Vangelo”? Non mi ritrovo, forse, in chi magari preferisce un facile compromesso per ingraziarsi quanti abbiamo di fronte a noi?

Da un Sermone di San Giacomo della Marca

            O preziosa e santissima parola di Dio! Tu illumini i cuori dei fedeli, tu sazi gli affamati, tu consoli gli affitti; tu rendi feconda la mente di tutti i buoni e fai germogliare tutte le virtù; tu strappi le anime dalla bocca del diavolo, giustifichi gli empi e dai terreni li trasformi in celesti.

Dice san Bernardo: «La Parola di Dio bisogna ascoltarla di buon animo, accoglierla con devozione e custodire con sollecitudine tutto ciò che riguarda la salvezza delle anime. E non va ascoltata come parola di uomini ma come veramente è, parola di Dio, sia che essa consoli sia che ammonisca, o anche rimproveri. E come il seminatore negligente perde la semente, così l’ascoltatore negligente perde la Parola di Dio ».

Perciò dice Sant’Agostino: «Vi chiedo ancora, o fratelli e sorelle, ditemi: vi sembra che sia più sacro il corpo di Cristo o la parola di Dio? Se volete rispondere rettamente dovete dire che la parola di Dio non è da meno che il corpo di Cristo. Non sarà meno reo chi avrà ascoltato con negligenza la parola di Dio, di colui che per propria negligenza avrà lasciato cadere in terra il corpo di Cristo».

 

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