Gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù

 

croce copia 3

Paolo scrive dalla prigione in cui si trova recluso e propone alla comunità cristiana di Filippi il cammino di Gesù facendo comprendere loro che anzitutto anche Gesù ha conosciuto l’esperienza del camminare, del progredire: un cammino che parte da Dio, giunge alla condizione di schiavo per poi fare ritorno a Dio nell’esperienza della gloria. Il brano di Filippesi che abbiamo proclamato mette in luce proprio le tappe di questo cammino. Anche Gesù ha una sua storia e questa storia è riletta da Paolo in un arco che va dalla preesistenza all’incarnazione alla vita terrena alla morte in croce alla glorificazione.

Fil 2,1-11

1 Se c’è pertanto qualche consolazione in Cristo, se c’è conforto derivante dalla carità, se c’è qualche comunanza di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, 2 rendete piena la mia gioia con l’unione dei vostri spiriti, con la stessa carità, con i medesimi sentimenti. 3 Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso, 4 senza cercare il proprio interesse, ma anche quello degli altri.

  5 Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù,

  6 il quale, pur essendo di natura divina,

 non considerò un tesoro geloso

 la sua uguaglianza con Dio;

  7 ma spogliò se stesso,

 assumendo la condizione di servo

 e divenendo simile agli uomini;

 apparso in forma umana,

  8 umiliò se stesso

 facendosi obbediente fino alla morte

 e alla morte di croce.

  9 Per questo Dio l’ha esaltato

 e gli ha dato il nome

 che è al di sopra di ogni altro nome;

  10 perché nel nome di Gesù

  ogni ginocchio si pieghi

 nei cieli, sulla terra e sotto terra;

  11 e ogni lingua proclami

 che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre.

La vita cristiana: avere gli stessi sentimenti del Figlio

Cosa vuol dire essere discepoli per Paolo? Cosa vuol dire essere credenti? Paolo riassume il senso della vita cristiana in un itinerario di progressiva assimilazione dei sentimenti di Cristo verso il Padre.

Il cammino di ciascuno di noi si può compiere solo non distogliendo lo sguardo dall’icona di Cristo che si dona totalmente al Padre e ai fratelli.

Questo itinerario – perché di itinerario si tratta e non di una realtà acquisita una volta per tutte – tende a creare nel credente quella stessa totale disponibilità o quel sentimento di amore immenso che ha spinto il Figlio a farsi uomo, a divenire servo, umile e obbediente, libero di dare la vita per amore. Così è l’uomo pensato secondo Dio per Paolo.

Non è un culto a qualificare la nostra relazione con Dio, non è neanche lo zelo apostolico e missionario; non è neppure il rincorrere una propria perfezione personale. Paolo mette al centro il modello di una persona vivente, i suoi sentimenti e i suoi desideri, il suo modo di vivere e il suo coraggio di morire.

Paolo, rivolgendosi ai Filippesi, li esorta al sentire: “cercate di avere lo stesso modo di sentire… unanimi e uniti nel modo di sentire” (2,2). Non un sentire vago ma quello che è stato di Cristo Gesù (2,5). Se Paolo li esorta a questo è perché il loro atteggiamento quotidiano sembra contraddire quanto egli sta riproponendo. A partire dal sentire di Gesù i Filippesi sono spronati a non rimanere imbrigliati in tensioni, conflitti e rivalità che non consentono all’amore di regnare nella comunità. Le ragioni perché questo debba essere perseguito sono diverse:

  • hanno già sperimentato la consolazione che viene dal Signore Gesù il quale conferma e rallegra il cammino dei discepoli;
  • l’amore reciproco è un vero e proprio conforto;
  • la presenza dello Spirito è fonte e motivo di comunione nella diversità;
  • tra i fratelli della comunità e tra questi e Paolo c’è un legame di affetto.

Se questo è il punto di partenza è possibile addirittura gustare la pienezza della gioia nella misura in cui tutti cercano lo stesso sentire. L’unità da perseguire non è di tipo formale ma è quella che salvaguardando le diversità di ognuno vive le relazioni nell’amore vicendevole. C’è qualcosa che tutti ci accomuna: l’amore del Signore Gesù.

È possibile vivere relazioni fraterne nella misura in cui si è consapevoli della propria misura, della propria debolezza, della propria fragilità. Relazioni da decentrati, disposti a sostenere l’altro.

Non è generico questo modello di vita, ma un modo particolare di seguire Gesù, il modo della kénosi. La kènosi come simbolo e come cifra interpretativa dell’esistere e del morire per amore, del non tenere gelosamente per sé nulla, neppure la relazione privilegiata e unica con il Padre, ma il pensarsi unicamente e in tutti i sensi come dono, fino a pensare la stessa morte come dono e a decidere di far dono della vita.

Così è Dio. Così è l’uomo. I sentimenti, infatti, esprimono forse la parte più umana del nostro io, dal momento che ne rivelano sogni e motivazioni, spesso sono istintivi, immediati, passeggeri, fugaci. Tuttavia, se evangelizzati possono divenire espressione di una conversione di vita. La vita da credenti non è per chi ha soppresso istinti e pulsioni ma per chi lascia che tutto ciò sia illuminato dalla luce misteriosa dello Spirito.

I sentimenti svelano il nostro lato debole, quello che il più delle volte non giunge al vaglio della riflessione e nondimeno sono forse l’aspetto che più esprime quello che ognuno è, quello che porta nel cuore. Se, infatti, riusciamo a controllare parole e gesti (evangelizzazione dei comportamenti) ma non possiamo impedirci di provare i sentimenti, i quali ci dicono se e fino a che punto ci stiamo identificando con il cuore del Signore Gesù, con la sua passione di amore, con il suo Vangelo.

Non è credente né evangelica quella vita cristiana che non arriva a toccare, trasformare ed evangelizzare non anzitutto i valori proclamati o i comportamenti visibili, ma anche sentimenti, desideri, disposizioni interiori, progetti, simpatie, gusti, attrazioni… ad immagine del Figlio che si consegna per amore.

Troppa predicazione cristiana ha posto l’accento sulla novità di gesti e di comportamenti senza dare la necessaria attenzione all’interno, al cuore, al sentire profondo, alle motivazioni del proprio agire. E alla fine ci si è ritrovati con credenti puntuali nell’eseguire gli ordini ma incapaci di passione.

Se si deve formare il cuore umano perché impari ad amare il cuore di Dio, è ovvio che il processo non può che durare tutta la vita. Il cuore non può essere costretto ma può essere educato a scoprire la grandezza della chiamata e la bellezza della proposta. Avere gli stessi sentimenti di Gesù non vuol dire una esteriore imitazione, ma alla luce della sua esperienza scoprire la propria identità.

La fede, nella sua dimensione più matura, è scelta di conformazione, non semplice appartenenza ideologica: diventare come il Figlio, questa è la meta di ogni vita cristiana.

E il contesto è quello di una comunità ove sperimentare ed esprimere l’amore che si fa servizio e misericordia, una comunità il cui stile conferma i tratti tipici della kènosi, come l’umiltà, la povertà, l’obbedienza vicendevole.

Il processo del cammino di liberazione è costruito sul modello pasquale: morte, discesa agli inferi, resurrezione.

Il cammino di liberazione comincia sempre con la presa di coscienza della propria schiavitù. C’è una morte da affrontare: occorre lasciarsi destrutturare nel proprio modo di pensarsi e di agire.

Il cammino di Gesù

Alla pari di Dio…

La sua condizione di partenza: il Signore Gesù esisteva in una condizione divina che gli apparteneva, gli spettava di diritto, gli era propria. Era la sua natura reale quella di essere nella condizione di Dio. Nella sua preesistenza Gesù condivideva con Dio le sue stesse modalità di essere, sottratto cioè ai limiti e ai condizionamenti dell’esistenza umana.

Se questa era la sua condizione quale il rapporto stabilito da Gesù con essa? Non considerò una preda il suo essere alla pari di Dio. È il rovescio della pretesa di Adamo, che si illuse di poter rapire l’essere come Dio, le sue stesse prerogative (Gn 3,5). Il cammino di Gesù è a rovescio del cammino di Adamo, del cammino dell’umanità: se da un lato abbiamo un uomo che cerca in tutti i modi di innalzarsi fino a Dio, per poter disporre delle sue prerogative, dall’altra abbiamo il cammino del Figlio di Dio che spogliandosi della sua condizione divina accetta di condividere, scendendo, l’umile misura dell’uomo. Il cammino dell’uomo e il cammino del Figlio di Dio: l’alternativa è tra arroganza/pretesa da una parte e dono/condivisione dall’altra.

Non un tesoro geloso: l’essere come Dio da parte di Gesù è stato vissuto, infatti come solidarietà e condivisione. È da questa prospettiva che ha inizio il mistero dell’Incarnazione come è da questa prospettiva che va letta tutta la vicenda umana di Gesù. L’uomo Gesù manifesta quale modo di ragionare ci sia in Dio. Francesco coglierà molto bene questo stile quando scriverà: Nulla di voi trattenete per voi affinché totalmente vi accolga colui che totalmente a voi si dona.

La vita “spezzata” dell’uomo Gesù non è stata nient’altro se non la traduzione di un modo di ragionare (ne parliamo per analogia, s’intende) fatto mentre esisteva nella condizione di Dio. In gioco non c’è solo l’uomo Gesù e il suo modo di vivere. In gioco c’è una teologia, un modo di pensare Dio e di pensarsi di Dio: Gesù non ha tenuto per sé il suo essere alla pari di Dio. Dio si manifesta solo in termini di dono. Gesù ne è la rivelazione compiuta

Svuotò se stesso

L’incarnazione è letta da Paolo come lo svuotamento di Dio, la kènosi di Dio. Il verbo ekenosen esprime la spogliazione: vuoto come un deserto o come una città spopolata: completamente.

Per diventare l’uomo ha rinunciato completamente alle sue prerogative divine che gli spettavano di diritto ma che lo avrebbero reso comunque diverso. I diritti divini lo avrebbero sottratto senz’altro all’esperienza del limite, della debolezza, della sofferenza e della morte stessa. Ma a questo Gesù ha preferito una condivisione totale della stessa condizione dell’uomo. Uomo comune, normale, come tutti. “Identico agli altri nella natura come pure nell’aspetto e nel comportamento” (B. Maggioni). E tuttavia sul piatto della bilancia non c’è la condizioni di Dio e la condizione di uomo. La vicenda di Gesù attesta un ulteriore sbilanciamento: la condizione di servo. Da Dio a servo: ecco il paradosso dell’incarnazione. A Paolo interessa rileggere come Gesù è stato nella condizione di uomo. Da servo (doulos), cioè nella condizione sociale inferiore, di sottomissione e di servizio.

Dio esce da sé: l’uscita da sé per essere nell’altro è l’espressione più profonda dell’amore di Dio. Il regime del privilegio condanna alla solitudine, quello dello svuotamento apre alla comunione. Non c’è relazione con l’altro nella verità se non nello spogliamento. Da ricco che era si è fatto povero per noi, dirà Paolo in 2Cor 8,9.

Tutto questo, ancor prima di una nostra risposta, nella gratuità più assoluta. Il Figlio si è svuotato non per dei credenti ma per dei nemici. Per Paolo questo sarà un tema continuamente frequentato: la relazione tra Dio e l’uomo è asimmetrica. “Mentre eravamo peccatori, Cristo è morto per gli empi…” (Rm 5,6-10).

Dio ha intrapreso il suo cammino verso di noi non nella certezza della nostra conversione ma nell’amore di chi assume l’altro nella sua totale alterità. Questa gratuità precede la nostra risposta ed è svincolata da essa.

Umiliò se stesso

Si fece tapino – piegato al suolo e di modesta condizione – diventando servo e facendosi obbediente. Servo, umile e obbediente: è da questa angolatura che si comprende l’esistenza terrena di Gesù. Egli scelse di stare con gli altri, alla pari, al loro livello, nel servizio invece che nel dominio, piegandosi invece che ponendosi al di sopra. Dunque non solo alla pari, ma un gradino più sotto. Dal basso. Umile Gesù lo è diventato attraverso le umiliazioni subite: imparò l’obbedienza dalle cose che patì (Eb 5,8). Paolo lo aveva appena richiamato: ognuno di voi, in tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stessi. Umiltà come stile.

Facendosi obbediente

Chi obbedisce è colui che si pone in ascolto. In ascolto del Padre, senz’altro. Ma credo possiamo aggiungere: in ascolto di chiunque. In ascolto fino alla morte e alla morte di croce. In ascolto per tutta la vita: dal suo nascere al suo morire. Ma fu anche in ascolto a tal punto da dare la vita: tanto in ascolto da non tirarsi indietro neanche di fronte alla morte. La vicenda umana di Gesù riletta secondo la categoria dell’ascolto sottomesso, di chi continua a dare credito. Tante potevano essere le categorie da cui rileggerla e, invece, l’inno evidenzia proprio l’obbedienza.

Fino alla morte di croce

Anche la croce riconosciuta come luogo veritativo entro il quale continuare ad esprimere il suo essere fedele al Padre e solidale con i fratelli. La croce è l’esperienza nella quale Gesù attesta fino a che punto ha scelto di condividere la condizione degli uomini. Non solo. Essa attesta altresì l’uomo del quale Gesù si è fatto solidale, l’uomo malfattore, l’ultimo degli uomini, colui che è maledetto: maledetto chi pende dal legno (Dt 21,33). Muore da scomunicato, nella lettura degli uomini muore da maledetto da Dio che lo ha abbandonato. Dio nel luogo in cui è ritenuto assente, luogo dei senza Dio. Ecco fino a che punto Gesù ha rinunciato alla sua condizione di Dio per assumere quella di uomo.

La croce non è un incidente di percorso nell’esistenza di Gesù, quasi un esito inatteso. Essa rappresenta piuttosto “il logico approdo e la piena manifestazione del precedente ‘umiliò se stesso, fattosi obbediente’” (B. Maggioni). Messa in conto l’eventualità che uno stile di vita come quello di Gesù potesse comportare un essere strappato dal mondo con violenza.

Se Dio si manifesta anche lì, anche così, il nostro immaginario su di lui è da rivisitare. L’esperienza dell’ignominia e dell’umiliazione non sono da maledire: anche in esse è dischiusa una rivelazione.

I primi credenti, Paolo compreso, sono risaliti dall’esperienza della croce e hanno ricostruito la vicenda di Gesù a ritroso. Rileggendola hanno provato a comprendere a quale disegno corrispondesse, a che cosa fosse conforme, se è vero che Gesù si è presentato come la parola ultima e definitiva di Dio.

Per questo Dio lo ha esaltato

Dio dice sì ad una esistenza come quella del Figlio. Lo aveva già affermato al Battesimo al giordano: in te mi sono compiaciuto. Dio si è manifestato così e questo non può che suscitare stupore e lode: ecco il senso di quell’”a gloria di Dio”.

Ogni ginocchio si pieghi

Il cammino del Figlio dalla preesistenza alla morte di croce era teso alla riconciliazione degli uomini con Dio. Sulla croce Gesù lo aveva riconosciuto: Tutto è compiuto. Ora tutti sanno chi è Dio.

Il cammino del discepolo

Abbiamo contemplato il cammino di Gesù, una storia fatta di tappe diverse: preesistenza, incarnazione, vita terrena, morte di croce, glorificazione, tutto a gloria del Padre.

Quello che vorrei proporvi, è di ripensare alla nostra esistenza cristiana, lasciandoci ispirare dal cammino di Gesù, cantato nell’inno di Fil 2, 5-11. Mi permetto di darvi delle semplici indicazioni per un confronto tra la vicenda di Gesù ed il personale cammino di discepolato.

Questo confronto, tuttavia, non va fatto collocandoci esclusivamente nella prospettiva che intercorre tra modello/imitazione, ma nella profondità dell’essere in Cristo. È quanto viene espresso nel v. 5.

La traduzione liturgica della CEI così si esprime: Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù. Questa traduzione propone lo schema modello/imitazione. Cristo è il modello e noi suoi discepoli siamo chiamati a mettere in pratica i suoi atteggiamenti, sentimenti, comportamenti. Secondo questo modo di intendere la vita cristiana, il rapporto con il Cristo rimane alquanto estrinseco e rischia di ridurre l’esistenza di fede a semplice cammino etico.

La nuova traduzione della CEI recita così: Abbiate fra di voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù. Si potrebbe anche tradurre: Sentite tra di voi ciò che anche in Cristo Gesù (conviene sentire). Qui si pone in evidenza l’essere in Cristo. Si invitano i discepoli ad avere gli uni per gli altri i sentimenti che derivano dal fatto di essere in Cristo Gesù. L’inno invita chi lo canta ad avere quei sentimenti e quegli atteggiamenti che uno è chiamato ad avere dove Gesù Cristo è determinante, dove egli esercita la sua sovranità e dove il discepolo è chiamato a vivere nel modo in cui egli ha vissuto.

In questo secondo schema, Gesù Cristo non è propriamente proposto come modello, ma piuttosto come fondamento della vita cristiana, nella quale, per il battesimo e la fede, il discepolo dimora e dalla quale, per l’operazione dello Spirito, trae la comprensione di sé.

Sollecitazioni per un confronto di conversione personale

Preesistenza

Cristo pensa a farsi uomo. Dio pensa a farsi dono all’uomo. Il cristiano nel battesimo è nascosto con Cristo in Dio. Attraverso di esso l’uomo, per lo Spirito, diviene, nel Figlio unigenito, figlio del Padre. Quanto è presente in me il desiderio di essere in Cristo Gesù? In Cristo, Dio si fa uomo, perché l’uomo divenga dio per partecipazione, afferma un antichissimo assioma patristico. Quanto desidero tutto ciò?

Incarnazione

Cristo spoglia se stesso della forma Dei e assume la forma dello schiavo. Io, vivendo in Cristo come suo discepolo, ho il desiderio di essere svuotato? Da quale forma desidero essere svuotato? Quali situazioni, fatti, persone, mi hanno spronato o costretto a svuotarmi?

Vita terrena

Cristo vive la sua vicenda terrena nell’umiltà e nell’obbedienza. Sta sottomesso al disegno del Padre e si pone a servizio dell’ultimo tra i fratelli. Come vivo da cristiano la mia vita quotidiana? Quali sono i desideri che mi attraversano maggiormente? Le mie azioni sono umili e obbedienti?

Croce

Per Gesù Cristo la croce è adorazione del Padre e condivisione della vita e del destino di morte dell’uomo. Cos’è per me cristiano la croce del Signore nella mia vita quotidiana? Il crocifisso vive nell’adorazione e nella condivisione, ed io?

Glorificazione

Il soggetto della glorificazione di Gesù è Dio Padre, solo lui dona il nome, la signoria e la gloria. Sono aperto alla dimensione escatologica della vita cristiana? Tento di vedere le realtà quotidiane, anche dall’alto, ossia dal punto di vista di Dio?

Il cammino della comunità

Il cammino di Gesù si apre e si esplicita pure nella vita della comunità cristiana. Il discorso ecclesiale, che l’evangelista Matteo propone al c. 18, può aiutarci a confrontare la vita della nostra comunità, orientando verso un determinato ordine comunitario;

  • L’ordine del farsi piccoli, del non pretendere i primi posti e di rispettare i più deboli (vv.1-11).
  • L’ordine del prendersi cura dei fratelli (la pecora smarrita), del non dire: “non tocca a me” (vv.12-14).
  • L’ordine della correzione vicendevole e del rispetto dell’autorità che ognuno nella comunità esprime (vv.15-18).
  • L’ordine della preghiera comunitaria (vv.19-20).

L’ordine del perdono delle offese settanta volte sette (vv.21-35).

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