Da che parte sta Dio? – III domenica del T.O.

lo spirito del SignoreErano andati come ogni sabato in quella sinagoga i nazaretani. Mai più avrebbero immaginato che parole ripetute per secoli potessero essere attualizzate come accadde quel giorno grazie a Gesù di Nazaret, uno di loro, eppure il Figlio di Dio. Lo avevano visto crescere, qualcuno ci avrà giocato insieme, lo avevano visto apprendere un mestiere, chissà quante volte avranno scambiato battute con lui. Sapevano bene chi era. Aveva vissuto con loro per circa trent’anni e sapevano pure quello che già si diceva sul suo conto, che cosa usciva dalle sue mani e che cosa proferiva con le sue labbra.

Quel giorno, le parole di un testo tanto antico, sembravano appena pronunciate e pronte ad essere portate a compimento proprio come un vecchio spartito musicale nelle mani di chi riesce a darne la giusta interpretazione quasi fosse l’autore stesso. Non poteva essere diversamente: quell’uomo che avevano davanti non era solo il figlio di Giuseppe e di Maria, era l’autore stesso di quella parola che ascoltavano ogni sabato, era il Figlio di Dio, era la Parola che proclamavano e commentavano. Per questo poté avere l’autorità di ripetere che quella parola stava per accadere e per questo quell’uomo parlava come nessun altro prima di lui.

Immagino l’attesa e il fiato sospeso allorquando, dopo aver letto il rotolo del profeta Isaia lo riavvolse, lo diede all’inserviente e si mise a sedere. Il momento è delicato, non v’è dubbio. Si sa, le prime battute di un inizio dicono già che tono avrà la musica a seguire. Se sbagli, sei fritto.

E lui, Gesù, cos’ha l’ardire di annunciare? Non anzitutto ciò che Dio chiede all’uomo per essere raggiunto ma ciò che compie in suo favore.

Gesù annuncia da che parte sta Dio. Il punto è delicato, credo non sfugga a nessuno. Immediatamente verrebbe da dire che Dio sta da una parte e non da un’altra. Ma questo è frutto del nostro modo manicheo di stare al mondo.

Gesù afferma che Dio, attraverso di lui, sceglie di stare dalla parte dell’uomo che conosce sulla sua pelle l’amara esperienza dell’abiezione scelta o subìta. Nessuno escluso.

Il miglior commento a quanto stiamo dicendo ce lo consegna l’apostolo Paolo allorquando parla delle membra più deboli del corpo. Parafrasando potremmo dire che Dio, in Gesù Cristo, ha conferito maggiore onore a ciò che non ne ha. Ha circondato di maggior rispetto tutto ciò che per noi non sembra affatto onorevole facendoci comprendere così che proprio ciò che porta in sé il carattere di debolezza è, in realtà, ciò di cui più abbiamo bisogno. Da non credere! Non si era mai sentito nulla di simile.

Dalla parte dell’uomo, Dio. Quale uomo, infatti, non ha mai fatto esperienza della propria miseria? Chi non ha conosciuto la povertà come incapacità a mantenere fede agli impegni presi? Chi non ha mai fatto esperienza del bisogno di essere svincolato da qualcosa che opprime e soffoca? Chi non si ritrova con i piedi impossibilitati a correre lungo la traiettoria del vangelo? Chi può dire di avere una lettura del reale così com’è e non come invece i nostri pregiudizi ce lo restituiscono? Chi non ha bisogno di fare esperienza di un amore gratuito e non commisurato alla mia possibilità di prestazione?

Dalla parte dell’uomo, lì Dio. Il problema, semmai, è quello che il vangelo di Lc riporterà più avanti: non è detto che l’uomo accetti di stare a contatto con il volto più vero della sua umanità, quello del limite riconosciuto e accolto, come riporterà splendidamente la parabola del fariseo al tempio. Meccanismi di rimozione e di presa di distanza dalla propria percentuale di vulnerabilità, sono sempre a portata di mano nella convinzione di poter vantare chissà quale pedigree di immacolatezza. Il Vangelo è pieno di esempi simili: uno per tutti, l’episodio di chi gli consegnerà la donna adultera.

Dalla parte dell’uomo, Dio. Non potrebbe essere diversamente: lui, misericordia infinita, si compiace di riversare tutta la grandezza del suo amore proprio su chi ha smarrito la sua identità più vera.

Ecco da dove nasce la possibilità di una speranza nuova: dal sapere che Dio abbia scelto di avvicinarsi a me e alla mia condizione non per lasciarmi come mi trova ma per mettere in movimento energie e possibilità altrimenti rimaste sconosciute a me stesso. Sappiamo tutti la valenza che ha il sapere di essere amati così.

Lasciarsi ingaggiare da Dio in questo modo: ecco la sfida sempre rinnovata e mai del tutto conclusa.

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