Ciò che salva – Esequie Gennarina Ponzio

Tre mesi, tanto è il tempo che è intercorso dalla scomparsa della sorella e Gennarina non ha retto più. Già provata da tempo dalla malattia, ha vissuto il distacco dalla sorella, cui era molto legata, come uno strappo insanabile. Così tra casa e ospedale si è avviata lentamente e inesorabilmente verso la fine. Gli spari che annunciavano l’inizio del nuovo anno sono stati l’ultima cosa di cui Gennarina ha avuto coscienza l’altra notte, poi più nulla. L’1 gennaio, al termine della messa delle 11, le ho amministrato i sacramenti mentre era evidente la sofferenza che la stava strappando via dai suoi nipoti. Vorrei ringraziarli per non averle fatto mancare la presenza, l’affetto e la cura e anche per aver voluto che questa donna di fede, in passato sempre assidua alle varie celebrazioni, prendesse congedo confortata dalla grazia e dalla presenza del Signore.

La salutiamo in questa II domenica dopo Natale, quando la liturgia ci chiede di compiere un viaggio a ritroso, nell’in principio di ogni cosa. Veniamo presi per mano e condotti in un viaggio a tappe, un viaggio che ha addirittura del misterioso perché ha il suo incipit nel fuori tempo – il fuori tempo di Dio – e poi per via di sconfinamenti giunge fino ad un luogo che niente sembrerebbe abbia da spartire con il fuori tempo di Dio e lì, in una piccolissima zolla di terra, scoprire che Dio ha scelto di mettere la tenda presso un popolo, Israele, e poi la sua tenda in Gesù di Nazaret.

Il verbo si fece carne e pose la sua tenda in mezzo a noi.

Agli occhi di Dio la nostra terra – quella sulla quale tante volte stiamo con non poca trepidazione e incertezza, quasi da stranieri – è risultata affidabile, se è vero che egli ha scelto di venire a piantare la sua tenda su di essa. Questo mondo non è soltanto un luogo estraneo e tenebroso. C’è una grazia e una bellezza, una luce da riconoscere e far emergere in ogni esperienza creata.

A volte ci attraversa la sensazione di vivere come in un’orrida regione. Il dubbio che a Dio stia a cuore la nostra vicenda abita tante nostre giornate.

A fronte di una coscienza religiosa che si nutre del sospetto che Dio voglia mortificare il desiderio dell’uomo, tutta la passione e tutto lo sforzo da parte di Dio, tutta la sua storia con gli uomini è orientata al recupero della sua immagine autentica, del mistero autentico della sua volontà.

All’inizio, nell’in principio della nostra storia non c’è anzitutto un’esperienza di caducità, di male ma l’esperienza di un amore gratuito. In principio un’esperienza di tenerezza e di cura da parte di Dio per l’uomo. Non soltanto un peccato originale ma una grazia originale. Io, tu: una parola che il Padre ha pronunciato perché potessi esistere. Nulla e nessuno potrà mai impedire l’amore del Padre verso di noi se non la nostra consapevole e ostinata chiusura al suo dono. Non lo potrà impedire neppure il rifiuto doloroso dell’infedeltà e del peccato e tantomeno l’affronto dell’indifferenza o la presuntuosa autosufficienza dell’uomo.

Per questo il verbo si fece carne: Dio, per primo, prende l’iniziativa e si rivolge all’uomo. L’esperienza cristiana non si svolge nell’aria rarefatta del tempio e nella separatezza del sacro, ma nella prossimità di un corpo sfigurato dalla fame, dalla sete, dalla nudità, dalla malattia…

Il verbo si fece carne, cioè si fece fame: ebbe anch’egli bisogno di cercare il latte della madre.

Il verbo si fece carne, cioè si fece carezza: verso i piccoli, verso gli esclusi.

Il verbo si fece carne, cioè si fece lacrime: davanti alla tomba dell’amico Lazzaro.

Il verbo si fece carne, cioè si fece spalla: per la pecorella smarrita.

Il verbo si fece carne, cioè si fece abbraccio: per il figlio prodigo.

Il verbo si fece carne, cioè si fece olio e vino: per l’uomo incappato nei briganti.

Il verbo si fece carne, cioè si fece attenzione e compassione: per la fame di un popolo.

Il verbo si fece carne, cioè si fece amicizia: perché comprendessimo che non c’è amore più grande che dare la vita per gli amici.

Il verbo si fece carne, cioè si fece grido: quello di chi sperimenta nella sua carne tutta la distanza da Dio.

Il verbo si fece carne, cioè si fece perdono: perché comprendessimo che ciascuno di noi è molto di più del male che pure può aver compiuto.

Il verbo si fece carne, cioè si fece uno di noi: perché noi diventassimo per mezzo di lui partecipi della natura divina.

Il verbo si fece carne: non si preoccupa anzitutto di ristabilire un ordine ma di allacciare una relazione tra persone, perché è dall’incontro con lui che parte la possibilità di riscatto.

A quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio: il senso ultimo della mia vicenda è diventare figlio di Dio. Il suo natale vale il mio natale, la mia nascita a figlio di Dio con pensieri nuovi, con sguardi non angusti, con gesti che esprimono attenzione e cura verso ogni uomo. Così il Verbo continua a farsi carne.

Dio nessuno lo ha mai visto… ma lo possono rivelare coloro che rivivono sentimenti e gesti del Figlio. Noi, diventati figli.

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