Il meglio deve ancora accadere – II Domenica del T.O.

Reduci da giorni di grazia in cui abbiamo toccato con mano “il Verbo della vita, poiché la Vita si è fatta visibile”, mentre muoviamo i primi passi in questo tempo liturgico che va sotto il nome di “ordinario”, sembra quasi che la liturgia voglia ridestare la nostra consapevolezza perché ci rendiamo conto di quello che ci è accaduto.

Facendo eco a quanto annunciato dalla I lettura, dobbiamo ammettere che la nostra è tanto spesso una condizione di abbandono e di devastazione. L’umanità, infatti, voltate le spalle al suo Creatore, nel tentativo di volersi affrancare, di fatto non conosce la gioia di appartenere a qualcuno che si prenda cura di lei assicurandole un legame che sia per sempre (“tu sarai chiamata sposata”). Ha conosciuto l’amara esperienza della infedeltà. E proprio come il figlio minore della parabola che, sulla scorta del miraggio della libertà, finisce per ridursi in schiavitù, così è la condizione di chi ha reciso il suo legame con Dio.

La nostra condizione assomiglia tanto a quella di quei due giovani che vedono svanire, proprio durante le loro nozze, senza neppure accorgersene, il necessario per far festa mentre tutto risulta terribilmente compromesso.

Esistenze annoiate, vita spirituale intristita, relazioni affaticate, matrimoni abitudinari, scelte di vita legate ad una stagione: questa è la condizione della maggior parte di noi.

“Non hanno vino”. Ecco l’analisi lucida e terribile del nostro status. La mancanza è la nostra caratteristica, ci piaccia o meno. Per quanto si voglia sopperire con qualche espediente come talvolta siamo usi fare, l’assenza è una nota strutturale di ogni uomo. Manca il vino, manca, cioè, quell’elemento che aiuti a guardare le cose e a vivere le situazioni con un altro stile e con tutt’altro sguardo. Non ci si può accontentare di scampoli o di ritagli, non ci si può accontentare di un vito diventato aceto (tanto chi se accorge una volta brilli?): le solite cose non hanno la capacità di tracciare una via d’uscita.

Non ci accade, forse, di ingannare e di ingannarci con strategie dozzinali? Non continuiamo, talvolta, ad andare avanti facendo finta che non sia accaduto nulla? Che cos’è quale ridiventare adolescenti di tanti di noi adulti se non un modo patetico di marcare la distanza dal disagio che percepiamo nelle nostre relazioni come nella vita spirituale? Tutto diventa drammaticamente pesante proprio come le sei giare di pietra tradendo l’incapacità di restituire il senso di quello che siamo e di quello che facciamo.

Ancor prima che l’uomo stesso ne divenga consapevole, è Maria a individuare il perché di quell’inceppamento. E sarà sempre lei a farlo presente al Figlio presentandogli ora una malattia, ora un incidente, ora un momento drammatico, ora un lutto. A volte, come se non bastasse, sembra quasi che riusciamo a complicarci l’esistenza più di quanto essa già non lo sia. E Dio non si capacita di come cediamo volentieri al fascino che promette magnifiche sorti e progressive, continuando ad attingere acqua a cisterne screpolate. Per questo ha deciso di intervenire mediante il Figlio suo, perché nessuna situazione umana conosca più l’amaro calice del fallimento e della desolazione.

“Non hanno vino”: non basta tirare a campare.

Colpisce il fatto che il primo miracolo compiuto da Gesù secondo l’evangelista Giovanni non sia una guarigione fisica ma il restituire il senso dell’essere al mondo: poter gustare la vita e gustarla in abbondanza.

Non basta un adempimento formale dei propri doveri: sarebbe come accontentarsi di non aver mai tradito, sì, ma anche di non aver mai amato; sarebbe come accontentarsi di non aver mai rubato, sì, ma anche di non aver mai condiviso; sarebbe come accontentarsi di non aver mai detto il falso, sì, ma anche di non aver mai speso una parola che potesse promuovere l’altro. È necessario “il vino buono” per ottenere il quale è necessario fidarsi del Signore proprio come Maria suggerisce e come i servi fanno. È la fede in lui a far sì che davvero il meglio debba ancora accadere. È la fede in lui a trasformare un incidente di percorso in un’occasione di grazia.

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